Al di là del calcio

Elogio di Gigi Riva, uomo oltre i pregiudizi

L’addio al campione ribadisce che i suoi valori e il suo essere fuori dalla mondanità e dalle diatribe hanno superato le indiscutibili qualità sul campo. Le riflessioni di uno scrittore «conterraneo»

di Marcello Fois

Rombo di tuono. Gigi Riva (il suo profilo in una foto di Franco Origlia), nato a Leggiuno (Varese) nel 1944, portò il Cagliari allo storico scudetto nel 1970

4' di lettura

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Amici, non son venuto a seppellire Gigi Riva, ma a farne l’elogio. Da più parti si dice che sardi si nasce. Lui ha dimostrato che sardi si diventa. E della miglior specie: eleganti, taciturni, empatici. Colmi di una gratitudine inestinguibile nei confronti di un popolo e di una terra che ha sentito talmente sua da non volersene andare mai. Come Faber. Come i sardi veri. Non immagini di sardi. Assai più sardi di certi nativi in berritta e vellutino. Quelli che condannano qualunque pedanteria etnica fuorché la loro. A tutti questi in primo luogo ha parlato, e parla, Gigi Riva.

Lui ha incarnato una figura della nostra terra fuori dagli stereotipi, è stato campione, e sardo per scelta, quando parlare di Sardegna significava parlare esclusivamente di Anonima Sequestri e di Costa Smeralda come i poli di un non luogo che consistesse solo nelle contraddizioni che sapeva produrre: l’arcaico contro il moderno, l’immobilismo contro il movimento, l’afasia contro la parola. La Sardegna è stata “contro” fino all’arrivo di questo leggiunese meraviglioso che non aveva l’aria di voler insegnare niente e invece ci ha insegnato un altro modo di declinarci.

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Sono un boomer, sono nato nella breve stagione delle opportunità, ma in una terra che da quel boom ha ottenuto assai poco: lo sfruttamento delle coste, l’industrializzazione coatta, lo spopolamento delle zone interne, la chiusura progressiva delle miniere, la crisi infinita della pastorizia. Quale eroe senza macchia e senza paura avrebbe mai potuto eleggere questa terra a propria patria? Gigi Riva.

Che era fuori da qualunque mondanità, fuori da qualunque diatriba etnica, fuori da qualunque rivendicazione. Eppure, a conoscerlo, una delle cose che lo inorgogliva e che gli stava veramente a cuore era di essere ritenuto sardo. Quando il Grande Cagliari vinse lo scudetto sotto la sua guida avevo dieci anni e vivevo in Barbagia, nel cuore di quel cuore nero in cui si era trasformata la Sardegna interna. Cioè nella sostanza di quella materia informe che la Regione ciambella, fonte di ogni passione vacanziera, quella che i colonialisti avrebbero potuto chiamare Sardegna Attiva, circondava senza l’obbligo di tenerne conto. Anzi con l’imperativo di ignorarla. Abitavo dove si producevano i banditi, dove si nascondevano i rapiti, dove si affiggevano le taglie come fossimo nel Far West. Abitavo in quella terra da cui tutti volevano scappare, per amore e per forza. Camminavo in quelle campagne che tutti volevano abbandonare col miraggio del posto fisso alla Montedison.

Ma lui no. Gigi Riva ha deciso di restarci. Dunque, pensavo, questo campione vuol dirmi che, se ci credo, esiste un altro modo di rappresentarmi, fuori dal mio stesso pregiudizio. Certo lui stava a Cagliari che per noi nuoresi era finis terrae cioè tecnicamente il posto in cui la Sardegna finisce, o inizia. Eppure, per qualche insondabile ragione del cuore, era percepito come sardo a tutte le latitudini. Quella figura asciutta, legnosa, spegneva ogni diatriba campanilistica. Un Ur-sardo quel Gigi Riva che oggi corre l’obbligo di elogiare, perché non è così comune voler tanto bene a un luogo, decidere di farne parte, finire per rappresentarlo, senza pretendere niente in cambio.

Eppure, dirà qualcuno, era solo un calciatore. E il calcio, si sa, è quell’area della nostra Nazione che pare più intoccabile persino dei diritti fondamentali. Ma quello di Gigi Riva era un altro calcio. Uno sport di uomini lontanissimi dai miliardari cybernetici odierni. Uno sport di uomini che vivevano nel mondo, che rappresentavano un mito raggiungibile, persino domestico. Che si prendevano la responsabilità di rappresentare un punto di vista civile. Non ricordo uno spot televisivo, una réclame come avrebbe detto mio padre, girato da Gigi Riva, ma ricordo quando si sporcò le mani e la faccia nelle miniere del Sulcis per solidarietà con quei lavoratori a cui venivano fatte solo promesse e che, qualche anno dopo, consumata la tornata elettorale di turno, sarebbero stati abbandonati a se stessi. Non ho mai visto uno spaghetti western in cui Gigi Riva avesse accettato di partecipare nonostante le cifre esose che gli erano state proposte. Franco Zeffirelli gli offrì un cachet milionario per interpretare il ruolo di San Francesco. Ma ricordo le sue lucide argomentazioni a proposito del problema della pastorizia e della sua precisa connessione con quei pastori a cui venivano proposte quote latte che si dissolvevano una volta consumata l’ennesima competizione partitica.

Quell’eroe discreto, quel mito domestico, quel parente stretto ha dimostrato fino a che punto abbia dato alla Sardegna con la discrezione non dei grandi, ma dei massimi. Fino a che punto un silenzio parla più di mille discorsi. Dentro questo calcio che non gli assomigliava rappresentava una forma cavalleresca ormai svanita. Eppure non ha deposto le armi. Non ha optato per un ritiro accidioso. Ha insistito a seminare buongusto e misura, contro la cafoneria e la sregolatezza. Dimostrando che i fenomeni, calcio compreso, sono grandi solo quando rappresentati da grandi uomini. Altrimenti sono piccoli, anche quando mobilitano un’immensità di denaro.

Ora Gigi Riva, sardo per scelta, gioca con Gaetano Scirea, diventato piemontese per acclamazione e con Diego Armando Maradona, diventato napoletano per elezione. Sant’Elia cederà il suo posto come San Paolo. Oggi la Sardegna è in lutto, i sardi, accorsi a migliaia per salutare quest’uomo straordinario, ricordino fino a che punto si possa essere sardi senza la retorica di sé stessi. Facciano in modo che questo rito collettivo, questo saluto, non possa essere trasformato nell’ennesima passerella. Cerchino di assomigliare a quel campione resistente nell’autorevolezza e nel rigore, con autorevolezza e con determinazione. Rombo di tuono gradirebbe misura e coerenza. Ricordiamoci che gli eroi si onorano cercando di imitarne il senso non solo seppellendoli in pompa magna. Perché il bene che gli uomini fanno sopravvive loro.

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