Buona idea

E se l’aria pulita e respirabile fosse ormai un lusso per pochi?

Negli ambienti indoor si concentrano le sostanze più inquinanti che respiriamo. Una biomacchina e una startup del cleantech provano a risolvere il problema.

di Ferdinando Cotugno

La Fabbrica dell’Aria utilizza il potere delle piante per purificare gli ambienti interni. Qui installata negli uffici della Jins, nota azienda eyewear, a Tokyo. ©Takumi Ota Photography Co.

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Un anno fa The New Republic pubblicava un’inchiesta dal titolo L’aria pulita è il nuovo lusso, raccontando come la purificazione di ciò che respiriamo è diventata la caratteristica premium dei nuovi palazzi residenziali delle città più inquinate al mondo, come Nuova Delhi, ma anche delle metropoli del Nord globale come New York o Londra. Siamo di fronte a un business mondiale in ascesa, che passerà, secondo Fortune Business Insights, da 25 miliardi di dollari nel 2024 a 132 miliardi nel 2032. È il frutto di nuove consapevolezze ecologiche, a partire da quella che l’aria indoor è spesso più inquinata e più variabile di quella esterna, perché alle sostanze che entrano da fuori si combinano quelle dei prodotti che si usano per pulire, quelle che derivano da attività di cucina, dal riscaldamento, da materiali edilizi, colle e vernici. Una recente ricerca della University of Birmingham aveva misurato i livelli di particolato nelle case del Regno Unito, trovandone alcune che superavano i limiti fissati dall’Oms per nove giorni su due settimane.

Come in ogni fase di espansione, il lusso tende a democratizzarsi e diversi soggetti con soluzioni nuove stanno entrando nel mercato. Una delle più interessanti è la Fabbrica dell’Aria creata da Pnat, spin-off dell’Università di Firenze nato nel gruppo di lavoro di Stefano Mancuso per studiare le possibili interazioni tra piante e architettura. È stata inventata dall’architetto e co-fondatore di Pnat Antonio Girardi che la definisce «una biomacchina, frutto di ricerche sul potere purificante delle piante negli ambienti chiusi». È un sistema naturale che assorbe e digerisce attraverso le radici e le foglie gli inquinanti degli spazi chiusi: non ci sono filtri da pulire, solo piante di cui prendersi cura, una nuova economia circolare dell’atmosfera indoor. «È una teca dotata di un aspiratore dell’aria che, forzata a passare attraverso il cubo, ne esce poi ripulita: bastano 75 centimetri per 75 per produrre 170 metri cubi di aria pura, abbastanza per respirare meglio in un ambiente di 70 metri quadri». Un misto di geometria, ingegneria e botanica, che A2A sta inserendo a ogni piano del suo nuovo quartier generale di Porta Romana a Milano. All’ultima Biennale di Architettura è stata testata e presentata la versione 2.0 della Fabbrica dell’Aria, non solo b2b per gli uffici, ma come elemento di design sul mercato consumer per qualsiasi appartamento. «La nostra impostazione rimane scientifica», spiega Girardi. «Abbiamo raccolto i dati dell’esperimento di purificazione alla Biennale e stiamo costruendo il prototipo gemello, sul mercato prima della prossima estate».

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Fybra è un altro progetto innovativo italiano che prova a rispondere alle stesse domande: come non farci avvelenare dall’aria che respiriamo all’interno di case e ufficio? Gaetano Lapenta è il fondatore di questa azienda con sede a Milano, che nasce, come intuizione originaria, dal malessere di sua figlia, che aveva spesso tosse e mal di gola quando tornava da scuola, perché l’aria nelle aule era irrespirabile. Risponde a un dilemma diverso dalla Fabbrica dell’Aria, perché la pubblica amministrazione ha edifici non confrontabili con quelli di una torre di nuova costruzione in centro a Milano, strutture spesso vecchie e difficili da cambiare mettendo la qualità dell’aria al centro: più che un purificatore, serviva un sensore evoluto e facile da usare. Così è nata Fybra, che applica gli algoritmi di machine learning agli inquinanti interni (Lapenta di formazione è uno statistico), misura i valori in tempo reale e permette di fare valutazioni su quando ventilare gli spazi, quando aprire, quanto a lungo, quando chiudere per avere un’aria ottimale senza disperdere il calore d’inverno o il fresco d’estate. «La buona ventilazione oggi deve abbinarsi al risparmio energetico: se le esigenze di qualità dell’aria invitano ad aprire, quelle del risparmio spingono a tenere chiuso». Fybra è lo strumento che stanno adottando scuole e uffici italiani per capire dove sta il giusto equilibrio per non ammalarsi al chiuso, senza sprecare però soldi o energia. La qualità dell’aria è diventata a tal punto un tema che alcune catene di hotel di fascia alta del Nord America offrono ai clienti uno schema di certificazione chiamato FreshAir, creato da un’azienda di sensori, per garantire ai clienti più fedeli e/o disposti a pagare un 3 per cento in più la promessa di un’aria certificata come pulita nelle camere. È subito diventato un tema di rivendicazioni sindacali, con i lavoratori degli alberghi negli Usa che hanno protestato contro la certificazione: l’aria pulita non dovrebbe essere un benefit, perché non solo è un diritto dei clienti, ma anche di chi pulisce le camere.

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