Transizione

Economia circolare, cresce la quota di aziende pronte ad adottarla

Aumento di 10 punti percentuali rispetto al 2024: lo certifica il Circular economy report 2025 del Politecnico di Milano che sarà presentato a Ecomondo

di Sara Deganello

Fase finale del riciclo della plastica

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Tra il 2024 e il 2025, la quota di aziende intenzionate a introdurre pratiche circolari è aumentata di dieci punti percentuali, dal 24 al 34%. E il numero di chi ha intrapreso almeno un’attività è sceso dal 40 al 34%, mentre i non adopters sono diminuiti dal 36 al 31 per cento. La fotografia arriva dal Circular Economy Report 2025 di Energy & Strategy - Polimi School of Management, che verrà presentato il 5 novembre a Rimini a Ecomondo. In particolare, l’indagine sulle imprese è stata condotta con Doxa su un campione di 320 appartenenti a dieci settori produttivi.

Lo scenario restituisce un ritrovato slancio verso il riutilizzo delle risorse, sottolineato anche da un aumento del livello medio di maturità per le pratiche circolari nelle aziende, pari a 3,1 su 5 nel 2025, contro un valore del 2,2 nel 2024 e del 2,1 nel 2023. I comparti waste-to-energy & biomassa (44%) e imballaggi (40%) raggruppano il numero maggiore di aziende che hanno già implementato la circolarità, seguiti da arredamento, autoveicoli e tessile e abbigliamento (37 per cento).

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Gli investimenti

L’accelerazione si riflette anche negli investimenti. Tra le imprese che hanno sostenuto spese dedicate nel 2025, il 43% ha investito tra 50mila e 150mila euro, mentre il 33% è stato sotto i 50mila euro (il resto oltre): nel 2024 quasi la metà investiva meno di 50mila euro e solo il 20% si collocava nella fascia tra 50mila e 150mila. «Dopo la frenata di 2023 e 2024, quest’anno vediamo un avanzamento delle pratiche di circolarità. Sia dal punto di vista del grado di sviluppo che della consapevolezza, che si lega anche a obblighi di reportistica non finanziaria, con solo l’8% delle aziende che l’anno scorso misurava la propria circolarità, mentre oggi lo fa il 30%. E investimenti in crescita anche se ancora di natura accessoria», commenta Davide Chiaroni, vicedirettore di Energy & Strategy - Politecnico di Milano e responsabile del report.

Ostacoli da eliminare? «Ci sono ancora tantissimi vincoli regolatori sull’utilizzo di materie riciclate e sul riuso dei materiali, con filiere, come quella dell’edilizia, che fanno fatica a reintegrare gli scarti proprio per la complessità normativa. Si potrebbe fare molto di più», risponde Chiaroni: «Pensiamo al passaporto digitale dei prodotti, per esempio, un grande strumento abilitatore, su cui potremmo essere più coraggiosi».

I primati italiani

Rimangono sullo sfondo i primati italiani nell’economia circolare. Secondo gli indicatori elaborati da Ispra su dati Eurostat, tra il 2008 e il 2024 l’Italia ha ridotto la propria impronta di materia, passando da 17,9 a 10,3 tonnellate pro capite, valori inferiori alla media Ue. Nel 2024 il consumo di materiale interno si è fermato a 486 milioni di tonnellate (-0,7% rispetto al 2023), mentre la produttività delle risorse è cresciuta a 3,76 euro al kg (+1,4%). Nel periodo 2004-2023 poi il tasso di uso circolare dei materiali è passato dal 5,8% al 20,8%, un valore che porta l’Italia al secondo posto in Ue dopo i Paesi Bassi. A partire da questi risultati, Chiaroni sottolinea: «In Italia abbiamo sviluppato le filiere di riciclo e recupero. Puntando sull’economia circolare avremo un duplice effetto positivo, da un lato un’accelerazione della transizione, e dall’altro una ricaduta per le imprese e la nostra economia».

Il risparmio

Secondo lo studio del Politecnico, nel 2025 l’impatto stimato dell’economia circolare in Italia si può tradurre in un risparmio di 18,3 miliardi di euro, in crescita rispetto al 2024 (16,4 miliardi) ma ancora pari solo al 15% del potenziale, che al 2030 è previsto a 119 miliardi di euro: per coprire i 100 miliardi mancanti ne andrebbero risparmiati altri 17 ogni anno, con un volume di investimenti pari a quasi dieci volte quello di oggi. Sotto il profilo ambientale, l’adozione di pratiche circolari potrebbe portare entro il 2030 a una riduzione annua di circa 2,6 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, pari al 15% di quanto risparmieremmo se sfruttassimo tutto il nostro potenziale.

«Nonostante il parziale cambio di rotta imposto dal Clean Industrial Deal, che nel post Green Deal affianca al percorso di decarbonizzazione la più stringente tutela della competitività dell’industria europea, il riconoscimento del ruolo dell’economia circolare per il raggiungimento dei target al 2030 e al 2050 non risulta compromesso. Anzi, le recenti evoluzioni normative indicano un rinnovato interesse», aggiunge Vittorio Chiesa, direttore di Energy & Strategy. Il cronoprogramma della Strategia italiana sull’Economia Circolare è stato aggiornato quest’anno: interessante lo sviluppo dei criteri ambientali minimi negli appalti pubblici verdi: riguarderà anche l’edilizia, il tessile, la plastica, i rifiuti elettronici.

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