Sostenibilità integrale

Economia sociale, la via per diventare infrastruttura di sviluppo

Il Piano nazionale per l’economia sociale è una occasione per il paese, purché non si riduca a un esercizio di ricognizione amministrativa

di Paolo Venturi

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

“Reale” è sociale. Non esiste economia senza relazioni, né valore pubblico senza comunità. È questo il principio che dovrebbe orientare il Piano Nazionale per l’Economia Sociale, lanciato dal Sottosegretario al Mef Lucia Albano e in consultazione fino al 12 novembre 2025: un’occasione cruciale per ridefinire i fondamenti del nostro modello di sviluppo.

Per la prima volta, l’Italia riconosce formalmente il ruolo di un’economia che non misura il proprio impatto solo in termini di Pil, ma nella capacità di generare coesione, fiducia e inclusione. Ma il rischio è che tutto si riduca a un esercizio di ricognizione amministrativa, a una “compliance” dei soggetti dell’economia sociale, invece che a una politica industriale per la sostenibilità integrale.

Loading...

Per capire quanto sia urgente questo cambio di prospettiva, basta guardare un numero: nel 2014 le persone in povertà assoluta in Italia erano 4,1 milioni; oggi sono 5,7 milioni. In dieci anni, mentre il Pil è cresciuto – seppur a ritmi modesti – la povertà è aumentata. Una contraddizione che obbliga a una domanda scomoda: è inefficienza del sistema o è il sistema stesso che va ripensato? La risposta non è tecnica, ma culturale.

Un modo diverso di produrre valore

L’attuale modello economico produce ricchezza senza riuscire più a redistribuirla: cresce, ma non rigenera. È per questo che l’economia sociale non nasce per “riparare” i danni di Stato e mercato, ma per costruire un modo diverso di produrre valore, capace di rafforzare sia il ruolo dello Stato sia quello del mercato, restituendo alle comunità una funzione generativa e non residuale. Oggi in Italia l’economia sociale rappresenta quasi il 9% del Pil, con circa 428mila organizzazioni, 1,9 milioni di occupati (Atlante dell’Economia Sociale di Aiccon) e oltre 5,5 milioni di volontari. È il tessuto che tiene insieme economie locali, servizi pubblici e capitale umano. È un’infrastruttura invisibile ma indispensabile: senza di essa il Paese perderebbe resilienza, coesione e capacità di innovare. L’economia sociale non è un settore, ma un paradigma produttivo. Non redistribuisce soltanto, ma crea. Amplia la torta e lo fa in modo più equo.

Economia sociale, l’ora dell’integrazione

Per questo il Piano deve segnare un cambio di passo e riconoscere questa economia come terzo pilastro – insieme a pubblico e privato – dell’economia reale. Il Piano, nelle sue linee strategiche, rappresenta un punto di svolta: definisce perimetri, individua strumenti di finanza dedicata, incentiva la formazione e la costruzione di competenze, promuove la misurazione dell’impatto sociale. Ma perché diventi una vera politica industriale, deve essere attraversato da un principio: l’integrazione. L’economia sociale deve entrare nelle filiere produttive, nelle strategie territoriali, nei piani di transizione verde e digitale, nei programmi di investimento pubblico. Non come “addendum etico”, ma come infrastruttura di sviluppo.

Quale ruolo per la Pa, la finanza e l’impresa?

Per riuscirci servirà un nuovo protagonismo della Pubblica Amministrazione, chiamata non solo a regolare ma a orientare le risorse. Gli appalti, i fondi europei e il Pnrr devono diventare leve di co-produzione, non strumenti di distribuzione episodica. Serve una finanza che sappia leggere e valorizzare il capitale relazionale, che investa sulla fiducia e sull’impatto, non solo su garanzie e margini. E serve un’impresa che riconosca nella collaborazione con il mondo cooperativo e comunitario una risorsa competitiva e non un vincolo. Il vero salto non sarà economico, ma culturale: passare da un’idea di efficienza che esclude a una di efficacia che include; da una crescita che consuma a una crescita che rigenera. L’economia sociale è la chiave per trasformare il concetto stesso di produttività, legandolo al benessere collettivo. È la leva per far sì che la sostenibilità non sia solo ambientale o finanziaria, ma anche sociale e democratica. In un tempo in cui la fiducia è la risorsa più scarsa, l’economia sociale rappresenta il laboratorio di un nuovo realismo economico: quello che riconosce che “reale” è sociale, che senza relazioni non c’è economia e che il valore non nasce solo dalla produzione, ma dalla connessione tra persone, territori e istituzioni.

Il Piano per l’Economia Sociale può essere la base di un nuovo patto produttivo, se sapremo farne un motore di cambiamento e non un elenco di buone intenzioni. L’Italia ha oggi una grande opportunità: non fare dell’economia sociale una terza via, ma la via maestra per un’economia finalmente a misura di società. Perché la vera modernità non è produrre di più, ma produrre insieme.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti