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Energia, allerta sui conti: vertice di maggioranza in vista del Dfp

A Palazzo Chigi Meloni incontra Giorgetti, Salvini, Tajani e Lupi

di Gianni Trovati

Tajani "Avanti su riduzione accise per aiutare famiglie e imprese"

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Dopo un’altra giornata di mercati in altalena, Governo e maggioranza provano a rimettere a punto la strategia per i prossimi passi di politica economica. Nel tardo pomeriggio di giovedì 2 aprile si trovano nello studio della premier Meloni il ministro dell’Economia Giorgetti, i due vicepremier Tajani e Salvini e il leader di Noi Moderati Lupi.

Sul tavolo, fanno sapere da Palazzo Chigi, i contenuti del Documento di finanza pubblica, atteso in consiglio dei ministri dopo Pasqua. Per i numeri definitivi è presto, anche perché molto dipende dall’ultima parola attesa dall’Eurostat sul deficit 2025, indicato fin qui dall’Istat al 3,1 per cento. Ma un fatto è certo: l’obiettivo di disavanzo al 2,8% previsto per quest’anno dal programma di ottobre rischia di rivelarsi archeologico, dopo che un mese di guerra all’Iran ha cambiato radicalmente le prospettive, e i bisogni, dell’economia.

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L’ultimo provvedimento “a bilancio invariato” è quello in calendario nella mattina di venerdì 3 aprile in consiglio dei ministri, con altri 500 milioni di euro per prorogare fino al 1° maggio il taglio delle accise e offrire un mese di credito d’imposta (30 milioni in tutto) agli agricoltori sugli acquisti del loro gasolio effettuati a marzo. Ma è impossibile pensare che poi ci si possa fermare.

Restano tutte da costruire le contromisure per il caro energia di imprese e famiglie, dopo che il gasolio da riscaldamento e i combustibili utilizzati dall’industria hanno già registrato rincari anche oltre il 30%; e in uno scenario del genere la strada che riporta il disavanzo 2026 sopra il 3% del Pil sembra obbligata.

Nascono da qui i ragionamenti che Giorgetti già dalla scorsa settimana ha proposto all’Eurogruppo e all’Ecofin sull’esigenza di sospendere i vincoli del Patto di stabilità, alla luce delle «circostanze eccezionali» che secondo le stesse regole Ue permettono di aprire la gabbia dei conti.

Ma la tessitura delle alleanze necessarie a una decisione del genere è complicata, paradossalmente, dal fatto che gli altri big europei hanno già abbandonato le soglie comunitarie.

La Germania da mesi aveva messo in calendario per quest’anno un disavanzo del 4,8%, mentre il budget della Francia indica un 5%: con cifre del genere, destinate comunque a crescere per la netta frenata congiunturale, il rispetto dei parametri fissati dalla governance economica Ue è un problema relativo.

Per l’Italia è diverso. Fin qui il Governo aveva puntato tutto sul risanamento dei conti, alla rincorsa di un deficit 2025 al 3% che non è ancora completamente sfumato. Ma l’attacco di Usa e Israele all’Iran ha di fatto chiuso quella pagina.

Non tutto andrà scritto nel nuovo Documento, che nell’appuntamento di aprile ha assunto stabilmente un connotato solo «tendenziale», cioè privo degli obiettivi programmatici che invece vanno decisi a ottobre.

Al momento, il quadro macroeconomico elaborato per il Documento ipotizza una crescita del +0,5%, con un taglio di due decimali rispetto alle previsioni di ottobre che produrrebbe effetti marginali sulla linea del deficit. Ma sono numeri che rischiano di invecchiare in fretta.

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