Esplorare i suoni del mondo: incontro con Le Motel
Mixa linguaggi diversi: note, moda e grafica. Usa tecniche e microfoni diversi: registratori portatili, idrofoni per registrare sott’acqua o geofoni, pensati per captare le vibrazioni sismiche.
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Al crocevia tra un produttore di musica elettronica, un esploratore di suoni del mondo, un cultore del trip hop di stirpe bristoliana e un erede di Brian Eno, troviamo Le Motel. Molti lo hanno incontrato di recente, pur senza saperlo: sono sue le musiche del cortometraggio realizzato per lo show Métiers d’art 2026 di Chanel, diretto da Michel Gondry, con protagonisti A$AP Rocky e Margaret Qualley, elegantissimi amanti che si rincorrono per le strade di New York. Ma la storia dell’artista, dj e compositore belga Fabien Leclercq – questo il suo nome all’anagrafe – comincia molto prima, lontano dalle maison e dalle première. Ce lo racconta dal suo studio di Bruxelles, la città dove è nato 34 anni fa: «Fin da ragazzino, sono stato affascinato dai suoni di tutto il mondo. Mio padre era un grande appassionato, ascoltava molta musica, soprattutto trip hop, ma anche gruppi come i Boards of Canada (storica band dell’elettronica scozzese, ndr). Nei fine settimana passavo ore in mediateca, cercando dischi e registrazioni provenienti dai luoghi più diversi. Adolescente, da quando ho avuto tra le mani un registratore o qualsiasi strumento per catturare un suono, non ho mai smesso di raccoglierli: in cucina, usando oggetti quotidiani, o durante i viaggi». Mescolare suoni d’ambiente, field recording e musica elettronica è la cifra che attraversa gran parte della produzione di Le Motel, che in questi anni si è mosso tra generi diversi, rimanendo sempre in qualche modo legato alla sua iniziale inclinazione: «In fondo è lo stesso approccio di un fotografo o di un videomaker: cerco di mettere a riposo le orecchie e lasciarmi guidare dai suoni. Trovo che sia molto potente registrare qualcosa che in quell’istante ti sembra interessante, o fonte d’ispirazione, e poi lasciarlo sedimentare. Dopo qualche mese, quando riascolto tutto in studio, vengo immediatamente riportato in quei luoghi, in quelle emozioni, a volte in modo persino più forte rispetto a una fotografia o a un video. Uso tecniche e microfoni diversi: registratori portatili, ma anche idrofoni per registrare sott’acqua o geofoni, pensati per captare le vibrazioni sismiche».
La musica, però, non arriva subito nella sua vita professionale. Prima c’è il graphic design, campo in cui si forma e lavora per alcuni anni. È un passaggio tutt’altro che secondario: ancora oggi il suo lavoro musicale conserva una forte dimensione visiva. Nel 2015 esce il primo disco, OKA, pubblicato da un’etichetta neozelandese, la Cosmic Compositions: «All’epoca ero solo un bedroom producer, facevo musica in camera mia e la vivevo ancora come un hobby. Quando sono stato contattato per realizzare un album, ho acquisito sicurezza e fiducia». L’illuminazione sulla strada giusta da seguire avviene grazie a Les Garages Numériques, festival e piattaforma multidisciplinare che mette insieme installazioni, performance e concerti, e che diventa per lui un primo laboratorio di sperimentazione. È lì che tra il 2016 e il 2019 prende forma, in modo sempre più chiaro, l’idea di un suono come “ambiente da attraversare”, più che come semplice sequenza di tracce: «A quel punto ho capito che la mia vera passione era il legame tra immagini e musica. È per questo che amo lavorare per il cinema (ha realizzato diverse colonne sonore, ndr), per le installazioni o per la moda: non è mai solo musica, ma un modo di raccontare una storia insieme ad altri, mescolando linguaggi diversi».
Le Motel prosegue il suo percorso evitando traiettorie lineari. Alla ricerca elettronica si affianca presto un’immersione nel mondo dell’hip hop belga: nascono così Morale (2016) e Morale 2 (2017), realizzati con il rapper Roméo Elvis: «Credo che piacesse il fatto che fosse hip hop, ma mescolato a molte altre influenze: jazz, footwork, techno, UK garage. È stata un’esperienza molto bella, perché siamo partiti da qualcosa di underground, e poi è esploso completamente, almeno nel mondo francofono». Il successo, detto in altre parole, arriva. Negli anni successivi, Leclercq alterna collaborazioni e progetti più intimi. Con MAAR (2023), realizzato con il chitarrista Bruce Wijn, esplora atmosfere più lente, mentre per Baltimore – nato durante la pandemia ma uscito nel 2023 – lavora con il rapper francese Fuzati riflettendo sul tema del viaggio in un momento storico in cui muoversi è quasi impossibile. Accanto agli album e alle collaborazioni più strutturate, sviluppa nel tempo una serie di EP, pensati come spazi di sperimentazione (tra i più significativi, Transiro e Kernel Panic).
Ma è il 2025 a segnare un nuovo punto di sintesi: da un lato Bitter Better, realizzato con il rapper nigeriano Magugu, in cui elettronica e pidgin rap si incontrano senza gerarchie; dall’altro Odd Numbers / Sô´Le, costruito insieme a poeti e musicisti vietnamiti. «Sono arrivato in Vietnam per suonare in un club di Hanoi e, come mi succede spesso quando viaggio, ho deciso di restare il più possibile. Non avevo nulla di pianificato: tutto avveniva passo dopo passo, seguendo incontri, suggerimenti, intuizioni. Il Vietnam è stato particolarmente ricco di connessioni umane, e a un certo punto ho sentito il desiderio di mettere insieme tutte quelle voci, dalle conversazioni ai suoni dei mercati. Ho iniziato a documentare tutto attraverso un registratore, che trovo meno invadente di una grossa videocamera. Quando sono tornato a Bruxelles, ho lasciato quelle registrazioni da parte per mesi. Riascoltarle più tardi è stato come riattivare quei luoghi, ma volevo evitare un approccio estrattivo, non prendere suoni e basta. Così ho coinvolto tutte le persone incontrate, scambiando demo e idee tra Bruxelles e il Vietnam, come in un ping pong continuo. Ognuno ha portato il proprio universo nel progetto: è nato così un lavoro collettivo, in cui ho coinvolto anche musicisti vietnamiti che vivono in Europa e utilizzato strumenti tradizionali come il đàn b`âu e il đàn tranh. È il progetto che più di tutti rappresenta ciò che voglio fare con la mia musica».
Il suo rapporto con la moda nasce invece grazie all’amico Pierre Debusschere, image and music director di Bottega Veneta ai tempi del direttore creativo Matthieu Blazy: «Insieme abbiamo lavorato a diverse sfilate. È stato il mio primo passo in quel mondo», racconta. Così quando Blazy passa a Chanel, coinvolge nella nuova avventura anche Leclercq, che lavora al sound design, al field recording e alla composizione di alcune musiche delle prime due sfilate, oltre al già citato cortometraggio diretto da Michel Gondry, di cui realizza la colonna sonora prima ancora delle riprese: «Sono un grande fan del lavoro di Gondry. Ho percepito un’autentica connessione, artistica e umana. È stato un viaggio molto bello».








