Acciaio

Ex Ilva, sindaco di Taranto ordina stop della centrale elettrica: polo a rischio blocco

La fermata va fatta entro 30 giorni dal provvedimento. Si contesta all’azienda la mancata presentazione del piano di riduzione del rischio non cancerogeno relativamente ai parametri emissivi di arsenico, cobalto e nichel

di Domenico Palmiotti

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Acciaierie d’Italia Energia deve fermare entro 30 giorni, che decorrono dal 13 aprile, la centrale elettrica che alimenta gli impianti dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto. Lo ordina il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, contestando all’azienda, che fa parte del gruppo AdI in amministrazione straordinaria, di essere ancora «inadempiente in merito alla presentazione del piano di riduzione per quanto concerne il rischio non cancerogeno, relativamente ai parametri emissivi arsenico, cobalto, nichel».

Nell’ordinanza si afferma che «il principio di precauzione ambientale, sancito dall’art. 3-ter del codice dell’Ambiente di derivazione comunitaria, impone che quando sussistono incertezze o un ragionevole dubbio riguardo alla esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, possono essere adottate misure di protezione senza dover attendere che siano pienamente dimostrate l’effettiva esistenza e la gravità di tali rischi». E la legge n. 21 del 2012 della Regione Puglia «si prefigge lo scopo di prevenire ed evitare un pericolo grave, immediato o differito, per la salute degli esseri viventi e per il territorio regionale».

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Da dove nasce la vicenda

La vicenda che oggi sfocia nell’ordinanza, nasce dalla Valutazione del danno sanitario (Vds) nell’area di Taranto riferita al 2024 e redatta da Arpa Puglia, Aress Puglia e Asl Taranto in base alla legge regionale del 2012. Nella Vds si legge che il «rischio cancerogeno inalatorio ottenuto valutando lo scenario Aia (scenario relativo alle emissioni di AdI, Eni raffineria e centrale elettrica, Cisa, Appia Energy, AdI Energia, Ecologica, Kyma Ambiente, Italcave, Hidrochemical), risulta superiore alla soglia di accettabilità, oltre la quale è necessario pianificare un intervento di riduzione dell’esposizione».

A marzo 2025 la giunta regionale della Puglia ha preso atto di questo rapporto e a seguire il Dipartimento Ambiente della Regione ha invitato gli stabilimenti interessati a presentare un piano di riduzione delle emissioni. A sua volta, AdI Energia ha chiesto il riesame in autotutela dell’atto regionale, ricevendo però dalla Regione la risposta che la centrale elettrica del siderurgico ricade nel campo di applicazione della legge regionale. E quindi il piano di riduzione andava presentato. A giugno 2025 la Regione ha anche diffidato Acciaierie d’Italia Energia a presentare il piano di riduzione «con le misure e gli interventi da attuare per il conseguimento degli obiettivi di riduzione prescritti nel rapporto di Vds Taranto dell’anno 2024, per la successiva valutazione ed approvazione da parte di Arpa Puglia, Aress Puglia ed Asl Taranto», ma l’azienda, secondo quanto si legge nell’ordinanza del sindaco di Taranto, non ha dato segnali.

L’azienda ricorrerà al Tar: gravi contraccolpi

Intanto Acciaierie d’Italia, ex Ilva, prepara già l’impugnazione al Tar dell’ordinanza del sindaco chiedendone la sospensiva. Per l’azienda, infatti, imponendo lo stop alla centrale, non è più possibile recuperare e gestire i gas del ciclo siderurgico, i quali, non potendo nemmeno essere bruciati in torcia, restano privi di qualsiasi possibilità di smaltimento.

In queste condizioni, quindi, il ciclo produttivo non può proseguire e l’impossibilità di gestire i gas del ciclo siderurgico comporta, come conseguenza dell’ordinanza, la fermata dell’area a caldo, cuore dello stabilimento di Taranto. Questo in un momento in cui, essendo prossimi alla fine i lavori di manutenzione, si sta programmando il riavvio di un secondo altoforno, il 4, e delle batterie delle cokerie, in entrambi i casi prevista a fine mese in modo da avere da maggio una capacità produttiva annua dello stabilimento di 4 milioni di tonnellate.

Lo stop della centrale rende impossibile anche l’approvvigionamento dell’energia elettrica prodotta dai gas siderurgici, oggi utilizzata per alimentare gli impianti a valle dell’area a caldo a Taranto e quindi viene così meno una componente essenziale per il funzionamento dell’intero sito. E senza l’area a caldo e quindi senza produzione di acciaio a Taranto, si fermano, per effetto della stretta interconnessione, non solo le lavorazioni a valle nel sito, ma anche gli altri stabilimenti del gruppo nel Nord Italia.

Le prospettive

Ma soprattutto, si evidenzia, la decisione del sindaco di Taranto giunge a pochi giorni dall’incontro tra lo stesso sindaco e i rappresentanti del gruppo siderurgico indiano Jindal, candidatosi all’acquisto dell’intero asset industriale e ora in pole rispetto al concorrente, il fondo americano Flacks Group. Jindal - che ha visto anche il sindaco di Genova, Silvia Salis, e il governatore ligure Marco Bucci, mentre con il presidente della Puglia, Antonio Decaro, ha avuto un colloquio telefonico - ha presentato alle istituzioni locali la propria proposta.

Gli incontri sono stati definiti dagli interlocutori come «positivi», ma ora la determinazione assunta dal sindaco Bitetti rischia di portare allo stop produttivo lo stabilimento di Taranto.

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