Opinione pubblica

L’85% dei cittadini Ue considera il clima un problema, ma che ne sarà del Green Deal?

Il Green Deal europeo rallenta tra opposizioni e ripensamenti, rischiando di perdere impulso e credibilità

di Lab24

3' di lettura

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L’85% dei cittadini europei considera il cambiamento climatico un problema serio per il mondo, e una percentuale analoga ritiene che affrontarlo debba essere una priorità per migliorare la salute pubblica e la qualità della vita. Di poco inferiore la quota (77%) degli intervistati convinti che i danni causati dal cambiamento climatico superino di gran lunga i costi necessari per una transizione verso un’economia a emissioni nette zero.

Queste sono alcune delle principali evidenze che emergono dal sondaggio Eurobarometro sul clima condotto negli scorsi mesi su oltre 26mila persone nei 27 Stati membri dell’UE.

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I CITTADINI EUROPEI A FAVORE DELLA NEUTRALITÀ CLIMATICA ENTRO IL 2050

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Nonostante questo ampio consenso tra i cittadini, nei corridoi di Bruxelles si fa sempre più insistente una domanda: che ne sarà dello European Green Deal? L’ambizioso insieme di proposte dalla Commissione europea, con l’obiettivo di trasformare l’Europa nel primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, ha dominato l’agenda politica del primo mandato di Ursula von der Leyen. Ma in questo suo secondo quinquennio, il Green Deal sembra perdere slancio, e non solo per l’opposizione di alcuni Stati membri, ma anche per i ripensamenti della stessa Commissione.

Lo dimostra quanto successo a fine giugno con il ritiro da parte di Palazzo Berlaymont della proposta sulla direttiva per proteggere i consumatori dalle pratiche di greenwashing. Una decisione giunta proprio quando si intravedeva la fine dell’iter legislativo, dopo due anni di negoziazioni.

L’impellente necessità di rilanciare la competitività europea in uno scenario geopolitico sempre più conflittuale ha spinto l’agenda comunitaria a concentrarsi maggiormente sui temi della difesa e della semplificazione burocratica, a discapito delle tematiche verdi. Rientra in questa casistica la direttiva 2025/794 con cui la Commissione ha posticipato di due anni le scadenze per l’applicazione delle direttive sulla rendicontazione societaria di sostenibilità (CSRD) e sulla due diligence delle imprese ai fini della sostenibilità (CSDDD).

Allo stesso tempo si denota una crescente richiesta da parte degli Stati membri per rendere il raggiungimento del target zero emissioni più flessibile. Si spiega così il ritardo di due mesi nella presentazione dell’emendamento alla Legge sul Clima, dovuto all’intenso dibattito politico che ha accompagnato la sua definizione.

La proposta, avanzata la scorsa settimana dalla Commissione, fissa un obiettivo di riduzione delle emissioni comunitarie per il 2040: - 90% rispetto ai livelli del 1990. Un target atteso, ma accompagnato da una serie di nuove clausole di flessibilità e scappatoie legali, pensate per facilitarne l’approvazione.

Approvazione che però resta tutt’altro che scontata sia in Consiglio (a maggioranza qualificata) che al Parlamento Europeo (a maggioranza semplice).

Tra le novità che saranno più discusse figura la possibilità per gli Stati membri di utilizzare crediti di carbonio internazionali, finanziando progetti climatici in Paesi terzi, purché rispettino alti standard, e conteggiando le relative riduzioni di emissioni nei propri obiettivi nazionali. A questa esternalizzazione degli sforzi si aggiunge la possibilità di compensare un’insufficienza nella riduzione delle emissioni in un settore economico con una sovraperformance in altri settori.

È evidente come la Commissione stia adottando un approccio più pragmatico, attento alle specificità nazionali. Una scelta richiesta da tempo da diversi governi, ma che espone le ambizioni climatiche europee a una maggiore politicizzazione e frammentazione, con il rischio concreto di un loro ridimensionamento.

Non sorprende, quindi, che la proposta sia stata accolta con forti critiche da parte delle associazioni ambientaliste. Anche all’interno della Commissione non sono mancate voci dissonanti: la vicepresidente con delega alla Transizione verde, Teresa Ribera, ha parlato apertamente di “codardia politica” e ha avvertito che “è in gioco la credibilità climatica dell’UE”.

In conclusione, mentre in tutta Europa si continuano a registrare nuovi record di temperature estreme, anche il clima politico attorno allo European Green Deal si fa sempre più incandescente.

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