Elisa Bonaparte e Mimì Pecci Blunt a Marlia
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Sfogliando la bella raccolta di scatti di Milton Gendel, All around Fulco di Verdura, si trova un ritratto di Fulco e di Camilla Pecci-Blunt, intenti l’uno a disegnare i suoi gioielli, l’altra ad ordinare un album di fotografie. La familiarità della scena dice molto sulla consuetudine d’ospitare dei Pecci-Blunt, ch’era poi quella d’una intera società. Ora che quella maniera di vivere fa definitivamente parte del mondo di ieri, come titolava il famoso libro di Stefan Zweig, ci si accorge di come, al pari di uno specchio infranto, ciascuna scheggia contenga l’immagine intera di una svanita totalità. La vita di Anna Laetitia “Mimì” Pecci Blunt (madre della Camilla ritratta in fotografia) è uno di questi frammenti: nella sua biografia è una civiltà a parlare.
Chiedilo al Sole
Era nata a Roma nel 1885 dai conti Pecci, una famiglia della piccola nobiltà, che aveva, però, dato alla Cristianità un pontefice: Leone XIII. L’illustre parentela con l’autore dell’enciclica Rerum novarum - che sollecitava la Chiesa ad interessarsi alla realtà circostante- rappresentò per Mimì qualcosa di più d’un semplice salvacondotto sociale: fu un esempio. Tant’è che, non appena ne ebbe la possibilità, volle applicare all’arte gli stessi principi che avevano ispirato il pontificato del prozio. Avrebbe potuto essere una semplice collezionista, divenne una mecenate.
Anche l’educazione fu quella tipica della propria classe (“Mimì had all the advantages of being born into a well-placed cultivated family, and according to the high European standards of the time and class was educated to speak four languages – Spanish, French, German and English besides Italian- to play the piano and to paint and draw” scrisse di lei Milton Gendel), concludendosi con una serie di viaggi attraverso l’Europa. Fu, però, a Parigi che conobbe il suo futuro sposo – l’agiato imprenditore americano Cecil Blumenthal – e che ebbe inizio la sua attività di promotrice delle arti. Stabilitisi in una dimora di rue de Babylone, i coniugi iniziarono presto a dare ricevimenti, ai quali partecipavano i più interessanti ingegni del tempo, i Diaghilev, i Satie, i Dalí, i Cocteau. I balli- celebre Le Bal Blanc, per il quale Man Ray concepì un mirabolante spettacolo di proiezioni- non erano meno ricercati ed eguagliavano quelli organizzati da Charles de Noailles e da Charles de Beistegui.
Oggi di quel mondo esistono molte testimonianze, grazie all’abitudine che si aveva allora di scrivere lettere e tenere diari (penso alle memorie di Élisabeth de Gramont per esempio) ma di rado si può disporre di una documentazione pari a quella di cui le curatrici della mostra Elisa Bonaparte e Mimì Pecci-Blunt a Marlia hanno offerto una intelligente selezione. Si tratta d’immensi archivi conservati nella villa reale di Marlia nei pressi di Lucca, che i Pecci-Blunt acquistarono nel 1923. La residenza, già appartenuta agli Orsetti – il cui stemma si trova in alcune delle fontane barocche – era stata poi acquistata da Elisa Bonaparte, che ne aveva esteso il parco in vaste prospettive e montagnole, secondo l’uso del giardino all’inglese che in Europa aveva trovato alimento nelle pagine di Rousseau. Mimì restituì alla villa parte dei suoi arredi di gusto Impero e fece costruire un giardino moresco, che offriva una versione stilizzata e geometrica di quelli di Alhambra, e una piscina sul bordo della quale gli ospiti potevano intrecciare il lavoro e la scrittura agli ozi e alle bagatelle. Guardando i documenti esposti, ci rendiamo conto di una capacità, che sembra ormai perduta, di creare quell’atmosfera di diffuso divertissement culturale, che s’esala da certe pagine di Louise de Vilmorin. Il libro degli invitati era lungo come quello delle Ore e per le feste, che sarebbero apparse sui maggiori quotidiani di moda, erano impiegati artisti del lignaggio di Cocteau o di Poulenc. In più luoghi ricorre il simbolo della cometa, già presente nel blasone dei Pecci. Mimì lo impiegò per battezzare la sua galleria e il suo teatro. Durante la guerra questa cometa s’oscurò e a causa dell’avversione del Regime i Pecci-Blunt furono costretti a trasferirsi negli Stati Uniti. Rientrata in Italia, Mimì riprese i suoi consueti inviti e la cometa brillò ancora per qualche decennio. Ma la società che vi partecipava si sarebbe estinta ben presto. Ne troviamo ancora gli echi nelle memorie di uno scrittore come Alberto Arbasino. Sono gli ultimi lampi. Oggi gli archivi di villa Marlia fanno l’effetto dei resti di una Ercolano scomparsa.







