E se guanti, sciarpe, pantaloni potessero suonare?
Il marmo tagliato nelle cave, una giacca di lana, ma anche i filari di una vigna: il sound design sperimenta materiali alternativi. Perché la musica è dappertutto.
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Una playlist col suono del marmo tagliato, oppure un’architettura sonora fatta col fruscìo delle coperte di feltro, o ancora un vino da ascoltare oltre che da degustare. Da qualche anno, anche grazie alle nuove possibilità di composizione digitale, il sound design si è messo alla ricerca di materiali non canonicamente sonori, da usare in modo sonoro. Oggetti, processi e luoghi che diventano opere, playlist, installazioni artistiche, sculture acustiche. Il suono è così un modo per leggere le proprietà dei materiali (la densità, la porosità, l’elasticità) e quindi anche per raccontarli. È una sorta di sinestesia comunicativa: ascoltare per toccare.
È la strada scelta da Marmomac, la fiera del marmo e della pietra naturale di Verona, che ha commissionato al sound designer Tommaso Simonetta la playlist Suoni del marmo. Il risultato è sulle piattaforme di streaming e fa quello che promette: tre tracce audio immersive, canti del marmo arrangiati con fonti sonore registrate nelle cave, nei laboratori, negli studi degli artigiani che lavorano la materia. Il taglio col filo diamantato o la spazzolatura, il lavoro di scalpello o di lucidatrice diventano melodie eteree quasi da post rock, «un ritorno all’origine della materia», le descrive il suo creatore. È una spiazzante forma di magia sonora, come quelle a cui lavora da anni l’artista svizzero Zimoun. Le sue installazioni riempiono i musei con sincronizzazioni sonore automatizzate di oggetti comuni, bicchieri, palline, corde: tutto può essere musica per chi sa ascoltare. Le sculture tri-sonore di Zimoun (visibili e ascoltabili anche su Instagram) sono visivamente ipnotizzanti e acusticamente replicano l’esperienza Asmr (Autonomous sensory meridian response) e dei suoi suoni calmanti armonizzati per essere degli ansiolitici sonori. Zimoun riproduce questo effetto usando i frammenti più comuni della produzione industriale, quasi una forma di economia circolare: fare i suoni più dolci dalle produzioni più rumorose. È una direzione che è presente da tempo nell’arte contemporanea, al punto che il MOCA, il Museum of Contemporary Art di Tucson, in Arizona, ha raccolto i migliori artisti che lavorano sull’acustica del non sonoro nella collettiva Frequencies. Il filo è l’uso di materiali costruttivi e architettonici per dire e trasmettere qualcosa. Tra loro Jacqueline Kiyomi Gork, che indaga come gli ambienti in cui viviamo influenzino la nostra esperienza acustica, incoraggiando una finta idea di neutralità sonora che l’artista prova a decostruire amplificando il fruscìo o il tintinnio di oggetti come coperte di feltro, giacche di lana o scaffalature di metallo.
Un’esperienza interessante, sul fronte del marketing invece che dell’arte, è Media Dressing, fondata dal deejay Paolo Petrillo, che ha scommesso sull’identità sonora come qualcosa che va oltre il cosiddetto muzak, il tappeto sonoro neutro e generico da abbinare alla vendita. Il suono può diventare così un abito identitario con un lavoro basato sull’estetica, ma anche sui dati e le neuroscienze. È un’attività di branding sonoro che abbraccia le campagne, gli eventi, gli spazi, per rendere un’azienda riconoscibile all’orecchio prima che al cervello. Questo tipo di collaborazione sta diventando sempre più frequente: un caso studio è quello del sound designer Salvador Breed e del suo lavoro per dar vita a un paesaggio sonoro intorno alle creazioni della stilista Iris van Herpen. Una partnership di oltre quindici anni per progettare un’identità acustica adatta alle forme, ai materiali, ai colori.
Un’altra frontiera è quella dei tessuti che si comportano come strumenti sonori. I ricercatori dell’Intelligent Instruments Lab stanno sperimentando prototipi di tessuti per guanti, sciarpe, pantaloni che rilasciano musica al contatto, grazie a fibre d’acciaio o argento che conferiscono proprietà elettroniche (li hanno chiamati e-textiles). Anche in questo caso, il riferimento è ai suoni Asmr. Esplora sia il design sia la moda Maria Chiara Monacelli, che con la sua startup Sensorial fonde principi di neuroestetica e sinestesia progettuale utilizzando il cemento come medium. Lo ha chiamato Concrial, cemento sensoriale: un materiale specifico con cui ha dato vita a un tavolo sonoro, Osmos, impreziosito da un ulivo caduto nella campagna umbra e percorso da un rivolo d’acqua. Fonodiffusore e fotoluminescente, il tavolo con l’ulivo diventa una cassa armonica in grado di propagare il suono, diffondendo la musica dal vivo: se lo si tocca, si sente la vibrazione percorrere il corpo. Infine, un altro settore in fase di sperimentazione è quello enologico. La cantina californiana Donum, specializzata in biologico e agricoltura rigenerativa, ha ingaggiato uno dei pianisti più quotati, Yang Bao, per creare un paesaggio musicale che rispecchiasse quello delle sue vigne di Pinot Nero e Chardonnay. Il risultato è Hyperspace, che è sia un album per pianoforte sia un complesso di nove sculture i cui riflessi cambiano a seconda delle stagioni, dell’ora, del microclima, dando forma a un’esperienza immersiva che muta come muta il vino.









