Musica

Morto Francesco Guccini, sommo cantautore fra la via Emilia e il West

L’artista è scomparso a 86 anni nel suo ritiro di Pavana. Il suo songbook è un pezzo fondamentale della cultura e dell’immaginario di questo Paese

Francesco Guccini è morto a 86 anni nel suo ritiro di Pavana, sull’appennino toscoemiliano ANSA

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Dio è morto, Francesco Guccini pure e neanche noi ci sentiamo molto bene. Il momento è storico, l’emozione forte: potremmo dire tante cose ma alla fine ce la caviamo così, citando - anzi parafrasando - Eugène Ionesco. Perché con Francesco Guccini perdiamo uno dei massimi cantautori della storia della musica italiana, certo; un poeta delle piccole cose, cantore dei grandi sogni degli studenti fuorisede e del senso d’inferiorità della nostra provincia; ideologo suo malgrado della sinistra ortodossa italiana (ossia quella toscoemiliana), l’amico di chiunque citofonasse a via Paolo Fabbri 43 per farsi spiegare il testo di Canzone quasi d’amore o litigare sulla svolta della Bolognina; un riformista abbastanza rivoluzionario fra la via Emilia e il West, ma soprattutto il mago della parafrasi e della citazione.

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Perché l’artista - scomparso oggi a 86 anni d’età nel ritiro della sua Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella e della figlia Teresa - in oltre mezzo secolo di carriera, partendo da lettore e ascoltatore vorace, ha saputo costruire un songbook che è diventato un pezzo fondamentale della cultura e dell’immaginario collettivo di questo Paese. Rielaborando puntualmente quello che leggeva e ascoltava.

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Dietro di lui aveva un popolo - privilegio che pochi artisti possono vantare - ed è al suo popolo che va il primo pensiero: dimenticatevi i funerali in piazza, i pugni alzati e le bandiere al vento, ché siamo gente d’Appennino e poi non è neanche più tempo. «Nel rispetto delle volontà» dell’artista,«le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». La famiglia, «nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre». Il popolo di Guccini, fedele alla lezione del Maestro, capirà. Quanto è vero che potrebbe riscrivere la sua biografia parola per parola, soltanto citando e parafrasando i suoi testi.

In morte di F.G.

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La vita del Maestro è un racconto esemplare della storia di questo Paese. Nato a Modena una manciata di giorni dopo l’entrata dell’Italia fascista nella Seconda guerra mondiale, Guccini è ancora in fasce quando suo padre, un impiegato postale, parte militare, e con la madre viene sfollato a Pavana, cittadina dei nonni paterni sull’Appennino toscoemiliano, cui resterà legato tutta la vita. Crescendo farà in tempo a scoprire che papà non si è risparmiato niente, nemmeno il campo di concentramento.

A Modena («Piccola città/ bastardo posto») ci torna finita la guerra per studiare: si diplomerà maestro elementare all’Istituto magistrale Sigonio. Proverà a insegnare, a fare il giornalista per la Gazzetta di Modena e persino il pubblicitario negli anni di Carosello, ma intanto suona la chitarra e scrive canzoni. Alla musica, nel pieno degli anni Sessanta della contestazione, ci entra con atteggiamento quasi riluttante prima come autore, per Caterina Caselli e i gruppi beat della scena modenese Equipe 84 e Nomadi che portano al successo Auschwitz, Per fare un uomo, Dio è morto, Noi non ci saremo. Parallelamente, col nome di Francesco, esordisce con Folk Beat N. 1. (1967) e diventa a tutti gli effetti cantautore («Contro il sistema anch’io mi ribellavo/ cioè, sognando Dylan e i provos»).

E a questo punto non si può non affrontare la questione del cantautorato italiano, delle sue maggiori scuole: quella genovese, che guarda Oltralpe, agli chansonnier francesi, a Brel, Bassens e Ferré, quella bolognese e quella romana che, invece, guardano al Nord America, a Bob Dylan e Leonard Cohen. Guccini, trapiantato a Bologna («per me provinciale/ Parigi minore»), aderisce pienamente alla scena dei portici, tirando tardi, chitarra in mano e fiasco di vino davanti, nelle osterie di fuori porta.

Sarà autore di dischi memorabili come Radici (1972) e Via Paolo Fabbri 43 (1976), interprete di inni generazionali come La locomotiva (misconosciuta storia di un macchinista anarchico che a fine Ottocento dirottò «un treno pieno di signori»), L’avvelenata (risposta semiseria ai «processi» che la stampa impegnata intentava ai cantautori negli anni Settanta) e Eskimo (tra i più bei memoir sul ’68 che siano mai stati concepiti), protagonista monologante di concerti che diventavano comizi, accompagnato da una formidabile compagnia di musici: il «Flaco» Biondini alla chitarra, Vince Tempera alle tastiere, Ares Tavolazzi al basso, Ellade Bandini alla batteria.

La sua musica e i suoi testi traboccavano di riferimenti culturali alti e bassi: da Allen Ginsberg («Ho visto...») a Borges, dalla Bibbia a Procopio di Cesarea, da Cervantes a Roand Barthes, passando per Snoopy e per Linus, con cui non disdegnava di ballare «un tango argentino col casquè». È stato autore di libri tutt’altro che trascurabili come Cròniche epafàniche (1989), Vacca d’un cane (1993) e Cittanova blues (2003) e - cosa rarissima nel nostro showbiz sovraffollato di neverending tour di vecchi leoni e band storiche che si sciolgono e risolidificano come il sangue di San Gennaro - ha capito quando non ne aveva più, ha smesso di cantare e andare in tour, s’è ritirato a Pavana, per chiudere il cerchio nei posti della sua infanzia.

«Le canzoni», spiegava Guccini una decina d’anni fa, incontrando la stampa in un’osteria bolognese, «per me andavano e venivano. Ho smesso di scriverle perché cominciavo ad avvertire una certa fatica nell’attività di scrittura», in uno scenario generale «pieno di canzoni inutili, scritte con lo spirito con cui un tempo si scriveva il disco per l’estate. Ma d’altra parte oggi ti danno il disco d’oro a 25mila copie vendute, una volta ce ne volevano un milione». Formidabili quegli anni.

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