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Dyson sfida la fisica del pavimento: Spot+Scrub Ai, il robot che vuole vedere lo sporco

Con Spot+Scrub Ai Dyson entra nel mercato dei robot ibridi con visione artificiale, rullo autopulente e un prezzo da fascia alta: 1.199 euro

di Luca Tremolada

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La premessa è lunga prima di dirvi come è andata la prova di Spot+Scrub Ai il primo robot ibrido per la pulizia di Dyson. Quindi abbiate pazienza. I robot per la pulizia domestica sono ormai diventati adulti. ma un conto è aspirare briciole altro e lavare un pavimento non è come aspirare briciole. Mettere insieme le due funzione vuole dire giocare una partita a scacchi contro la fisica. E spesso vince lo sporco. In particolare, la pulizia a secco è un problema di potenza e di flussi d’aria. Devi generare abbastanza depressione per sollevare polvere, sabbia, detriti. Ma dentro un disco alto poco più di dieci centimetri. Con batterie che devono durare. E con un contenitore che non può diventare un sacco nero con le ruote. È un equilibrio tra motore, cicloni, filtri. Troppa potenza e scarichi la batteria. Troppa filtrazione e perdi aspirazione. Troppa autonomia e aumenti peso e costi.

La pulizia a umido è un’altra storia. Qui non basta aspirare. Devi sciogliere. Dosare l’acqua. Non allagare il parquet. Non trascinare lo sporco da una stanza all’altra come una pennellata maldestra. I robot tradizionali hanno risolto con panni umidi passivi. Un po’ di acqua, un po’ di attrito. Funziona, ma è come passare uno straccio con gli occhi chiusi. Se trovi una macchia ostinata, spesso la spalmi. Se il rullo si sporca, continui a sporcare.

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Il nodo è sempre lo stesso: capire cosa c’è sul pavimento. E reagire.

Il primo robot ibrido di Dyson, lo Spot+Scrub Ai è un debutto importante. Perché l’azienda fondata da James Dyson arriva tardi nel mercato dei robot, ma arriva con l’idea di cambiare le regole del gioco. Il cuore del sistema è l’impianto di visione artificiale con luce verde, “simile a un laser”, che promette di riconoscere fino a 190 oggetti e quasi 200 tipi di sostanze. In pratica accende un faro sul pavimento e cerca differenze di texture e riflessi che l’occhio umano spesso ignora. È un po’ come usare una lente d’ingrandimento digitale per stanare le macchie invisibili. Quando ne trova una, non si limita a passarci sopra: insiste. Ripete il ciclo finché l’algoritmo non decide che la superficie è pulita. È una pulizia per iterazione, non per passaggio unico .

Dal punto di vista ingegneristico, la scelta più interessante è il rullo umido autopulente. Un sistema di idratazione a 12 punti distribuisce acqua calda pulita lungo tutta la larghezza, 27 centimetri, mentre la microfibra si lava a ogni rotazione . L’idea è semplice da spiegare e complessa da realizzare: non trascinare mai acqua sporca sulla superficie già trattata. Il dock completa il ciclo con lavaggio a 60 gradi e asciugatura a 45 gradi . In teoria, muffe e odori restano fuori dalla porta.

Sul fronte aspirazione Dyson resta fedele al suo Dna ciclonico. Dieci cicloni Root nel dock per lo svuotamento automatico, contenitore senza sacchetto, capacità dichiarata fino a 100 giorni . È la trasposizione in formato robot della filosofia che nel 1993 portò al DC01: niente sacchetti, solo forza centrifuga.

La navigazione combina LiDAR DToF e doppio laser. Mappatura intelligente, etichettatura delle stanze via app, riconoscimento di cavi, calzini e perfino “incidenti” degli animali domestici . Qui il robot non deve solo pulire. Deve evitare di fare disastri.

I punti di forza sono chiari. Integrazione reale tra secco e umido, non un panno accessorio. Un sistema di rilevamento che prova a chiudere il gap tra occhio umano e sensore. Un ciclo di manutenzione quasi industriale, con lavaggio e asciugatura del rullo automatizzati. È un salto di categoria per Dyson, che finora aveva dominato il cordless ma osservato da lontano il mercato robotico.

Le debolezze? La complessità. Ogni sensore in più è un costo. Un robot da 6,6 chili, con dock da 9 chili, motore da 18 kPa e tre ore di ricarica completa deve dimostrare che l’intelligenza non si traduce in lentezza.

Il mercato dei robot aspirapolvere vale miliardi e cresce a doppia cifra in molte aree mature. Ma è un’arena affollata. Dyson entra con un messaggio chiaro: non basta mappare la casa, bisogna capire lo sporco. È una differenza sottile. Come passare dalla fotografia alla diagnosi.

La vera domanda è se l’intelligenza artificiale applicata al pavimento riuscirà dove finora hanno fallito sensori e panni umidi. Se manterrà la promessa, non sarà solo un nuovo prodotto. Sarà l’inizio di una nuova categoria. Se invece l’AI si rivelerà più marketing che sostanza, resterà un esperimento costoso in un settore dove la concorrenza non fa sconti. A questo proposito: il prezzo? Parliamo di un prodotto di fasica alta: 1.199,00. Con Dyson non compri solo un elettrodomestico, compri un pezzo di R&D. Se lo scegli devi prenderne atto.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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