Flutter Entertainment, proprietaria di FanDuel, lascerà il London Stock Exchange ad agosto. La scelta rappresenta l’ultimo capitolo di una tendenza che negli ultimi anni ha progressivamente indebolito l’appeal del mercato londinese. Tra delisting, trasferimenti di quotazione e IPO mancate, la Borsa britannica sta assistendo a un costante spostamento di società verso mercati considerati più attrattivi in termini di valutazioni, liquidità e accesso ai capitali.
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Secondo dati del London Stock Exchange elaborati da Statista, il numero di società quotate o negoziate sul listino britannico è sceso da circa 2.365 nel 2015 a poco più di 1.560 nel 2025, con una riduzione di oltre 800 società, pari a circa un terzo del totale. Nel solo 2024, secondo EY, ben 88 società hanno lasciato il mercato principale o trasferito la quotazione primaria all’estero, a fronte di appena 18 nuove quotazioni, il maggiore deflusso netto dalla crisi finanziaria globale.
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Numero di società quotate all’Lse
Fonte: Statista
L’addio di Flutter Entertainment
Flutter Entertainment, leader globale delle scommesse online e proprietaria della piattaforma FanDuel, ha annunciato che ad agosto abbandonerà definitivamente il London Stock Exchange (LSE), mantenendo come unico mercato principale il New York Stock Exchange. Con una capitalizzazione di circa 14,3 miliardi di sterline, Flutter aveva già trasferito nel 2024 la propria quotazione primaria a New York. L’uscita definitiva dal listino londinese, secondo il management, risponde al migliore interesse degli azionisti, sempre più concentrati sul mercato statunitense, dove il gruppo genera una quota crescente dei propri ricavi grazie al boom delle scommesse sportive online.
Il problema strutturale del mercato britannico
La decisione di Flutter si inserisce in un fenomeno più ampio che investe il mercato azionario del Regno Unito. Negli ultimi anni numerosi investitori internazionali hanno ridotto l’esposizione alle azioni britanniche, contribuendo a mantenere le valutazioni del listino inferiori rispetto a quelle osservate negli Stati Uniti.
A pesare sono diversi fattori: gli effetti di lungo periodo della Brexit, una minore presenza di investitori istituzionali domestici, la crescente attrattività di Wall Street per i gruppi tecnologici e ad alta crescita e una liquidità inferiore rispetto ai principali mercati americani. Il risultato è una progressiva migrazione delle società verso New York, percepita come il mercato in grado di riconoscere multipli più elevati e garantire una platea di investitori più ampia.
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Da AstraZeneca a Wise: il 2025 segna una svolta
Il 2025 ha rappresentato uno degli anni più significativi per il fenomeno. La fintech britannica Wise ha ottenuto il via libera degli azionisti per trasferire la propria quotazione principale negli Stati Uniti, mantenendo una presenza secondaria a Londra. La società ha motivato la decisione con la necessità di ampliare l’accesso ai capitali e aumentare la visibilità presso gli investitori globali.
Particolare attenzione ha suscitato poi anche la scelta di AstraZeneca, che, pur escludendo un’uscita dal mercato britannico, aveva annunciato l’intenzione di passare a una quotazione diretta negli Stati Uniti. Con oltre 170 miliardi di sterline di valore di mercato, si tratta di una delle società simbolo della City. Il debutto al Nyse è avvenuto il 2 febbraio scorso e con questa operazione, la negoziazione delle azioni ordinarie di AstraZeneca è stata armonizzata tra la Nyse, Lse e il Nasdaq Stockholm (STO), nell’ambito di una struttura di quotazione unificata che allinea i principali mercati in cui il titolo è scambiato. Per molti osservatori potrebbe creare un effetto emulazione tra altre blue chip britanniche.
Nello stesso anno Petershill Partners ha scelto il delisting da Londra sottolineando citando la deludente performance del titolo e la bassa valutazione di mercato, mentre la società farmaceutica Indivior ha cancellato la propria quotazione secondaria motivando la scelta con risparmi sui costi e una maggiore focalizzazione sulle attività statunitensi. Al novero si era poi aggiunto il produttore di gelati Magnum, nato dallo spin-off di Unilever, che ha preferito Amsterdam come mercato principale per il debutto in Borsa con una valutazione di circa 7,8 miliardi di euro.
Le IPO che Londra non riesce più ad attrarre
Alla fuga delle società già quotate si aggiunge la crescente difficoltà nell’attrarre nuove matricole.
Il caso più emblematico resta Arm Holdings. Nel 2023 il progettista britannico di semiconduttori ha scelto il Nasdaq per la propria quotazione, nonostante i ripetuti tentativi del governo britannico di riportare il gruppo a Londra dopo l’acquisizione da parte di SoftBank.
Invecchiare è diventato qualcosa da prevenire, rallentare e correggere. Botox, filler e lifting raccontano una società sempre più ossessionata dalla giovinezza.
Più recentemente anche il gruppo di fast fashion Shein, secondo fonti Reuters, sta lavorando a una quotazione a Hong Kong dopo che l’Ipo londinese non ha ottenuto l’autorizzazione delle autorità cinesi. In precedenza il gruppo aveva tentato anche la strada di New York, nel tentativo di rafforzare la propria immagine globale e attrarre grandi investitori occidentali.
Nel settore delle materie prime, Cobalt ha invece ritirato il progetto di Ipo nel Regno Unito per insufficiente domanda da parte degli investitori. Con una valutazione di circa 230 milioni di dollari, avrebbe rappresentato il maggiore debutto alla Borsa di Londra dai tempi della quotazione di Air Astana nel febbraio 2024.
Un esodo iniziato anni fa
La tendenza non è nuova. Nel 2024 Just Eat Takeaway ha lasciato il listino londinese per ridurre costi amministrativi e regolamentari. Ashtead, storico componente del mercato britannico dal 1986, ha annunciato il trasferimento della quotazione a New York. Nello stesso anno hanno abbandonato il mercato anche il gruppo petrolifero Woodside Energy e la società di consulenza Unisys, mentre gli azionisti di TUI, il maggiore operatore turistico europeo, hanno approvato il passaggio a una quotazione esclusivamente tedesca sostenendo che una quotazione unica in Germania rispecchi meglio la struttura proprietaria e i flussi di negoziazione.
Guardando agli anni precedenti, il colosso del brokeraggio assicurativo Marsh & McLennan, Kingspan, valutato circa 99,08 miliardi di dollari, ha annunciato l’uscita dal LSE per i ridotti volumi di scambio, mantenendo la quotazione primaria al NYSE. Il produttore di materiali da costruzione Crh, valutato circa 80,44 miliardi di dollari, ha trasferito la quotazione primaria al NYSE nel 2023, pur mantenendo una quotazione standard al LSE. Ancora prima Il fornitore di prodotti idraulici Ferguson aveva spostato la quotazione primaria negli Stati Uniti. Nel 2021 il maggiore gruppo minerario mondiale per capitalizzazione ha reso l’Australia il proprio mercato principale quando nel 2021 ha abbandonato la struttura a doppia quotazione.
La sfida per la City
Per la Borsa di Londra il problema non riguarda soltanto il numero di società quotate, ma soprattutto la qualità e la dimensione dei gruppi che stanno lasciando il mercato. Molte delle aziende coinvolte appartengono infatti alla fascia più alta della capitalizzazione e rappresentano settori strategici come farmaceutica, tecnologia, servizi finanziari e materie prime. Le autorità britanniche hanno avviato negli ultimi anni diverse riforme per rendere il mercato più competitivo e favorire nuove quotazioni. Ma nonostante le iniziative, il vantaggio competitivo di Wall Street continua a esercitare una forte attrazione. Anche perché fra le principali critiche viene ribadito sempre più spesso lo scarso livello di scambi, oltre ai costi onerosi della quotazione londinese.
L’uscita di Flutter conferma che la partita per il rilancio della City è tutt’altro che conclusa. E che la sfida principale non è soltanto attirare nuove Ipo, ma convincere i campioni nazionali e internazionali già quotati all’Lse che Londra può ancora offrire valutazioni e liquidità comparabili a quelle dei mercati statunitensi.