Calcio

È ufficiale, Carnevali è il nuovo ad e dg della Juventus: «Orgoglioso e onorato»

Il tessitore silenzioso: numeri, visione e pragmatismo nell’uomo chiamato a ridisegnare la Juventus

di Marco Bellinazzo

Giovanni Carnevali è il nuovo ad e dg della Juventus. ANSA/FLAVIO LO SCALZO ANSA

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Nel calcio italiano, dove spesso il rumore supera la sostanza e la narrazione si fa più veloce dei risultati, Giovanni Carnevali ha costruito la propria credibilità lontano dai riflettori, con un tratto distintivo: la capacità di tenere insieme sostenibilità economica e competitività sportiva. Una combinazione rara, che oggi lo accompagna nel salto più delicato della sua carriera, quello alla guida operativa della Juventus, appena annunciata da una nota del club bianconero dopo il divorzio dal francese Damien Comolli.

«Sono orgoglioso e onorato di entrare a far parte di questo Club ricco di storia e identità: ringrazio la società, l’azionista di maggioranza e John Elkann, per la fiducia che mi è stata accordata», sono state le prime parole del nuovo amministratore delegato e direttore generale della Juventus. «Affronto questa nuova sfida con grande senso di responsabilità e con la convinzione che, attraverso l’impegno quotidiano, sia possibile costruire un percorso di crescita duraturo e un futuro di successi insieme a tutte le componenti della società lavoreremo per rendere la Juventus sempre più protagonista in ambito nazionale e internazionale nel rispetto della storia del club e delle ambizioni dei tifosi bianconeri».

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Carnevali non è un uomo da slogan. È piuttosto un dirigente di sistema, cresciuto nel marketing sportivo e affinatosi in quel laboratorio a cielo aperto che è stato il Sassuolo negli ultimi quindici anni. La sua storia professionale è legata a doppio filo alla trasformazione del club neroverde da realtà provinciale a modello europeo di gestione. Un percorso in cui la proprietà industriale – quella della famiglia Squinzi – ha incontrato una governance dinamica, capace di coniugare investimenti mirati, valorizzazione dei talenti e disciplina finanziaria.

Al Sassuolo, Carnevali ha interpretato perfettamente il ruolo dell’amministratore moderno: non solo bilanci in ordine – spesso con risultati operativi positivi in un contesto strutturalmente deficitario come quello della Serie A – ma anche una riconoscibile identità sportiva. Sotto la sua gestione, il club ha stabilizzato la propria presenza nella massima serie, arrivando anche a sfiorare l’Europa e, soprattutto, diventando una piattaforma di valorizzazione per giovani italiani e profili emergenti.

Il “modello Sassuolo” non è stato un caso, ma un progetto: scouting selettivo, investimenti contenuti sui cartellini, crescita tecnica e rivendita a valori superiori. Da Locatelli a Scamacca, da Raspadori a Frattesi, la lista delle plusvalenze realizzate è lunga e significativa. In un calcio italiano spesso dipendente dai diritti audiovisivi e con difficoltà strutturali nel contenimento dei costi, Carnevali è riuscito a costruire un equilibrio virtuoso tra conto economico e campo.

Questa capacità di generare valore – finanziario e sportivo – è la vera chiave della sua chiamata alla Juventus. Il club bianconero arriva da una fase di profonda ristrutturazione, segnata da perdite consistenti che in pochi anni hanno richiesto quattro ricapitalizzazioni per un ammontare di quasi un miliardo di euro complessivi, frequenti cambi di governance e una necessità non più rinviabile di rimettere in asse il rapporto tra costi e ricavi, acuita dal mancato approdo in Champions League nella prossima stagione. In questo contesto, la figura di Carnevali rappresenta un cambio di paradigma: meno centralità dell’acquisto “di nome”, più attenzione al ciclo di vita del calciatore come asset.

Non sarà un compito semplice. La Juventus non è il Sassuolo: cambiano le aspettative, la pressione mediatica, la dimensione internazionale. A Torino il risultato sportivo non è una variabile, ma un obbligo, e va conciliato con una sostenibilità che negli ultimi anni è venuta meno. Carnevali dovrà tradurre il proprio approccio in una scala molto più ampia, mantenendo però intatti i principi che ne hanno definito il successo.

Sul piano umano, Carnevali è un dirigente pragmatico, capace di ascolto ma anche di decisione. Un uomo di relazioni, che ha costruito nel tempo una rete solida con agenti, club e istituzioni, senza mai perdere la centralità della linea aziendale. Non un accentratore, ma un facilitatore. In un calcio sempre più complesso, in cui l’area tecnica e quella economica devono dialogare costantemente, questa qualità diventa determinante.

Il suo arrivo alla Juventus si inserisce anche in una tendenza più ampia del calcio europeo: la ricerca di manager “ibridi”, in grado di leggere contemporaneamente il linguaggio del campo e quello dei numeri. Figure meno legate al passato da ex calciatori e più orientate a una visione industriale dello sport. Carnevali incarna perfettamente questo profilo.

Resta da capire quale sarà il margine di autonomia reale a sua disposizione e come si integrerà con la struttura dirigenziale e tecnica già esistente. Ma un dato è certo: la Juventus, scegliendo Carnevali, ha deciso di investire in un’idea di club meno episodica e più sostenibile. Un tentativo di uscire dalla logica dell’emergenza per costruire un percorso stabile.

In un sistema che fatica a rinnovarsi, la traiettoria professionale di Giovanni Carnevali racconta invece una possibilità concreta: quella di fare calcio in modo diverso, senza rinunciare all’ambizione. Ora la sfida è dimostrare che quel modello, nato in provincia, può reggere anche sotto il peso della storia e delle aspettative bianconere. Perché, come spesso accade, i numeri contano. Ma alla Juventus, più che altrove, contano anche – e soprattutto – le vittorie.

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