Buona idea

Ecologici per legge: il fast fashion e il nuovo quadro normativo

Un passo in avanti per incentivare consumi più attenti, ma anche una mossa strategica di tutela dell’industria nazionale. La formula francese contro l’ultra-fast fashion sarebbe utile in Italia?

Secondo l’Aea, l’Agenzia europea dell’ambiente, nel vecchio continente produciamo circa16 kg di rifiuti tessili annui a persona, per un totale di 6,94 milioni di tonnellate. ©Getty Images

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Cento sono i miliardi di capi di abbigliamento che vengono prodotti nel mondo ogni anno, insieme a 23 miliardi di paia di scarpe. Ciascun cittadino francese tra scarpe, abiti e altri prodotti tessili, fa annualmente 48 nuovi acquisti. L’industria tessile è responsabile del 10 per cento delle emissioni di gas a effetto serra; il 70 per cento dell’abbigliamento mondiale è prodotto a partire da derivati del petrolio non riciclabili come il poliestere; la Cina è il Paese che esporta di più nel settore moda, con una quota di quasi il 33 per cento – l’Italia è al 6 per cento, la Francia al 5,7 per cento (i dati sono del Ministero Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale); la Francia importa il 97 per cento del suo abbigliamento.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Ha senso mettere in evidenza le cifre che riguardano la Francia perché è a Parigi che quest’estate è stata votata in Senato una legge, presentata inizialmente nel 2024, che colpisce il cosiddetto ultra-fast fashion prodotto da piattaforme cinesi come Temu e Shein. Lo scopo è limitare i danni ecologici e la concorrenza estrema nei confronti di aziende europee, in particolare francesi.

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Il provvedimento, per ora unico nel suo genere, si inserisce all’interno di una più ampia visione europea di protezione dell’ambiente e del contenimento della concorrenza sleale. Vi rientrano la Strategia UE del 2022 nella quale si dichiara che fast fashion is out of fashion e si prefigura che entro il 2030 tutti i prodotti tessili immessi nell’Unione saranno durevoli, riparabili e riciclabili. Inoltre, a partire dall’1 luglio è stato introdotto un dazio doganale di 3 euro sui minipacchi che provengono da Paesi extra Ue, mentre il 19 luglio è arrivato il divieto per le grandi aziende di distruggere capi di abbigliamento e calzature rimaste invenduti, contenuto nella Direttiva Ecodesign.

Le aziende alle quali si applicherà la legge francese saranno individuate attraverso due criteri cumulativi, cioè la quantità di referenze immesse sul mercato e il basso incentivo alla riparazione: se portare un pantalone scucito da un sarto costa più che acquistarne uno nuovo, la scelta per il consumatore è scontata. La definizione dettagliata di questi criteri è comunque rinviata a futuri decreti attuativi del Consiglio di Stato. La norma introduce poi una tassa tra 0,25 e 6 euro (che arriveranno a 10 entro il 2030) su ciascun prodotto e prevede un divieto alla pubblicità, anche attraverso gli influencer, i quali potranno ricevere una sanzione fino a 100mila euro.

Il percorso legislativo è stato parecchio accidentato. I partiti della sinistra si sono astenuti al momento della votazione e la loro motivazione è semplice: dopo due anni di modifiche, dicono, il testo finale è molto meno ampio di quello originale, che colpiva non solo l’ultra-fast fashion made in China, ma anche il fast fashion prodotto in Europa. La norma attuale sembrerebbe rispondere più a un criterio protezionista che a un desiderio di tutelare l’ambiente. Posizione condivisa, naturalmente, dalle associazioni ecologiste. Diverso il punto di vista di Pierre-François Le Louët, co-presidente della Union Française des Industries Mode & Habillement, secondo il quale non solo non si possono comparare le aziende che immettono sul mercato qualcosa come 7mila nuovi capi al giorno e quelle che ne immettono 150, ma la legge va considerata un primo passo e una buona base di partenza per la definizione di una possibile normativa europea.

“Sample” (2020) è un’opera fatta di fango e rifiuti tessili di Minga Opazo, artista cilena di stanza a Los Angeles, che esplorala relazione tra cambiamento climatico e produzione tessile. Nelle sue opere, Opazo indaga il concetto di solastalgia, un termine che descrive il disagio mentale ed esistenziale causato dai cambiamenti ambientali e dal vivere in un’epoca di eccessi, di consumo e di spreco.

È naturale domandarsi se in Italia una norma analoga avrebbe senso. «Il contesto è molto diverso: la Francia importa il 97 per cento del tessile che consuma, quindi la legge colpisce essenzialmente prodotti altrui», spiega l’avvocata Milena Prisco, esperta di ESG nel settore della moda sostenibile. «Le importazioni italiane si attestano invece al 50-60 per cento e la nostra filiera manifatturiera nel settore è strutturata e strategica. Una legge sarebbe un’arma a doppio taglio: da un lato potrebbe senz’altro valorizzare il vantaggio competitivo italiano, perché colpire il modello ultra-fast fashion significa premiare chi produce qualità, e la manifattura tessile italiana di eccellenza si basa su quei valori di durabilità, riparabilità, circolarità previsti dalla Strategia UE per i tessili. Dall’altro, però, quella parte della nostra industria che opera in segmenti di prezzo medio-basso potrebbe essere penalizzata da criteri troppo rigidi. Lo scenario più auspicabile è che l’Italia contribuisca attivamente alla definizione delle regole europee – il Regolamento Ecodesign e l’EPR tessile sono già in fase di implementazione – anziché procedere in autonomia con il rischio di creare un quadro normativo nazionale disallineato rispetto a quello comunitario».

C’è da dire che, al di là dei risvolti politici e legali, la legge francese favorisce riflessioni di natura generale, quasi filosofica. Secondo Benoît Heilbrunn, docente di Branding, Design and Consumer Behaviour presso la ESCP Business School di Parigi, la norma modifica il nostro rapporto con una libertà importante, la libertà di scelta. «Per la prima volta, uno Stato non si preoccupa di proteggere i consumatori assicurandosi che possano compiere scelte consapevoli e soprattutto libere: stabilendo che alcune pratiche di mercato non sono accettabili, protegge un principio nuovo e collettivo, quello della vivibilità del mondo». Secondo Heilbrunn la forza di marchi come Shein è quella di risolvere una contraddizione culturale. Oggi, infatti, i consumatori si confrontano con un’offerta di prodotti enorme e un potere di acquisto sempre minore. L’ultra-fast fashion consente loro di partecipare al meccanismo capitalista dell’accelerazione con costi minimi. «Non è un caso che, al contrario di quanto avviene per i brand tradizionali, queste piattaforme non creino un immaginario: giocano interamente sulla libertà di scelta e di self expression dei consumatori», chiarisce. Il docente non crede nella distinzione tra fast fashion e ultra-fast fashion. «L’industria della moda si è sempre basata su un principio di stagionalità che è stato messo in crisi dall’invenzione dei Black Friday, a partire dai quali si è avviato un processo di progressiva accelerazione che va condannato indipendentemente dal numero di capi immessi ogni giorno sul mercato», spiega. «Le piattaforme troveranno certamente il modo di aggirare la legge, che ha comunque un grande impatto simbolico, perché sancisce in linea generale che è arrivato il momento di porre dei limiti e tornare ad adottare il principio della durabilità dei capi. Gli Stati possono accompagnare e favorire il cambiamento: da una parte, con sistemi fiscali che consentano l’accessibilità economica di prodotti tessili di qualità; dall’altra, promuovendo campagne di informazione che spieghino ai consumatori come quello dei prodotti cheap sia un mito apparente, perché il loro acquisto, pur garantendo una soddisfazione immediata, nel lungo periodo è economicamente penalizzante». Perché avvenga un cambio di paradigma insomma, non basta la sensibilità ambientale: bisogna fare in modo che i consumatori percepiscano chiaramente il vantaggio. La sfida del futuro è questa, e se Parigi ha indicato una direzione, è Bruxelles che dovrà tracciare il percorso.

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