Terzo settore

Empori solidali, realtà italiane in crescita e sempre più orientate al modello dell’hub di comunità

Nel 2025 l’ultimo report di Euricse ne ha rintracciati 309 (oltre 100 in più rispetto al 2021). La diffusione premia il Nord ma resta il nodo della sostenibilità economica

di Camilla Curcio

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Punti di smistamento di beni di prima necessità, strategici nel contrasto alla povertà alimentare. Ma anche «hub di comunità» in continua evoluzione, fondamentali nel creare aggregazione e inclusione. È questa la fotografia degli empori solidali scattata dal nuovo rapporto Euricse «Gli empori solidali in Italia: oltre la distribuzione alimentare», realizzato nell’ambito della ricerca «Comunità intraprendenti alla ricerca di pratiche di trasformazione sociale».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Cosa sono gli empori solidali

Piccoli supermercati rivolti a persone e famiglie in condizioni di particolare fragilità socio-economica che, attraverso una tessera a punti rilasciata solo con determinati requisiti, possono scegliere liberamente tra i prodotti disponibili (non si tratta di forniture standardizzate: gli approvvigionamenti cambiano in base agli accordi stretti con le aziende del territorio, le disponibilità e le esigenze dei contesti specifici e consistono perlopiù in cibo, ma anche beni per l’igiene personale, indumenti e materiale scolastico), gli empori solidali rientrano nella grande categoria delle «comunità intraprendenti». Una definizione ampia che racchiude tutte le esperienze nate dall’iniziativa di cittadini, associazioni e organizzazioni che operano sul territorio, sperimentando forme nuove di sviluppo sociale ed economico.

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Seppur - per definizione - potrebbero sembrare infrastrutture immobili, non lo sono. E lo conferma, nero su bianco, l’evoluzione che negli ultimi anni li ha coinvolti: pur essendo, infatti, tenuti a occuparsi, come attività principale e identitaria, di distribuzione alimentare, sono stati diversi gli empori che hanno deciso di offrire agli utenti anche numerose altre attività «collaterali», prevalentemente legate all’ambito ricreativo (cene di quartiere e mostre), culturale, di formazione (ad esempio doposcuola e corsi di italiano), volontariato (collette alimentari), ascolto e consulenza (ad esempio sportelli per l’orientamento professionale e supporto psicologico).

Garantendo, quindi, alla comunità anche spazi di interazione positivi. Al di là della pura e semplice assistenza materiale. Che non si configura più come un’esperienza “passiva”, come può spesso accadere nel caso delle erogazioni predisposte da mense o banchi alimentari, ma come una manifestazione di autonomia, che guida le persone anche a limitare gli sprechi e a fare selezione tra prodotti necessari e superflui. Anche attraverso, ad esempio, «sportelli di consumo critico», con operatori che aiutano i consumatori a riflettere sulle proprie scelte alimentari e nutrizionali. Insomma, un modello win-win.

Chi può accedervi

Ovviamente gli empori solidali non sono aperti a chiunque. I potenziali beneficiari, infatti, vengono individuati attraverso un’azione coordinata tra l’emporio stesso, le realtà pubbliche e le realtà del privato sociale del territorio. Dunque, tanto servizi sociali quanto enti del Terzo settore. Ci sono poi casi particolari, come quelli degli empori gestiti dalle Caritas: in questo caso, la selezione avviene internamente, perché generalmente sono i diretti interessati a rivolgersi al centro di ascolto, che li indirizza poi all’emporio più vicino.

L’aderenza ai requisiti fissati è vincolante: per poter ottenere la tessera a punti necessaria per gli acquisti, infatti, i potenziali beneficiari vengono scelti in base al reddito (del singolo o della famiglia), con soglie variabili a seconda delle situazioni; la mancata fruizione di altri sostegni economici; la ricognizione attraverso colloqui con i Centri d’ascolto delle Caritas. La rigidità (talvolta eccessiva) nei parametri, tuttavia, comporta anche il rischio di ridurre l’efficacia degli interventi e precludere i sostegni a chi ne ha davvero bisogno: capita, infatti, che individui soli o coppie di anziani chiedano aiuto perché hanno perso il lavoro ma, vivendo in una casa di proprietà, non rientrino nelle categorie idonee.

Lo stesso discorso vale per il periodo di permanenza dei beneficiari nell’emporio: l’accesso, infatti, ha una durata limitata che va da sei a 18 mesi, con la possibilità di chiedere un’estensione trascorsi alcuni mesi. Tempistiche che, a volte, si scontrano con l’impossibilità per alcuni di uscire dalle condizioni di difficoltà.

I numeri del report

Secondo il monitoraggio di Euricse (che si ferma a maggio 2025), nel 2025 gli empori solidali attivi sul territorio italiano sono stati 309 (pari al 38 per cento delle comunità intraprendenti mappate). Un numero che intercetta un aumento significativo rispetto al 2021, quando le strutture attive erano 193, strettamente legato all’incremento delle persone e delle famiglie fragili. A oggi, dopo una serie di picchi considerevoli in determinati periodi, il fenomeno si è mediamente stabilizzato, forse in virtù del fatto che gli empori vantano ormai una presenza capillare e ben assestata sulla penisola. Elemento che, però, non esclude le nuove nascite.

Sul piano della distribuzione geografica, invece, gli empori risultano generalmente presenti su tutto il territorio italiano. Tuttavia, andando più nel dettaglio, si nota come si concentrino maggiormente nel Nord Italia (circa 48 per cento, quasi la metà delle realtà mappate). Seguono poi il Centro Italia (29 per cento) e il Sud (23 per cento, dove ancora prevalgono modelli d’assistenza classici come le consegne dei pacchi alimentari e le distribuzioni di pasti nelle mense per meno abbienti).

A livello regionale, la presenza più consistente si ritrova in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, che da sole raggruppano oltre il 48 per cento degli empori presenti nel Paese. Non è tutto: in tutte quattro, infatti, si sono sviluppate vere e proprie reti di empori, formali o informali, che vedono le singole strutture lavorare in tandem nel contrasto alla povertà e allo spreco nell’ottica della cooperazione e dell’inclusione sociale.

La forma giuridica

Quanto, invece, alla forma giuridica delle organizzazioni che gestiscono gli empori, l’analisi ha rivelato la centralità delle reti territoriali e l’enorme ricchezza di modelli operativi e gestionali. Tutti mirati a superare l’assistenzialismo a favore della centralità della persona, evidenziando ulteriormente lo shift da semplici corner distributivi a complessi hub multiservizi e attori di rete. Nel quadro generale, al primo posto spiccano Caritas ed enti ecclesiastici (39 per cento), seguono associazioni (31 per cento) e organizzazioni di volontariato (12 per cento). Ma ci sono anche cooperative sociali (6 per cento), enti pubblici (5 per cento), fondazioni (2 per cento) e consorzi (1 per cento). In generale, la maggior parte si identifica come ente del Terzo settore o ecclesiastico, mirando alla costruzione di un welfare comunitario e allineandosi anche al patrimonio di valori di questi contesti: la cultura del dono, la solidarietà, la dignità della persona.

Spostandosi, invece, sui 28 empori solidali intervistati, la situazione cambia di poco: la forma giuridica più diffusa è quella delle organizzazioni di volontariato (57 per cento), seguono pari merito col 18 per cento associazioni di promozione sociale, Caritas ed enti ecclesiastici. La scelta preferenziale di questi modelli denota anche la priorità data all’utilizzo di risorse umane non retribuite. Che rappresenta anche un punto debole degli empori: dipendendo da profili totalmente volontari, infatti, molti faticano a garantire la continuità e la professionalizzazione dei servizi accessori.

Quanto, invece, all’intervento ecclesiastico, la gestione diretta o indiretta è strategica: per alcuni elementi, ad esempio il tema degli immobili, li fornisce direttamente in comodato d’uso o funge da garante patrimoniale. E i vantaggi sono evidenti. Non solo: anche l’integrazione degli empori nel sistema di welfare delle diocesi fa la differenza nella scelta dei beneficiari e nell’avvio dei percorsi d’assistenza.

In generale, la prevalenza dei due modelli (Caritas e Centri servizi volontariato) riflette una sinergia virtuosa tra due diverse culture del sociale che trovano però un punto d’incontro nell’attenzione alla persona: da una parte la centralità della carità, attraverso la relazione umana e l’ascolto oltre i bisogni materiali, dall’altra una visione che fa leva su cittadinanza attiva ed empowerment. Un perimetro in cui trova spazio anche il coinvolgimento della cittadinanza attraverso strumenti che spaziano dal livello istituzionale a quello informale. E, di frequente, anche degli stessi beneficiari dei servizi, che restituiscono l’accoglienza ricevuta, ad esempio con ore di volontariato e un supporto alle operazioni di carico e scarico merci. La vera sfida per il futuro resta trasformare tutto questo da iniziativa episodica a coinvolgimento strutturale.

Il nodo della sostenibilità economica

Oltre al rafforzamento delle reti collaborative per non operare isolati e all’evoluzione verso modelli multidimensionali, la sfida più critica per la galassia degli empori solidali resta quella della sostenibilità economica. Per continuare a operare, infatti, gli empori hanno bisogno di diventare poli multi-servizi in modo da affrontare il tema della povertà da più prospettive, integrando l’assistenza alimentare con risposte al lavoro povero, all’isolamento sociale e alla povertà relazionale. Diversificare l’offerta, infatti, consente di intercettare finanziamenti ad hoc (come quelli per la formazione o l’assistenza psicologica) che non sarebbero disponibili per la sola distribuzione delle derrate alimentari.

Relativamente ai finanziamenti, l’ecosistema è abbastanza ibrido (e tendenzialmente precario). Arrivano prevalentemente da tre direttrici: il sostegno istituzionale e pubblico rappresenta la fonte più solida di risorse e si manifesta sia in forma di finanziamenti monetari sia di concessione di locali in comodato d’uso gratuito; seguono i fondi associativi, diocesani e i bandi temporanei, che rappresentano spesso un capitale di partenza per progetti che dovranno poi imparare a reggersi con le proprie forze; infine, il capitale relazionale e privato che copre i costi che i canali ufficiali non riescono a coprire.

Sotto il profilo degli approvvigionamenti, infine, la sostenibilità è strettamente legata alla capacità di gestire la logistica del fresco e delle eccedenze. Mentre i canali Agea-Fead (rispettivamente Agenzia per le erogazioni in agricoltura e Fondo di aiuti europei agli indigenti) garantiscono le derrate di base, il vero campo di prova sta nella capacità di recupero dalla grande distribuzione organizzata. Che, da parte dei singoli empori, richiede investimenti specifici (ad esempio in macchine per il sottovuoto o sacchetti).

Il lavoro dei volontari

Negli empori solidali, i volontari rappresentano evidentemente un tassello essenziale del puzzle. Il profilo del volontario, negli anni, è mutato per effetto della necessità di trovare un punto di equilibrio tra tradizione e nuove risorse. Sebbene, infatti, il bacino storico (che si muove nel range anagrafico 50-60 anni) sia ancora operativo, l’ostacolo del turnover pesa. E per questo, ci si è posti come sfida la ricerca della flessibilità: il modello degli empori ha dimostrato di avere un certo appeal sulle nuove generazioni, perché consente «un impegno meno vincolato e più legato ai singoli progetti». Esperienze, dunque, di volontariato estemporanee e di durata variabile.

A spingere i volontari, oltre alle motivazioni etiche e all’impegno civico, spicca anche la lotta contro lo spreco alimentare, l’attenzione all’ambiente e il volontariato come strumento di empowerment. E i profili che lavorano sul campo sono sempre più variegati: dal professionista che opera pro bono (ad esempio medici) ai giovani coinvolti, ad esempio, attraverso percorsi di Pcto (ex alternanza scuola-lavoro), fino ai beneficiari, ossia ex utenti che diventano volontari attivi.

Il valore della rete

Appartenere a una rete, che sia formale o informale, è uno strumento importante per non lasciarsi sovrastare dalla discontinuità dei finanziamenti, dalla complessità dei bisogni da affrontare e dal rischio di cronicizzare l’assistenza. E incide in profondità tanto sull’efficacia operativa degli empori sia sulla loro tenuta nel tempo.

Nelle reti, le singole strutture si scambiano competenze, modelli organizzativi, strumenti e soluzioni concrete (dalle strategie di approvvigionamento del cibo ai protocolli per la gestione dei volontari) e lavorano sulla capacità di adeguarsi ai contesti per rinnovare, nel tempo, il proprio modus operandi. Non solo: il contatto con le altre realtà favorisce anche investimenti relazionali preziosi, che consentono poi di attingere a informazioni e opportunità altrimenti inaccessibili. Con un automatico miglioramento della qualità dei servizi, un consolidamento della legittimità sociale e una maggiore apertura al dialogo con le istituzioni.

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