Eccezionale quotidiano: quando gli oggetti di uso comune diventano preziosi
Una caffettiera, una pentola, un vaso, un portaombrelli sono anche pezzi della nostra vista. Per questo valgono tanto oro quanto pesa il semplice piacere di riconoscersi.
di Di Mattia Carzaniga. Styling di Lea Anouchinsky
6' di lettura
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L’incarto dei biscotti della Fornaia di Monceau. Le tazze di caffè di La mia notte con Maud. La scala di legno del Ginocchio di Claire. La Monstera deliciosa dell’Amore il pomeriggio. Il telefono delle Notti della luna piena. Il tavolo di fortuna – due assi, una tovaglia bianca, i piatti che si è riusciti a rimediare – allestito nella campagna di Reinette e Mirabelle. Potrei andare avanti ancora, e ancora. Vorrei vivere in un film di Éric Rohmer perché non c’è niente di più bello e sicuro di un film di Éric Rohmer. Ma, più di tutto, vorrei vivere in un film di Éric Rohmer per stare in mezzo a quegli oggetti. Ai suoi oggetti. A quelle lampade fioche e a quei libri ingialliti, a quelle bottiglie di vino novello e a quelle caraffe che diventano vasi per ospitare fiori di campo. Cosa definisce il mondo di un regista, il mondo parallelo che è un altro – è il mondo del cinema –, ma che sembra così vicino a quello che conosciamo, così nostro? Gli oggetti, e basta.
Il mio giochino preferito è sul profilo Instagram di MUBI, la piattaforma cinéphile che, guarda caso, è zeppa di titoli di Rohmer. Si chiama “Guess the film”. È un carosello di immagini volutamente casuali, apparentemente banali, che del film di turno dicono tutto senza mostrare nulla, o almeno non quello che, solitamente, ci riporta dentro un film, dentro un mondo: i volti degli attori che diventano e inventano le vite degli altri. Ci sono solo – indovinate un po’ – gli oggetti. E bastano quelli a dirci dove ci troviamo, in che universo alternativo siamo. Un tovagliolo arricciato su un tavolo di gala, un borsellino pieno di sterline stropicciate, una boccetta di veleno: è Gosford Park di Robert Altman! Una teiera sotto i raggi del sole d’estate, una sveglia che indica le cinque e dieci, un vaso su un trespolo: è Monica e il desiderio di Ingmar Bergman! Un piatto di limoni, un uncinetto su un divano, due pale di fico d’India usate come insalatiera: è Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore! È un gioco bellissimo perché ci riporta, lungo la strada della memoria, là dove riconosciamo una storia, e dove riconosciamo noi stessi. E lo fa attraverso gli oggetti che quella storia l’hanno abitata, che ci hanno abitati. La sicurezza degli oggetti. È il titolo di un altro film di un po’ di anni fa. «Quando inizi a collezionare oggetti, inizi a pensare che ti importi di loro», dice un personaggio di quella storia. «E quando non ci sono più, quando si rompono o qualcuno te li ruba, ti senti come se anche una parte di te se ne fosse andata. Quando hai delle cose e all’improvviso non ce le hai più, ti senti come se fossi scomparso». Ecco, è proprio quella cosa lì. Non riconoscerci più perché non vediamo più le cose che costruiscono il (nostro) mondo.
Inizia come un “Guess the film” anche il lussureggiante, disperato Queer di Luca Guadagnino, un altro autore che dà un’anima alle cose, ci parla, e le fa parlare con noi. Una macchina da scrivere, un orologio, un manoscritto, un pacchetto di Camel e un posacenere pieno di mozziconi, un passaporto, una siringa. Chiamali col loro nome. E poi lasciali abbandonati sopra un letto, che è un altro oggetto, ed è il luogo in cui avviene il trionfo e la perdizione di Lee, cioè di William S. Burroughs, che ha ispirato questa storia di un altro uomo che si sente come se fosse scomparso. Forse perché, a poco a poco, scompaiono le cose attorno a lui – o, semplicemente, quelle cose non bastano più a dirci (e dirgli) chi è.
Ecco: se fossero solo gli oggetti ciò che ci tiene qui, nel mondo presente o in quello che immaginiamo, perché altrimenti saremmo destinati a scomparire? Se fossero quell’eccezionale domestico che compone la nostra casa dunque la nostra vita, altrimenti non sapremmo chi siamo? Mi viene in soccorso Chuck Palahniuk: «Ecco cosa facciamo noi esseri umani: ci trasformiamo in oggetti. Trasformiamo gli oggetti in noi stessi». Noi siamo il libro, il vaso di fiori, la scala su cui si accende il desiderio di quel tizio sgangherato ritratto da Rohmer.
Perché scegliamo questo o quell’oggetto? Me lo domando sempre. Perché ci trasciniamo tra saloni del mobile e svendite di design come se cercassimo noi stessi? Forse perché noi siamo tutte le cose, anche (soprattutto) quelle che non abbiamo, che troviamo esposte in una vetrina o proiettate sullo schermo di un cinema. Le intercettiamo, e per un attimo seguiamo un altro destino, un’altra vita. Una nuova sicurezza. Perché quel giradischi o quella caffettiera, tra tutti? Perché quello spazzolino e quell’innaffiatoio? Si attesta che il primo film comico della storia del cinema, anzi il primo film con una vera trama, sia L’innaffiatore innaffiato. Era il 1895. Un ragazzo, un giardiniere, una birichinata. L’oggetto domestico diventa davvero l’eccezionale, il tuffo verso l’ignoto. Perché, allora, scegliamo quell’oggetto? Per la storia che contiene anche se ancora non lo sappiamo, per la storia in cui ci porta – o quella che scriviamo noi.











