Emergenza coronavirus: ci vorranno due anni per tornare ai livelli di gennaio
Secondo uno studio Censis-Confcooperative le chiusure generalizzate di attività decise per fronteggiare l’ epidemia hanno avuto un impatto sul 42,4% del fatturato dell’industria e dei servizi
di Giorgio Pogliotti
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Le «giuste misure» di contenimento del virus portano a una frenata del Pil: occorreranno 2 anni per tornare ai livelli di gennaio 2020. Senza la liquidità immediata rischiamo di perdere 1 milione di imprese: il governo deve consentire alle banche di essere immediatamente operative con istruttorie in tempi record, degne dei periodi di emergenza. Poco più di metà delle imprese e metà dei lavoratori non si sono fermati: la fase due «può partire di qua».
Sono alcune delle risultanze del Focus Censis/Confcooperative su “Lo shock epocale: imprese e lavoro alla prova della “lockdown economy”, che analizza l’impatto dell’emergenza coronavirus sull’economia italiana, considerando una chiusura delle attività fino a maggio 2020, al netto ovviamente delle drammatiche conseguenze sociali che l’epidemia sta avendo sul Paese.
Dalla chiusura di attività un impatto da 1.321 miliardi
La dimensione economica del “lockdown” rilevata dal focus è pari a 1.321 miliardi di euro, che corrisponde al 42,4% del totale del fatturato dell’industria e dei servizi che complessivamente supera i 3.115 miliardi di euro.
Il “congelamento” delle attività ha prodotto un impatto che, in termini di fatturato, ha riguardato 660 miliardi di euro nell’ambito dei Servizi e 91 miliardi nelle Costruzioni, mentre per le imprese dell’Industria in senso stretto la restrizione d’attività ha avuto effetto su 570 miliardi di euro perduto
Nell’industria sospeso il 62% degli addetti
I provvedimenti di sospensione d’attività hanno avuto una maggiore incidenza, in termini di addetti, nel comparto dell’Industria in senso stretto (con il 62,2% degli addetti dipendenti e indipendenti sospesi, su un totale di 3 milioni e 987mila) e a seguire le Costruzioni (58,6% dei sospesi su 1,3 milioni di addetti) e i Servizi (35,8% su 11,4 milioni di addetti).
Strumenti di sostegno al reddito per quasi 15 milioni di lavoratori
Le misure di integrazione al reddito delle diverse categorie di occupati decisi dal governo riguardano il lavoro dipendente e il lavoro autonomo. Utilizzando le analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio nel primo gruppo, a fronte di una platea di 16,6 milioni di lavoratori, rientrano 10 milioni di lavoratori che ha già accesso alle diverse forme di cassa integrazione (60,2% sul totale dei dipendenti privati) e 4,7 milioni di occupati che possono beneficiare dell'estensione degli strumenti di integrazione salariale (il 28,3%).


