Ertè, protagonista dell’epoca splendente delle Arts Dèco
Una mostra lo celebra al Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci a Fontanellato
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Il regista John Cox narrava di essere rimasto sconvolto dalla capacità lavorativa di Ertè (al secolo Romain de Tirtoff), quando, dopo lunghi tentativi, era riuscito ad assicurarsi la sua collaborazione per una edizione destinata a fare storia di Der Rosenkavalier di Richard Strauss del 1980 al Festival di Glyndebourne, protagonista una radiosa Felicity Lott e la fascinosa Rachel Yakar. L’artista (che faceva parte di un’onda proveniente dalla Russia, legata in primo luogo alla lezione dei Ballets Russes) era ottantenne, ma come nel corso di tutta la sua esistenza ha continuato a disegnare, dipingere, lavorare in ogni ambito delle arti applicate, tra moda e teatro. Proprio in questa dimensione ha sempre lasciato segni importanti, dalla prima giovinezza. Arrivato a Parigi, malgrado le opposizioni della sua famiglia di stirpe militare, che non credeva accettabile la carriera del rampollo come sarto, egli aderì da subito al mondo rutilante di Paul Poiret, da poco celebrato da una grande mostra al Musée des Arts Deco a Parigi.
In questo ambito disegnò costumi per la rivista musicale celebre Le Minaret e vestì Mata Hari, inaugurando la collaborazione con una lunga sequenza di dive della scena. Una importante mostra, la prima in Italia a distanza di moltissimi anni, che reca come sottotitolo Lo stile è tutto, a cura di Valerio Terraroli (catalogo a cura dello stesso, con un saggio di Alessandra Tiddia, Franco Maria Ricci, pp. 157, € 68) al Labirinto della Masone di Franco Maria Ricci a Fontanellato, in corso fino al 28 giugno prossimo, ripropone l’opera di colui che Diane Vreeland, sua grande sostenitrice dagli anni ’20, in un celebre documentario del 1979, in dialogo con Ertè, lo definisce il protagonista dell’epoca splendente delle Arts Dèco, lasciando poi la parola all’artista.
New York
Franco Maria Ricci, ritratto insieme a lui, aveva scoperto la sua arte a New York, lo aveva cercato a Parigi e gli aveva dedicato un libro nel 1970, che è ormai una rarità bibliografica, chiedendo di scrivere il saggio introduttivo a Roland Barthes. Le sue opere furono spesso citate e rivisitate, alla mostra di Horst alla Fondazione Cini, spiccano le donne-alfabeto che sono un omaggio evidente. La mostra ripercorre le collaborazioni con alcune dive che si rivolsero al maestro del costume, per i loro spettacoli. Ganna Walska, polacca per nascita e americana d’adozione, fece parlare di sé per uno scarso talento vocale (a lei sembra si rifece Orson Welles per definire il personaggio della moglie del protagonista in Citizen Kane) e per una strepitosa capacità di sposare consorti ricchissimi che le presero in affitto teatri a Parigi e a Chicago. Magnifici sono i figurini in mostra per Rigoletto (con un chiaro riferimento a Beardsley) e per Fedora. Notevoli anche i lavori per Zizi Jeanmaire, vedette del music-hall, a Parigi negli anni ’70, tra cui spicca La veuve rusée dallo spettacolo Zizi, je t’aime del 1971. In quell’epoca anche la celebre cantatrice Cathy Berberian, abbandonando i rigori delle avanguardie, si era rivolta al maestro russo per il costume di À la recherche de la musique perdue, strepitosa scorribanda nel mondo della romanza da salotto tra fine Ottocento e inizio Novecento. Alcuni dei disegni di scena più complessi sono legati alla celebri riviste Scandals, inventate dall’impresario George White, che fu assai importante per l’arrivo e per la fama di Ertè negli Stati Uniti, dove per molti anni ebbe un ruolo da protagonista sulle pagine di Harper’s Bazaar.
Strepitosi sono i figurini dei fiumi (Le sorgenti del Reno, Guadalquivir) per una produzione del 1923. Queste produzioni favolose cessarono con la grande crisi del 1929, quando l’artista, che aveva trovato negli USA, la sua grande fortuna, lasciò il paese, tornando in Francia, dove si legò in modo indelebile alla scena delle Folies Bergère. Francis Poulenc si rivolse a lui, chiamandolo “mago”, nel 1947, per l’allestimento della prima de Les mamelles de Tyresias, lavoro mirabile, commedia metafisica, tratto dal dramma omonimo di Guillaume Apollinaire. I critici hanno spesso associato il lavoro di Ertè al mondo dei Ballets Russes, e specialmente alla lezione determinante di Leon Bakst, ma il maestro ha sempre preferito segnalare una discendenza per l’uso del colore pienissimo dato a larghe campiture, per scelte di rappresentazione che giocano con la bidimensionalità, la miniatura persiana. Magnifica è in mostra una scenografia per l’episodio Sheherazade per Aladin alle Folies Bergère nel 1929. Non si contano i soggetti orientali, tra un Ali Babà, i costumi per il balletto Mother of Pearl a Marsiglia nel 1923, che metteva in scena segreti e splendori dell’Indocina. Altrettanto sono di grande importanza i disegni per la moda, a partire da lavori fatti nel 1913 sotto l’egida di Paul Poiret, da cui poi prese le distanze, inaugurato una sua impresa personale, che venne ostacolata dal maestro. Abiti, scarpe, ombrellini, corsetti, bustini, acconciature, scorrono testimoniando del talento strepitoso del maestro russo, che ha lasciato un enorme corpus di opere.








