L’emergenza

Evacuazioni mediche da Gaza, l’Europa resta indietro: troppi pochi pazienti accolti

L’Europa dispone di strutture ospedaliere per accogliere un numero di pazienti di gran lunga superiore a quello attuale, ma secondo gli operatori umanitari manca una decisione politica condivisa

di Silvia Martelli

 EPA/HAITHAM IMAD

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Più di due mesi dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, il numero di evacuazioni mediche dalla Striscia di Gaza verso l’Europa non solo non è aumentato, ma ha continuato a rallentare. È il dato che più preoccupa le organizzazioni umanitarie impegnate sul territorio e che emerge con chiarezza dalle cifre diffuse da Medici Senza Frontiere e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): l’accesso alle cure salvavita resta uno dei nodi irrisolti dell’emergenza umanitaria.

Secondo MSF, nel mese di ottobre sono state evacuate da Gaza 148 persone bisognose di cure specialistiche, scese a 71 nel mese di novembre, mentre per dicembre si stima che non si supereranno le 30 evacuazioni complessive. Un trend in calo che stride con le aspettative legate al cessate il fuoco e che, secondo le organizzazioni umanitarie, ha già avuto conseguenze drammatiche: centinaia di pazienti sono morti in attesa di un trasferimento all’estero o di cure che il sistema sanitario di Gaza non è più in grado di garantire da tempo.

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I numeri complessivi aiutano a inquadrare la portata del problema. Dall’ottobre 2023 a oggi, l’Oms ha evacuato oltre 7.600 pazienti dalla Striscia di Gaza verso Paesi terzi. Circa due terzi sono bambini. La maggior parte dei trasferimenti è avvenuta verso Paesi della regione mediorientale e del Golfo, che hanno assorbito il grosso dell’emergenza sanitaria. L’Europa, nel suo complesso, ha avuto un ruolo marginale. Secondo gli ultimi dati disponibili, i Paesi dell’Unione europea ospitano attualmente 397 pazienti evacuati da Gaza attraverso il meccanismo Oms, una quota estremamente ridotta se rapportata al fabbisogno stimato dall’agenzia delle Nazioni Unite, che parla di decine di migliaia di persone bisognose di cure non disponibili nella Striscia.

Allargando lo sguardo alla cosiddetta Regione europea dell’Oms, che comprende anche Paesi non appartenenti all’Unione, oltre mille persone sono state evacuate da Gaza. Anche in questo caso, tuttavia, il dato resta contenuto e concentrato in pochi Stati, con una forte disomogeneità nella distribuzione degli sforzi. All’interno dell’Unione, il peso delle evacuazioni è infatti ricaduto su un numero ristretto di Paesi.

Il caso italiano rappresenta un esempio emblematico delle potenzialità, ma anche dei limiti, dell’approccio europeo. A più di 18 mesi dall’inizio del conflitto, l’Italia continua a organizzare evacuazioni mediche regolari – sia tramite Oms che tramite missioni bilaterali italiane – prevalentemente destinate a minori con ferite gravi, amputazioni, patologie oncologiche o condizioni croniche non più trattabili a Gaza. Secondo dati aggiornati del Ministero degli Affari Esteri, oltre 230 bambini palestinesi sono stati trasferiti in Italia insieme ai loro familiari, per un totale di più di 840 persone accolte nell’ambito di missioni umanitarie e sanitarie. L’ultima operazione, dell’8 dicembre, ha portato in Italia 17 bambini con patologie complesse e 63 accompagnatori, distribuiti in una rete di ospedali che coinvolge più di 20 strutture in diverse regioni.

Anche la Spagna ha attivato un meccanismo strutturato, con una dichiarazione di emergenza approvata dal Consiglio dei ministri per garantire accoglienza, cure sanitarie, supporto psicologico e assistenza legale ai pazienti evacuati, in gran parte minori.

L’Irlanda si è impegnata formalmente ad accogliere fino a 30 pazienti pediatrici: finora ne sono arrivati 20, insieme a 83 familiari, attraverso una serie di evacuazioni organizzate tra dicembre 2024 e ottobre 2025, con il coinvolgimento diretto del servizio sanitario nazionale irlandese.

Nonostante questi esempi, il quadro complessivo resta quello di una risposta frammentata e insufficiente. Il Meccanismo di protezione civile dell’Unione europea è stato attivato più volte su richiesta dell’Oms per facilitare le evacuazioni e coordinare l’offerta di posti letto ospedalieri, ma i risultati sono stati definiti “deludenti” da più organizzazioni umanitarie. Le missioni continuano a essere poche, complesse e lente, ostacolate da vincoli logistici, autorizzazioni di sicurezza, difficoltà di coordinamento e, soprattutto, da una disponibilità limitata degli Stati ad assumersi impegni più ampi.

Un altro elemento critico riguarda i criteri di selezione dei pazienti. Secondo MSF e altre ONG, la maggioranza dei Paesi europei richiede esclusivamente pazienti pediatrici, lasciando di fatto esclusi gli adulti, compresi genitori, anziani, operatori sanitari e persone con gravi patologie croniche o ferite di guerra. Una scelta che viene giustificata con la priorità clinica e con considerazioni politiche, ma che finisce per creare una gerarchia dell’accesso alle cure, in cui migliaia di adulti restano bloccati in liste d’attesa senza alternative.

L’Oms stima che oltre 15 mila persone a Gaza avrebbero bisogno di essere evacuate urgentemente per ricevere cure specialistiche. In assenza di un aumento significativo dei trasferimenti, il rischio è che il cessate il fuoco non produca alcun beneficio concreto sul fronte sanitario. “Senza evacuazioni mediche su larga scala, il sistema sanitario di Gaza non può riprendersi e migliaia di pazienti continueranno a morire per cause evitabili”, avverte MSF, che definisce l’attuale risposta europea una frazione minima di ciò che sarebbe tecnicamente e logisticamente possibile.

L’Europa dispone di strutture ospedaliere, personale specializzato e risorse finanziarie sufficienti per accogliere un numero di pazienti di gran lunga superiore a quello attuale. Ciò che manca, sottolineano operatori umanitari e funzionari sanitari, è una decisione politica condivisa di cambiare scala, trasformando interventi straordinari e simbolici in un vero programma strutturale di evacuazioni mediche.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di El Confidencial (Spagna) e The Journal (Irlanda)

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