E se Greta imparasse da noi?
C'è chi ha saputo trasformare la plastica in mattoni e chi ha trovato il modo per recuperare i rifiuti delle mense scolastiche. È la generazione di giovanissimi che, come l'attivista svedese, sta crescendo formata dall'impegno ambientalista. Uno di loro li ha intervistati per farsi raccontare come sognano di cambiare il mondo
di Luca Berardi
9' di lettura
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Shreya Ramachandran
16 anni, vive a Fremont, negli Stati Uniti. Ha sviluppato il Grey Water Project, un programma di sensibilizzazione sui benefici del riutilizzo delle acque grigie.
Shreya Ramachandran, sei la vincitrice dell'edizione 2019 del Children's Climate Prize, il premio nato in Svezia nel 2016 e destinato ai giovani dai 12 ai 17 anni che hanno sviluppato progetti sul fronte della tutela ambientale. Quando hai iniziato a interessanti a questi temi?
«Ho conosciuto personalmente le conseguenze della mancanza di acqua. Quattro anni fa, in occasione di una gara di tiro con l'arco, ho visitato la California centrale. In quei giorni, stava attraversando una grave emergenza idrica dovuta al prosciugamento dei pozzi. La situazione era così grave che la gente doveva ricorrere alle autocisterne per bere e lavarsi. Non molto tempo dopo, sono stata in India e mi è capitato di parlare con alcuni agricoltori. Mi hanno raccontato di aver dovuto abbandonare i loro terreni per trasferirsi in città, in ricerca di un lavoro. Questo a causa del mancato arrivo del monsone. È stato allora, ascoltando le loro storie, che mi sono resa conto di quanto la scarsità d'acqua sia una questione globale».
Ma come sei passata all'azione?
«Ho scoperto che molti metodi, cosiddetti convenzionali, usati per risparmiare acqua, non sono attuabili o non bastano. Mi spiego: se non piove, non si possono raccogliere le acque meteoriche. Allo stesso modo, quelle pratiche come risparmiare l'acqua quando facciamo a doccia o ci laviamo i detti, sono indicazioni importanti sul piano della sensibilizzazione culturale, ma del tutto inadeguate a salvaguardare le risorse. Partendo da questa constatazione, ho cercato di capire se fosse possibile riciclare l'acqua che abbiamo già in casa. Mi riferisco alle acque chiamate grigie, quelle appunto della doccia o della lavatrice. Un “bacino” importante, basti pensare che nei soli Stati Uniti il 60 per cento dei consumi idrici delle famiglie è costituito da acque grigie. Ciò significa che negli Stati Uniti vengono gettati 42mila miliardi di litri ogni anno, uno spreco enorme. Ho così pensato che la cosa più semplice da fare fosse riutilizzarle, in particolare quelle della lavatrice. Allora ho scoperto le noci lavanti».
Noci lavanti? Di che si tratta?
«Sono i gusci del frutto dell'albero del sapone (Sapindus Mukorossi) che, a contatto con l'acqua, liberano saponina. Mi sono chiesta se potessero essere usati come alternativa ai detersivi. Questo avrebbe semplificato il riciclo. Per esserne certa, per avere cioè la conferma che il reimpiego fosse sicuro, ho studiato per quattro anni. Ho verificato che l'irrigazione con queste acque non compromettesse la crescita delle piante né la qualità del terreno e dei suoi nutrienti; che non alterasse il microbioma del suolo e, infine, che non introducesse pericolosi organismi patogeni. Sono arrivata alla conclusione che sì, è veramente possibile riutilizzarle per l'agricoltura. Questo è stato il primo passo. Poi, discutendo del mio lavoro con altre persone, mi sono resa conto che molti non riescono a vedere le acque grigie come una risorsa preziosa, ma solo come acqua sporca da gettare via. È stato allora che ho fondato Grey Water Project, un'organizzazione senza fini di lucro».
Quali risultati stai ottenendo?
«Il mio progetto ha raggiunto oltre 10mila persone in questi due anni di attività, un numero che mi auguro continui ad aumentare. È fondamentale perché le nostre riserve si stanno assottigliando: si prevede che la domanda di acqua aumenterà del 55 per cento da qui al 2050. Se vogliamo avere un futuro dobbiamo tutelare le nostre risorse. In questo senso il movimento per il clima può avere un ruolo: formare una coscienza critica».








