È un po’ più significativa la presenza di impianti di raffinazione, per ottenere solfati di cobalto da impiegare nelle batterie – accando alla finlandese Terrafame (ex Talvivaara), ci sono ad esempio anche la belga Umicore e la greca Hellenic Minerals – ma siamo comuque costretti a importare oltre l’80% del nostro fabbisogno, che peraltro è bassissimo rispetto a come potrebbe diventare con l’auspicato sviluppo delle Gigafactory.
Se la transizione verde procederà davvero a grandi passi, come prescritto dalla tabella di marcia che l’Europa si è data, le materie prime potrebbe diventare un problema ancora più serio di quanto non abbiamo finora sperimentato. La decarbonizzazione taglia l’impiego di combustibili fossili, ma mette letteralmente il turbo ai consumi di metalli. E a metterci in difficoltà potrebbero essere anche i metalli “tradizionali”, non inseriti nella lista dei materiali critici.
Nei mercati maturi del rame, del nickel e dello zinco i progetti estrattivi pianificati in Europa «compenseranno per il declino (delle vecchie miniere, Ndr) ma non forniranno una crescita rilevante» della produzione, avverte uno studio di Ku Leuven, l’Università cattolica di Lovanio, per Eurmetaux. È soprattutto nei prossimi 15 anni che i nodi potrebbero venire al pettine, perché l’industria del riciclo deve ancora svilupparsi e i consumi minacciano di correre ben più della produzione di metalli.
A livello globale lo studio individua «seri rischi» di future carenze per litio, cobalto, terre rare, ma anche per il rame (indispensabile per l’elettrificazione) e il nickel (che serve nelle batterie oltre che in siderurgia). Oltre che sui prezzi ci potrebbe essere un impatto sulle scelte tecnologiche, una spinta alla ricerca di materiali sostitutivi e forse un ritardo nel percorso di decarbonizzazione.
L’Europa rischia ancora più grosso: la produzione di rame delle nostre miniere, secondo le proiezioni di Ku Leuven, entro il 2040 diminuirà di quasi il 50% in assenza di nuovi progetti estrattivi. E per ora non se ne vedono.