La guerra alle porte e la postura Ue
Come si diceva, nonostante la scelta di Schlein di candidare personalità-richiamo per il mondo pacifista come Cecilia Strada e l’ex direttore di Avvenire Marco Tarquinio, la linea pro Ucraina impressa da subito dall’ex segretario Enrico Letta al Pd ufficialmente non cambia: sostengo incondizionato, anche militare, al Paese aggredito da Putin e sottolineatura che la pace che verrà e a cui l’Europa deve lavorare da protagonista deve essere una pace giusta: «Bisogna rafforzare l’impegno politico e diplomatico per una pace giusta, che non significa la resa di fronte all’aggressore ma assumere le ragioni dell’aggredito e del diritto internazionale, da far valere agli occhi del mondo».
Sì a una Difesa comune europea
Il Pd si schiera anche a favore della creazione di una Difesa comune europea sia con scopo di deterrenza rispetto alle mire espansionistiche di Putin sia per efficientare le spese militari. «Vogliamo costruire una difesa comune integrata per l’Europa, che garantisca sicurezza e libertà alle proprie cittadine e ai propri cittadini, fondata su un coordinamento strutturale delle politiche nazionali di difesa, adatta a rispondere alle crisi presenti e future, nella cornice di una vera e propria politica estera e di sicurezza comune, in stretta cooperazione con alleati e partner - è scritto a pagina 28 del programma -. Siamo coscienti che la difesa comune europea avrà necessariamente bisogno di nuove capacità militari che siano sviluppate, acquisite e gestite in modo congiunto. Non crediamo che l’Europa debba costruire un’economia di guerra, ma piuttosto che sia necessario e urgente un coordinamento più stretto degli investimenti e della produzione per la difesa a livello europeo, per spendere insieme e in modo più integrato, efficace ed efficiente, evitando concorrenza e sovrapposizioni costose e dannose e liberando quindi risorse per costruire un’Europa sociale e sostenibile».
L’afflato pro Palestina
Se sull’Ucraina la posizione atlantista del Pd è ferma, sul fronte del conflitto Israele-Hamas i toni sono un po’ diversi: alla «ferma e inequivocabile condanna» dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre si unisce la condanna delle «violazioni del diritto internazionale umanitario compiute dal governo di Natanyahu». Così come alla storica soluzione dei ”due popoli, due Stati” si unisce l’impegno per «il riconoscimento europeo di uno Stato della Palestina».«Separare Hamas dai palestinesi è un imperativo e un dovere della comunità internazionale che, dopo anni di colpevole abbandono, deve tornare a farsi carico della questione palestinese». Questione di sfumature, certo, ma l’impronta del nuovo corso su questo fronte si sente.
Focus su lotta al precariato e al «lavoro povero»
Tuttavia il capitolo su cui Schlein insiste di più, e la conferma la danno anche i manifesti elettorali che ritraggono lavoratori precari, è quello del lavoro: mai più stage non retribuiti, rilancio della proposta delle opposizioni di introdurre un salario minino legale di 9 euro, proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio. «Lavoro e povero non possono più stare nella stessa frase», è lo slogan. Da segnalare anche l’attenzione a giovani e giovanissimi con le proposte di alzare i livello di accesso a tutte le forme di Erasmus e di estendere il voto ai 16enni. Così come si rivolge ai giovani diplomati e laureati la proposta del «definitivo riconoscimento reciproco e automatico di tutti i corsi di studio scolastico e universitario in Europa come premessa per creare una European Education Area entro il 2025, come attendiamo da troppi anni».
Per le imprese (solo?) obiettivo green
Rispetto alle precedenti segreterie le ricette per le imprese sono minori, e tutte incentrate sull’obiettivo della transizione ecologica e delle sostenibilità sociale. «L’erogazione di agevolazioni fiscali e di finanziamenti, sul piano interno, deve essere condizionata all’impegno da parte delle imprese beneficiarie del rispetto di condizionalità orizzontali legate al rispetto dei contratti, delle condizioni di sicurezza del lavoro, dei principi di parità di genere e di non discriminazione, del vincolo di sostenere progetti coerenti con la tassonomia europea sugli investimenti sostenibili, di valutazione della responsabilità sociale delle imprese». E ancora, disegnando un modello di sviluppo in cui l’intervento pubblico sia più forte: «Vogliamo definire una nuova politica industriale europea per affermare la necessità di una nuova complementarità tra intervento pubblico ed iniziativa privata. Non sarà mai sufficiente un aggiustamento spontaneo guidato dalle sole forze del mercato, così come appaiono del tutto miopi e inadeguate politiche di carattere protezionistico per sostenere l’attuale specializzazione produttiva».