L’intervista

Edoardo Serra, startupper ed ex Apple a Cupertino: cosa ho imparato dall’esperienza internazionale

Una storia che può aiutare gli italiani che guardano alla dimensione globale non per emigrare, ma per trovare un percorso più ricco e soddisfacente

di Luca De Biase

Edoardo Serra è alla sua quarta startup e ha lavorato nove anni a Cupertino, alla Apple

5' di lettura

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È alla quarta startup. Ha lavorato nove anni a Cupertino, alla Apple. È istruttore di volo. Una storia improbabile, se si coltiva il pregiudizio che nascere in Italia sia un limite per fare quel genere di esperienza. Eppure è possibile. E molto soddisfacente, a sentir lui, Edoardo Serra. Le condizioni abilitanti? Nulla di troppo difficile: aver trovato l’ispirazione a fare l’imprenditore, avere imparato a vivere in una dimensione internazionale, avere una preparazione tecnica.

Attualmente, Edoardo Serra sta concludendo la sua avventura come CTO dell’azienda che ha fondato con Carl Madi e Tressia Hobeika e della quale è responsabile della tecnologia: si chiama Stepful ed è ormai una delle più grandi scuole per infermieri e operatori sanitari degli Stati Uniti. «Nel periodo del Covid ci siamo resi conto che il personale sanitario scarseggiava. Abbiamo pensato a una soluzione. Abbiamo messo su una startup per formare persone che potessero lavorare per gli ospedali e per aiutarle a trovare un posto. Abbiamo testato l’idea su 10 persone, che hanno trovato lavoro immediatamente. Siamo stati accettati da Y Combinator, l’acceleratore più noto di Silicon Valley. Abbiamo sviluppato una piattaforma proprietaria. E un modello di business originale». Ora Stepful è un’azienda solida e in veloce crescita. Nel novembre scorso ha ottenuto un nuovo round di finanziamento da 31,5 milioni di dollari, riporta Pulse 2.0. Insomma, il progetto è diventato una realtà solida. Che, probabilmente, d’ora in poi richiederà un po’ più di gestione e un po’ meno di innovazione. «Per me, è giunto il momento di progettare qualcosa di nuovo» dice Serra.

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Non è la prima volta che arriva a questo stato d’animo. Edoardo Serra ha cominciato a fare l’imprenditore a 16 anni, con un socio di 18 che lo ha spinto a guardare al mondo con curiosità e apertura. Era bravo a programmare, Edoardo. E ha pensato che questa sua capacità si potesse valorizzare. I genitori lo lasciarono fare, chiedendogli solo di andare avanti con gli studi e laurearsi. Edoardo lo ha fatto, al Politecnico di Torino, concludendo la triennale. Ma poi lasciò. Perché aveva troppo da fare. Con il socio, che nel frattempo era andato a Hong Kong, ha sviluppato una start up che si chiamava Satisfly: lui si occupava della tecnologia dall’Italia, il socio faceva la commercializzazione dall’Asia. È partita nel 2008, a giudicare dal profilo LinkedIn di Serra, è stata più volte riprogettata, alla fine è stata venduta a una compagnia sudafricana nel 2011. E proprio in quel periodo di transizione, grazie alla segnalazione di un amico, Serra è entrato nel radar dei cercatori di talenti della Apple.

La società di Cupertino, da pochi mesi orfana del suo grande leader Steve Jobs, lo prese per lavorare alla versione italiana di Siri, proprio nel dicembre del 2011. «Fino a quel momento ero convinto di voler restare in Italia. Ma il richiamo della Apple era troppo forte». Tanto che Serra restò poi alla Apple per dieci anni. «Nel tempo il mio contributo si è trasformato: da tecnico è diventato anche manageriale. È stata una scuola fondamentale». E Serra l’ha lasciata solo per riprendere il suo percorso da imprenditore, con Stepful, appunto, e prossimamente con un’altra start up: «Si occuperà di un ambito che conosco bene, perché sono pilota e istruttore di volo. Voglio fare una nuova start up per ridurre i rischi di incidenti aerei, nell’aviazione generale. Immagino uno strumento che si inserisce nel processo di pianificazione del volo e che massimizza la consapevolezza delle ragioni di rischio». Serra sa che cosa serve per far partire una start up. Ha l’esperienza e il curriculum giusto per raccogliere il denaro necessario. Ha l’energia e i contatti. Ce la può fare. Come è riuscito a sviluppare queste risorse fondamentali?

Ogni biografia è unica eppure rivela fenomeni comuni a molte persone. La storia di Edoardo Serra lo conferma. Che cosa insegna il suo percorso? «Ho avuto fortuna. Anche se nel tempo ho accumulato la preparazione che serve a cogliere le opportunità». Saggia risposta: più che sottolineare i propri meriti, è grato alle condizioni che gli hanno permesso di partire. Pensa di essere debitore al suo amico per l’ispirazione a fare l’imprenditore. Sa di dovere la sua esperienza internazionale alla Apple. E probabilmente è grato agli altri cofondatori di Stepful per l’occasione di creare qualcosa di grande. Di suo ha certamente dimostrato un talento per la tecnologia e per la progettazione di innovazioni tecnologiche. Ma la dote più importante, probabilmente, è stata la sua disponibilità a imparare sempre, da tutte le esperienze.

Che cosa direbbe ai ragazzi che oggi si affacciano al mondo del lavoro e che potrebbero essere attratti da una storia come la sua? Una storia aumentata dalla scoperta che la dimensione internazionale è più aperta e accessibile di quanto sembri. In che modo si può imparare dal suo esempio? «I ragazzi di oggi sono più avanti di quanto non fossi io alla loro età. Ma so che cosa ho imparato. Primo, il valore più banale: occorre sapere bene l’inglese. All’inizio non riuscivo a prendere la parola nelle riunioni, perché quando avevo pensato come dire una cosa, l’argomento si era già spostato più avanti». Ma questa difficoltà lo ha spinto a imparare una lezione più importante.

«Quando sono partito per l’America, per me le discussioni erano delle occasioni di confronto nelle quali l’obiettivo era avere ragione. Ho capito che invece gli scambi servono prima di tutto per confrontarsi in relazione ai dati di fatto e in questo modo imparare. È quello che gli americani chiamano “growth mindset”: mentalità orientata alla crescita, cioè, appunto, all’apprendimento. Dopo ogni esperienza si pensa a che cosa si poteva fare meglio, valutando le situazioni prevalentemente in base ai fatti».

E da qui nasce un altro insegnamento: «Il lavoro di squadra è essenziale: si fa molto di più con gli altri che da soli. Quindi bisogna imparare a rispettare gli altri e collaborare». Per farlo in modo efficace, tra l’altro, serve apprendere ancora un altro valore: «Noi italiani non celebriamo i successi. Negli Stati Uniti celebrano ogni minimo successo. Il sistema italiano è basato sulla punizione degli errori. Quello americano è fondato sul rinforzo dei comportamenti positivi». Infine, Serra cita un aspetto della mentalità americana che lo affascina: è un atteggiamento pragmatico che aiuta a superare la sindrome dell’impostore che suggerisce a chiunque che di fronte alle sfide più difficili, in tutti i casi, ci si può provare sapendo che nella peggiore delle ipotesi si impara qualcosa.

Questi risultati della sua esperienza americana possono aiutare gli italiani che abbiano compreso che la dimensione internazionale è una miniera di risorse alle quali attingere non per emigrare ma per trovare un percorso più ricco e soddisfacente. Anche per chi, come Serra, desiderava restare in Italia e pensa che in futuro potrà tornarci. Un fatto è certo: le persone come Serra che imparano come si lavora e come si pensa in giro per il mondo sono una risorsa potenziale per l’Italia. Che è un paese densamente innovativo, a modo suo: ma ha bisogno di sintonizzarsi con le dinamiche fondamentali della contemporaneità. Non per copiare gli altri, ma per imparare a imparare dagli altri.

Per saperne di più:
Il sito di Stem24

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