Le difficoltà ci sono davvero. Ma i russi ora soffiano sul fuoco, alimentando ogni giorno di più l’allarme (e i rincari del gas). Ai problemi di Nord Stream «non c’è soluzione» ha affermato il ceo di Gazprom Alexey Miller, e potrebbero aggravarsi visto che ci sono molte componenti del gasdotto che necessitano di manutenzioni a luglio (quando è già previsto che i flussi si fermino a causa dei lavori tra l’11 e il 20 del mese).
L’inviato russo presso l’Unione europea, Vladimir Chizhov, ha avvertito che Nord Stream potrebbe essere chiuso: «C’è da chiedersi perché Siemens debba mandare le turbine in Canada per riparazioni, quando saranno tutte lì il gasdotto si fermerà e penso che per la Germania sarà una catastrofe».
Anche il vicepremier russo Alexandr Novak ha accennato alle turbine di Siemens, di cui Mosca «potrebbe non aver più bisogno». Ma soprattutto ha rivendicato la possibilità di disporre liberamente di come sfruttare le risorse energetiche: «Nostro il prodotto, nostre le regole».
Mentre stava parlando di fronte alla platea (quest’anno molto più scarna) del Forum di San Pietroburgo, il premier italiano Mario Draghi era in visita di Stato in Ucraina insieme al presidente francese Emanuel Macron e al cancelliere tedesco Olaf Scholz. Una coincidenza di eventi che solleva ulteriori dubbi di strumentalizzazione delle traversie del Nord Stream.
Segnalazioni di una brusca riduzione dei flussi di gas dalla Russia sono intanto arrivate, com’era facilmente immaginabile, anche da Engie in Francia e da Omv in Austria. E poi ovviamente ci sono gravi difficoltà in Germania, il Paese in cui approda il gasdotto del Mar Baltico, che ha sentito per primo l’impatto e che rischia più di altri visto che non riceve più forniture da Mosca nemmeno sulla linea Yamal-Europe, non ha ancora nessun rigassificatore e (a differenza dell’Italia) non dispone di pipeline che la colleghino al Nord Africa o alle risorse del Caspio.