Elogio di Gigi Riva, uomo oltre i pregiudizi
L’addio al campione ribadisce che i suoi valori e il suo essere fuori dalla mondanità e dalle diatribe hanno superato le indiscutibili qualità sul campo. Le riflessioni di uno scrittore «conterraneo»
di Marcello Fois
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Amici, non son venuto a seppellire Gigi Riva, ma a farne l’elogio. Da più parti si dice che sardi si nasce. Lui ha dimostrato che sardi si diventa. E della miglior specie: eleganti, taciturni, empatici. Colmi di una gratitudine inestinguibile nei confronti di un popolo e di una terra che ha sentito talmente sua da non volersene andare mai. Come Faber. Come i sardi veri. Non immagini di sardi. Assai più sardi di certi nativi in berritta e vellutino. Quelli che condannano qualunque pedanteria etnica fuorché la loro. A tutti questi in primo luogo ha parlato, e parla, Gigi Riva.
Lui ha incarnato una figura della nostra terra fuori dagli stereotipi, è stato campione, e sardo per scelta, quando parlare di Sardegna significava parlare esclusivamente di Anonima Sequestri e di Costa Smeralda come i poli di un non luogo che consistesse solo nelle contraddizioni che sapeva produrre: l’arcaico contro il moderno, l’immobilismo contro il movimento, l’afasia contro la parola. La Sardegna è stata “contro” fino all’arrivo di questo leggiunese meraviglioso che non aveva l’aria di voler insegnare niente e invece ci ha insegnato un altro modo di declinarci.
Sono un boomer, sono nato nella breve stagione delle opportunità, ma in una terra che da quel boom ha ottenuto assai poco: lo sfruttamento delle coste, l’industrializzazione coatta, lo spopolamento delle zone interne, la chiusura progressiva delle miniere, la crisi infinita della pastorizia. Quale eroe senza macchia e senza paura avrebbe mai potuto eleggere questa terra a propria patria? Gigi Riva.
Che era fuori da qualunque mondanità, fuori da qualunque diatriba etnica, fuori da qualunque rivendicazione. Eppure, a conoscerlo, una delle cose che lo inorgogliva e che gli stava veramente a cuore era di essere ritenuto sardo. Quando il Grande Cagliari vinse lo scudetto sotto la sua guida avevo dieci anni e vivevo in Barbagia, nel cuore di quel cuore nero in cui si era trasformata la Sardegna interna. Cioè nella sostanza di quella materia informe che la Regione ciambella, fonte di ogni passione vacanziera, quella che i colonialisti avrebbero potuto chiamare Sardegna Attiva, circondava senza l’obbligo di tenerne conto. Anzi con l’imperativo di ignorarla. Abitavo dove si producevano i banditi, dove si nascondevano i rapiti, dove si affiggevano le taglie come fossimo nel Far West. Abitavo in quella terra da cui tutti volevano scappare, per amore e per forza. Camminavo in quelle campagne che tutti volevano abbandonare col miraggio del posto fisso alla Montedison.
Ma lui no. Gigi Riva ha deciso di restarci. Dunque, pensavo, questo campione vuol dirmi che, se ci credo, esiste un altro modo di rappresentarmi, fuori dal mio stesso pregiudizio. Certo lui stava a Cagliari che per noi nuoresi era finis terrae cioè tecnicamente il posto in cui la Sardegna finisce, o inizia. Eppure, per qualche insondabile ragione del cuore, era percepito come sardo a tutte le latitudini. Quella figura asciutta, legnosa, spegneva ogni diatriba campanilistica. Un Ur-sardo quel Gigi Riva che oggi corre l’obbligo di elogiare, perché non è così comune voler tanto bene a un luogo, decidere di farne parte, finire per rappresentarlo, senza pretendere niente in cambio.








