Esseri urbani
Le immagini glaciali delle nostre metropoli deserte hanno spinto gli apocalittici a gridare alla fine delle città e al ritorno di un orizzonte rurale, quasi bucolico, di campagne e borghi (una sorta di parola-karma, quest'ultima, che rassicura ogni animo perturbato). Eppure, le città sono sopravvissute lungo i secoli a carestie, pestilenze e tragedie ambientali che ne hanno sì fiaccato la struttura, ma che hanno imposto anche un ripensamento dei loro caratteri propedeutico all'ennesima rinascita
di Luca Molinari a colloquio con Richard Florida
4' di lettura
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In questo tempo storico vittima di amnesie diffuse, dimentichiamo che il nostro essere “sociali” prende il sopravvento su ogni cosa; che abbiamo costruito le città per stare insieme, proteggerci, condividere beni, idee e corpi. Migliorare e crescere. Noi siamo animali urbani, anche quando viviamo in cima a una montagna, e questa condizione sopravviverà a ogni pandemia possibile, almeno fino all'estinzione definitiva del genere umano. Ma la cosa interessante – e da osservare con attenzione – è comprendere come i nostri paesaggi urbani cambieranno sotto l'effetto di questa tragica condizione, determinando cambiamenti nella nostra vita quotidiana.
Le città sono corpi viventi flessibili, fluidi e resistenti che si adattano alle situazioni generando strategie di rigenerazione fisica, simbolica e sociale che permettono loro di superare crisi molto gravi e pericolose per la propria esistenza. È di questo che abbiamo discusso con Richard Florida, dell'Università di Toronto, uno dei più importanti pensatori contemporanei sulla città e i suoi orizzonti futuri.
Una sorta di paura collettiva – di grande, indistinta, inquietudine – sta condizionando seriamente i nostri modi di abitare lo spazio pubblico, e quindi i presupposti della vita urbana. Florida, che cosa possiamo fare per invertire la rotta?
«Possiamo adottare diverse soluzioni. Primo: investire in protocolli e tecnologie per la salute e il benessere negli spazi pubblici che possa creare fiducia e rassicuri gli abitanti. Chi gestisce uno spazio aperto al pubblico o di aggregazione deve avere tutti gli strumenti necessari, anche finanziari, per agire in questo senso. Vanno poi stimolate, sempre di più, strategie alternative di utilizzo dei contesti urbani, come già sta avvenendo in moltissime città: la possibilità di mangiare all'aperto, la promozione di “strade sicure”, le forme di mobilità leggera, attive e alternative. Infine, dobbiamo sperimentare, attraverso il cosiddetto “urbanismo tattico”, modalità per rigenerare aree urbane sotto-utilizzate. Penso ai grandi parcheggi, alle proprietà abbandonate e a tutti quegli spazi e a quei luoghi che possono essere riconvertiti a un uso pubblico attivo».
Si dice che la forma delle nostre città debba cambiare. Molti le immaginano secondo un nuovo paradigma: la regola dei 15 minuti, secondo cui tutto quello di cui abbiamo bisogno è facilmente raggiungibile, e in poco tempo. Polverizzeremo le nostre metropoli per realizzare questi arcipelaghi di micro-distretti?
«Non necessariamente: possiamo immaginare questo sviluppo senza che ciò implichi maggiore dispersione nel territorio, con gli adeguati investimenti nei trasporti pubblici e in nuove infrastrutture. Possiamo davvero riportare “densità” in aree trascurate e incoraggiare il loro sviluppo residenziale e commerciale».
Altro tema caldo, il lavoro a distanza. Che viene indicato come il vero epicentro del “terremoto” che modificherà per sempre il panorama – concreto e ideale – delle metropoli. Difficile non bollare come esagerate certe visioni, non trova?
«Certo, lo smart working non può non avere conseguenze. Mi riferisco in particolare ai riflessi sul nostro modo di intendere l'esperienza dell'ufficio, sul mercato immobiliare delle sedi aziendali e degli spazi commerciali, e sul tipo di investimenti infrastrutturali che andranno pianificati in futuro – e penso in particolare al settore della mobilità e dei trasporti. Bisogna comunque tener conto della realtà dei numeri: è stato stimato che, una volta finita la pandemia, il 20 per cento di noi continuerà a lavorare da remoto in modo continuativo e che il 30 per cento lo farà solo per alcuni giorni della settimana».










