Borse, dividendi mondiali oltre i «rumori di fondo»: primo trimestre da record
di Maximilian Cellino
di Silvia Pieraccini
3' di lettura
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Produce la carta di Hermés dall’inconfondibile color arancione, ma anche milioni di etichette per le bottiglie di vino dagli Usa alla Cina, o per le sacche di sangue da trasfusione; e produce la carta per i cataloghi d’arte, i menu dei ristoranti, le scatole di profumi e di alta pasticceria, le shopper dei grandi marchi, le carte per banconote e gli album da disegno Fabriano.
Una galassia d’applicazioni che Fedrigoni, nome storico dell’industria cartaria italiana che dal dicembre 2017 fa capo al fondo di private equity Bain Capital, ha potenziato e razionalizzato negli ultimi anni, facendo acquisizioni, lanciando nuovi prodotti, inserendo nuovi manager e dribblando la crisi scatenata dal Covid.
Ora, col piede sempre premuto sull’acceleratore, il gruppo veronese “vede” il traguardo: raggiungere entro il 2023 due miliardi di euro di fatturato e 300 milioni di margine operativo lordo (ebitda), progettando nel frattempo l’uscita del fondo d’investimento dal capitale.
«La via più probabile e più naturale per un’azienda di queste dimensioni è la quotazione in Borsa – annuncia l’amministratore delegato di Fedrigoni, Marco Nespolo – ma i tempi e la strada da imboccare dipenderanno dalle condizioni dei mercati finanziari».
Per adesso c’è da completare il percorso di crescita e di trasformazione. Si parte dai circa 1,3 miliardi di fatturato 2020, per il 74% realizzato all’estero, col 15% di margine operativo lordo adjusted, numeri che scontano il calo di produzione che nell’anno del Covid si è fatto sentire soprattutto nelle carte speciali (-15/20%) ma non nelle etichette.
La strategia ora punta proprio su questi due segmenti - etichette autoadesive da un lato, carte grafiche e packaging ad alto valore aggiunto dall’altro - mentre le carte per banconote da tempo non sono più ritenute interessanti: nel 2020 è stata ceduta Fedrigoni Brasil Papeis, che era specializzata in questo settore, e ora Nespolo conferma la volontà di vendere il business (“alle condizioni giuste”), che comprende anche elementi di sicurezza come ologrammi e fili per banconote.
Nel mondo delle etichette (pressure sensitive labels) Fedrigoni è diventato il terzo competitor al mondo grazie a due operazioni chiuse l’anno scorso: l’acquisizione della multinazionale italiana Ritrama (400 milioni di ricavi e 30 milioni di ebitda), con stabilimenti in Italia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Cile e Cina; e quella della piccola azienda messicana Papelera Venus, 18 milioni di dollari di fatturato e un centinaio di dipendenti, strategica per allargare il mercato nel sud degli Stati Uniti e in Centro e Sud America. Nel segmento delle carte speciali invece il gruppo veneto, 21 stabilimenti produttivi nel mondo e quattromila dipendenti, è oggi primo in Europa col 25% del mercato.
«Ora vogliamo spingere sulla crescita interna e continuare a fare acquisizioni in giro per il mondo, in Europa e in America – spiega Nespolo – puntando sulle etichette, un mercato che è in crescita a livello globale, e anche sulle carte speciali. Abbiamo le risorse per farlo perché anche nell’anno del Covid abbiamo generato ottima cassa e disponiamo di più di 300 milioni di liquidità».
L’intento è moltiplicare fatturato e utile: «L’obiettivo del nostro piano di sviluppo è avvicinarci a 2 miliardi di euro di fatturato nel 2023 con 300 milioni di ebitda – spiega l’amministratore delegato -. Quando Bain Capital comprò il gruppo, il fatturato era 1 miliardo con 100 milioni di ebitda; nel 2020 abbiamo fatto 1,3 miliardi con 200 milioni di ebitda, dunque stiamo raggiungendo il traguardo nonostante i rallentamenti di ricavi legati al Covid».
La pandemia non è da sottovalutare ma l’orizzonte è sereno: «Le prospettive per le etichette autoadesive sono di crescita del 3-4% all’anno su tutti i mercati mondiali – aggiunge Nespolo – e anche le prospettive per il packaging sono ottime. Il segmento più maturo è quello delle carte grafiche».
La trasformazione del gruppo, secondo l’amministratore delegato, è ormai avanzata e ha riguardato sia l’assetto di vertice, con 30 dei 40 top manager mondiali sostituiti negli ultimi 15-18 mesi e portatori di esperienze internazionali; sia il fronte produttivo - dove Fedrigoni controlla l’intera filiera, dalla cellulosa al foglio o rotolo (eccetto nel mondo Fabriano delle carte da disegno o per uso scolastico, in cui si fa ricorso a produttori esterni) – col miglioramento dei consumi energetici, il trattamento degli scarti di lavorazione e le efficienze di processo. Ora il percorso è tracciato, fino alla Borsa.