E’ iniziata la nuova era degli armadi cosmetici: quando la stoffa cura
Immaginate di indossare una maglietta che idrata la pelle o un paio di pantaloni che rilasciano vitamina C ed E, e favoriscono il recupero muscolare. È tempo di carewear.
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Nascono dall’incontro tra la ricerca scientifica e la tecnologia e stanno trasformando l’azione di vestirsi da un puro gesto di moda a una scelta di benessere. La decisione di come vestirsi può essere orientata non solo dai colori che ci piacciono, dalla vestibilità o dall’estetica, ma anche dai benefici e dalle qualità curative di alcuni tessuti… Immaginate di indossare una maglietta che idrata la pelle o un paio di pantaloni che rilasciano vitamina C ed E, e favoriscono il recupero muscolare.
Acido ialuronico, microbi, nanoparticelle di zinco: un lessico più da laboratorio scientifico che da guardaroba. Racconta la nuova frontiera dell’abbigliamento funzionale, dove i capi cosmetotessili nascono dall’incontro tra la ricerca e una tecnologia nota come Advanced Delivery from Cosmetics to Clothes. La differenza non si vede, ma si sente, e spazia dall’underwear che promette tonicità e idratazione fino alle maschere antiacne. «Parliamo di uno dei filoni più interessanti del biotessile, che si sviluppa a partire da tecnologie integrate direttamente nella matrice del polimero o applicate sulla superficie del tessuto. Si tratta di stoffe addizionate con vari principi attivi che non si limitano a vestire il corpo, ma interagiscono con i processi biologici cutanei», spiega Alessia Moltani, docente di Scienza e tecnologia dei materiali all’Istituto Marangoni, esperta di smart textiles. «Le applicazioni possono riguardare la microcircolazione, con effetto anticellulite, la termopercezione, il recupero muscolare e l’equilibrio del microbioma cutaneo».
Una delle più recenti declinazioni del carewear si chiama C+ e arriva dal marchio francese Coperni: top, body e leggings neri dalla linea essenziale, effetto seconda pelle. In linea con l’estetica minimalista del brand, questi capi coniugano skincare e abbigliamento quotidiano. Il tessuto, sviluppato in collaborazione con la biotech svizzera HeiQ, è progettato per seguire i movimenti del corpo e attivarsi con calore e attrito, rilasciando gradualmente un mix di componenti probiotiche e prebiotiche.
L’obiettivo è mantenere l’equilibrio naturale del microbioma cutaneo – i batteri “buoni” che vivono sulla pelle e ne preservano la funzione di barriera – e accompagnarne i naturali processi di autoriparazione. Dermatologicamente testato, il materiale mantiene morbidezza e prestazioni nel tempo e, secondo le specifiche del progetto, contribuisce a migliorare idratazione e luminosità della pelle anche dopo lavaggi ripetuti e in modo continuativo. La proposta di Coperni s’inserisce in un panorama ampio di sperimentazioni che stanno ripensando il rapporto tra tessuto ed epidermide. Come fa in Italia BeGood, attivo nell’athleisure: pantaloni, top e canottiere realizzati in Dermofibra, che combina minerali come magnesio e zinco con microcapsule di aloe, vitamina E, caffeina o retinolo gradualmente rilasciate. Sono capi progettati per stimolare il microcircolo e favorire idratazione ed elasticità cutanea, con benefici percepiti su tono e compattezza della pelle.
Su un piano più sperimentale si pone invece Skin Series, il progetto della designer britannica Rosie Broadhead, che dal 2020 lavora come ricercatrice tessile presso l’Università di Ghent in collaborazione con il microbiologo Chris Callewaert. Dopo una carriera nell’abbigliamento tecnico, Broadhead orienta la sua ricerca su una linea di indumenti intimi lavorati a maglia industriale con filati contenenti principi attivi, come appunto alghe, zinco, vitamina E, scelti per le loro proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e di supporto al rinnovamento cellulare. Con un plus: mentre la maggior parte dei marchi di abbigliamento sportivo si concentra sui tessuti sintetici o chimici, la sua ricerca si inserisce nel dibattito sulla sostenibilità dei materiali. In un contesto normativo europeo sempre più attento alla riduzione delle microplastiche, queste sperimentazioni puntano su filati alternativi, per esempio a base di chitosano o cellulosa, più compatibili con i requisiti di biodegradabilità.








