E Cortina diventò capitale del mondo
Il Lago di Misurina ghiacciato, turisti, atleti, stenografi. Alle Gallerie d’Italia a Milano una mostra racconta il tempo che fu e il dietro le quinte
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Un uomo a terra con una giacca di lana verifica che la linea del traguardo sia in asse con la scatola del fotofinish di fronte a lui. Tutto intorno è un bianco lattiginoso, abeti silenti e si intravede l’edificio che domina il Lago di Misurina. Questo è il traguardo delle gare del pattinaggio di velocità che si sarebbero svolte all’Olimpiade di Cortina 1956 e questo è uno scatto dell’infinito dietro le quinte di quella manifestazione capace di catapultare l’Italia sulla scena internazionale dopo le tragedie della guerra. In uno scatto solo, mille riflessioni: senza climate change, si poteva gareggiare su un lago naturale ghiacciato, i centesimi di secondo – gioia e dannazione delle medaglie – non erano ancora misurabili, nessun logo intorno, solo alcuni addetti in abiti civili pronti a preparare le Dolomiti all’evento. È un’immagine di settant’anni fa, di un’Italia alla Bianciardi o alla Pavese, di un’Italia naïve e piena di incanto, ed è parte della mostra «La strada per Cortina. VII Giochi Olimpici Invernali 1956», in corso alle Gallerie d’Italia di Milano: «Cortina fu uno spartiacque – scrive il curatore Aldo Grasso –: per la prima volta l’Italia si presentava come un Paese capace di progettare una manifestazione internazionale, a pochi anni dalla fine di una guerra persa, per riconquistare la credibilità perduta».
Superato il magnifico Cavallo colossale di Antonio Canova che apre l’altra mostra in corso alle Gallerie, «Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo», la Sala delle Colonne diventa una località sciistica nel cuore di Milano, dove si arriva con una foto a tutta parete: la strada, un tappeto bianco, che porta a Cortina è un’auto in corsa verso la località imbiancata. E intorno decine di fotografie in bianco nero che raccontano l’Olimpiade, nelle sue mille facce: vengono dall’Archivio Publifoto, 7 milioni di immagini che vanno da inizio anni 30 agli anni 90 del Novecento, acquisito da Intesa Sanpaolo nel 2015. A Cortina lavorarono i professionisti più esperti di Publifoto, producendo oltre 100 servizi e 1.400 immagini. Che ora ci parlano, sì, ci parlano, quasi fossero un film, ma molto più vero e genuino del documentario Vertigine bianca, prodotto dall’Istituto Luce sui VII Giochi olimpici invernali.
A Cortina arrivarono poco più di 800 atleti, da 32 Paesi con turisti al seguito e c’è un fattorino che accatasta valigie su valigie dall’Urss nell’atrio di un albergo. Al Savoia c’è anche il centro stampa, la sala delle telescriventi e il casellario dove ogni giornalista riceveva i comunicati ufficiali. Altri mondi, altri tempi. Tutto più lento, tutto più umano. Giovani donne in servizio all’ufficio interpretariato, perché Cortina, come raccontano Antonella Stelitano e Adriana Balzarini nel ricco Le donne di Cortina 1956 (Minerva), fu un’edizione molto femminile, rispetto a quanto poco le donne fossero nella vita quotidiana: giornaliste, giudici, capo delegazione, addette alle premiazioni. E anche Giuliana Minuzzo Chenal, la prima donna dei Giochi a leggere il giuramento degli atleti perché Zeno Colò, accusato di aver prestato il suo nome a una marca di scarponi, era stato squalificato con l’accusa di professionismo.
A proposito di marchi, a Cortina ce n’erano tanti, liquori, il gas, bevande frizzanti, tv. È la pubblicità, bellezza. Ma niente loghi sui campi di gara, sontuosi e magnificenti: lo Stadio Olimpico del ghiaccio, progettato dall’ architetto Mario Ghedina, e il Trampolino Italia, con punto critico a 72 metri, che solo a vederlo da sotto è vertigine. Come i saltatori con gli sci che si lanciano nel vuoto e bucano le fotografie.
C’è qualche signora che si mette in posa, tacco 8 e pelliccia, davanti ai cinque cerchi, oppure due cuoche abbracciate da Toni Sailer, discesista austriaco vincitore di tutte e tre le prove dello sci alpino, o una Sophia Loren, di porcellana in mezzo ai turisti, o qualche bontempone che, vestito da orso polare con ombrello, cerca lo scatto-ricordo su sfondo bianchissimo. Ahi, quanto ci manca così tanta neve… I fotografi della Publifoto hanno le Fiat 600 multipla per essere ovunque, anche abbarbicati su impalcature senza tante normative di sicurezza per le immagini dall’alto, che cercano pure gli operatori tv.













