Idee

Epica e solenne, una corsa memorabile

di Giuseppe Lupo

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Bisogna salire a bordo di una di quelle macchine antiche e rumorose – una vecchia Bugatti, un’Alfa degli anni Trenta – per riconoscere i segni di un linguaggio che conserva qualcosa di epico e di solenne in un tempo in cui la solennità dell’epica non c’è più, soppiantata dalla dimensione del tempo inteso come qui e ora. Epico e solenne è il suono dei motori che fanno le prove generali sulla Piazza della Vittoria, a Brescia, e si preparano alla grande impresa. Nessuno scenario funziona meglio di quel luogo che ostenta le linee rette di un razionalismo architettonico che è figlio di quella stessa epoca in cui nacque le Mille Miglia. In Piazza della Vittoria avviene di tutto: le automobili si affacciano come signore per nulla intimorite di indossare abiti fuori moda, anzi è proprio il loro essere fuori da ogni contemporaneità che ne fa un simbolo eterno, la sostanza di un sogno che si è impadronito dell’immaginario umano sin da quando il Novecento ha cominciato a fare i primi passi. Non occorre troppa dimestichezza con il mondo della letteratura per ripristinare il mito della velocità che più di cento anni fa sposò totalmente l’idea del moderno. Quell’idea sarebbe rimasta per sempre e nessun’altra delle successive invenzioni tecnologiche sarebbe stata in grado di scalfirla. Questo è il messaggio che, al loro apparire, pronunciano i modelli di quattro ruote non appena fanno capolino sotto i tendoni della punzonatura. C’è la ricerca di un’esibizione, c’è il senso di un volersi mostrare agli occhi tanto di esperti estimatori quanto di curiosi ignari delle meraviglie della meccanica. Ma è esattamente questo il sentimento che regala un che di eccezionale ai preparativi in atto. Non si stazione da quelle parti solo per fotografare. Si gironzola intorno alle ruote, si ammira la carrozzeria, si studia la posizione delle leve già per il solo fatto di aderire a un rito collettivo. Quel che sorprende, però, è il trattare questi gioielli di meccanica con grande rispetto, quasi con sorprendente attenzione: la stessa che si riserva a un anziano genitori, fragile negli anni e magari bisognoso di cure e di cautele. Le automobili che sostano in Piazza della Vittoria somigliano davvero a figure attempata e suscita sempre grande meraviglia, non appena avviene la messa in moto, nel sentire la potenza dei pistoni, il tuono scoppiettante che sfugge al tubo di scappamento e ci si guarda tutti con quel sorriso di sorpresa, che sottintende la stessa espressione: hai visto che forza, non sembrano capaci di tanto! In effetti, appartengono a un mondo talmente remoto da apparire reperti archeologici. Lo sono, certo, ma di una specie così rara da azzerare qualsiasi paragone con tutto ciò che è stato prodotto dopo, chiamiamola discendenza automobilistica, sicché avviene quel miracolo che tutti aspettano: le macchine su cui viaggiano gli uomini dell’organizzazione, le macchine moderne che aprono e chiudono il corteo non le nota quasi nessuno perché appartengono a un repertorio scontato, quotidiano. Non sono esse, infatti, a catalizzare l’attenzione dei presenti e quando il corteo si muove per le strade di Brescia, salendo e scendendo i tornanti che portano alla zona del Castello e poi tornano a scivolare sulle vie del centro, è scontato che le braccia alzate della gente a bordo strada siano tutte indirizzate a salutare i bolidi dell’anteguerra. Qualsiasi luogo toccato dal corteo, dal piccolo paese in riva al lago di Garda ai grossi centri abitati lungo la tappa che da Brescia porta a Padova, avviene sempre lo stesso rito: le persone si radunano a bordo strada, consumano l’attesa sotto il sole rovente del pomeriggio di giugno, poi all’improvviso tendono l’orecchio a qualche motore inusuale che si annuncia da dietro una curva e si lanciano in un saluto che sa di altri tempi, commovente e commosso. Un saluto all’indirizzo delle celebrità che sfilano nelle stradine di campagna, come un sogno allineato al filo d’erba che delimita la cunetta. Dura pochi attimi il passaggio delle vecchie cilindrate, ma è ha la durata di un sogno che, a raccontarlo, ha il passo lunghissimo di un romanzo.

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