L’audizione

Draghi: «Difesa Ue passaggio obbligato, serve debito comune»

Il discorso a sei mesi dalla presentazione del Rapporto sulla competitività: urgente sforzo coordinato su bollette, innovazione e sicurezza. «Fabbisogno finanziario già cresciuto. No a tagli a spesa sociale e sanitaria»

di Manuela Perrone

Il consulente speciale della presidente della Commissione Ue ed ex premier e presidente Bce, Mario Draghi, ha presentato il suo rapporto nella sala Kock del Senato.

10' di lettura

10' di lettura

A maggior ragione davanti al cambiamento della politica estera degli Usa l’Europa «deve agire come un solo Stato», a partire dai tre fronti chiave: riduzione del costo dell’energia, innovazione e difesa. Con il ricorso al debito comune e una deregolamentazione non selvaggia, ma massiccia. Per la prima volta Mario Draghi torna in Parlamento, «con emozione e con tanta gratitudine». Mancava dal 21 luglio 2022, il giorno dell’annuncio delle sue dimissioni da premier alla Camera. Oggi in Sala Koch al Senato l’attesissima audizione alle commissioni congiunte Politiche Ue, Bilancio e Industria sul suo Rapporto sul futuro della competitività europea, commissionato all’ex presidente della Bce dalla Commissione e adottato dalla presidente Ursula von der Leyen per gli orientamenti politici del nuovo Esecutivo comunitario.

Draghi al Senato, il video integrale del suo discorso

Loading...

Il discorso di Draghi arriva a sei mesi dalla presentazione del Rapporto, in uno scenario internazionale già radicalmente cambiato, anzi terremotato, dall’inedito asse tra Trump e Putin, e lo stesso giorno delle comunicazioni alle Camere della premier Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo di giovedì, che punta a definire una posizione unitaria dei Ventisette sul sostegno all’Ucraina e sui prossimi passi per la difesa comune.

Colpisce che la cifra che il piano ReArm Europe vorrebbe mobilitare per rafforzare la capacità europea di difendersi sia la stessa di quella che Draghi aveva ipotizzato come necessaria per rilanciare la competitività del Vecchio Continente: 800 miliardi di euro. Colpisce allo stesso modo che i settori industriali europei più in crisi, come l’automotive, stiano puntando alla diversificazione produttiva proprio verso i settori ad alto potenziale di crescita, come la difesa e l’aerospazio.

IL DISCORSO INTEGRALE DI DRAGHI IN PARLAMENTO

«Sicurezza messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera Usa»

«La nostra sicurezza è oggi messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che, con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione europea», esordisce Draghi. »L’Ue ha garantito per decenni ai suoi cittadini pace, prosperità, solidarietà e, insieme all’alleato americano, sicurezza, sovranità e indipendenza». Ma «i valori costituenti della nostra società europea sono oggi posti in discussione». L’ordine delle relazioni internazionali e commerciali è «sconvolto dalle politiche protezionistiche del nostro maggiore partner: i dazi, le tariffe e le altre politiche commerciali annunciate avranno un forte impatto sulle imprese italiane ed europee. I ritardi dell’Ue nel rafforzamento della sicurezza comune, davanti al disimpegno Usa, si manifestano in tutta la loro gravità. E il tempo disponibile si è «drammaticamente ridotto».

La spia rossa del risparmio che fuoriesce dall’Ue

Per Draghi, il dato che meglio riassume la persistente debolezza dell’economia del nostro continente è la quantità di risparmio che ogni anno fuoriesce dall’Unione: 500 miliardi di euro nel solo 2024, «risparmi a cui l’economia europea non riesce a offrire un tasso di rendimento adeguato».

Costo dell’energia prima causa di debolezza: «Tagliare le bollette»

Sono tre gli aspetti delle cause strutturali dell’inadeguatezza europea su cui Draghi si sofferma, «diventati ancora più urgenti nei sei mesi trascorsi dalla pubblicazione» del Rapporto: costo dell’energia, della regolamentazione, della politica dell’innovazione. Sul primo punto l’ex presidente della Bce è netto: «Una seria politica di rilancio della competitività europea deve porsi come primo obiettivo la riduzione delle bollette per imprese e famiglie».

Prezzi del gas e dell’elettricità freno alla competitività

Il motivo è presto detto. Il prezzo del gas naturale all’ingrosso tra settembre e febbraio è aumentato in media di oltre il 40%, con punte di oltre il 65%, per poi attestarsi a +15% nell’ultima settimana. Stessa curva per i prezzi dell’elettricità all’ingrosso, cresciuti in modo generalizzato nei diversi Paesi europei, e che continuano a essere 2-3 volte più alti dei prezzi negli Stati Uniti. In Italia si soffre ancora di più, con prezzi dell’elettricità all’ingrosso nel 2024 in media superiori dell’87% rispetto a quelli francesi, del 70% rispetto a quelli spagnoli, e del 38% rispetto a quelli tedeschi. Anche i prezzi del gas all’ingrosso in Italia nel 2024 sono stati mediamente più alti rispetto ai mercati europei.

Tassazione italiana «tra le più elevate d’Europa»

Sui prezzi finali ai consumatori pesa la tassazione, in Italia tra le più alte dell’Ue: nel primo semestre del 2024, eravamo il secondo Paese europeo con il più alto livello di imposizione e prelievi non recuperabili per i consumatori elettrici non domestici. «Costi dell’energia così alti pongono le aziende – europee e italiane in particolare – in perenne svantaggio nei confronti dei concorrenti stranieri. È a rischio non solo la sopravvivenza di alcuni settori tradizionali dell’economia, ma anche lo sviluppo di nuove tecnologie ad elevata crescita. Si pensi ad esempio all’elevato consumo necessario per i data center». La raccomandazione all’Europa? Esercitare «il nostro potere d’acquisto nel mercato del gas naturale, sfruttando la nostra posizione di più grande consumatore al mondo di gas», coordinare meglio la domanda di gas tra Paesi, ad esempio anche riempiendo gli stoccaggi con flessibilità in modo da evitare l’irrigidimento della domanda complessiva, «pretendere una maggiore trasparenza dei mercati» per evitare rischi di concentrazione e rafforzare il livello di vigilanza.

Rinnovabili, cittadini «stanchi di aspettare i benefici»

Il beneficio dei più bassi costi operativi delle rinnovabili - aggiunge Draghi - raggiungeranno pienamente gli utenti finali solo tra molti anni. «I cittadini ci stanno dicendo che sono stanchi di aspettare». La stessa decarbonizzazione «è a rischio. I prezzi all’ingrosso dell’elettricità dipendono dal mix di generazione ma anche da come si forma il prezzo. In Europa, nel 2022, pur rappresentando il gas solo il 20% del mix di generazione elettrica, ha determinato il prezzo complessivo dell’elettricità per più del 60% del tempo. In Italia, per circa il 90% delle ore». Da qui il rinnovato invito a «disaccoppiare il prezzo dell’energia prodotta dalle rinnovabili e dal nucleare da quello dell’energia di fonte fossile». Senza limitarsi ad aspettare le riforme a livello europeo. «In Italia - ricorda Draghi - sono disponibili decine di gigawatt di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazione o di contrattualizzazione. È indispensabile semplificare e accelerare gli iter autorizzativi, e avviare rapidamente gli strumenti di sviluppo». Ma anche «slegare la remunerazione rinnovabile da quella a gas, sia sui nuovi impianti che su quelli esistenti, adottando più diffusamente i Contratti per Differenza (CfD) e incoraggiando e promuovendo i Power Purchasing Agreement (PPA)».

Stop all’eccesso di regolamentazione, serve «meno confusione»

Sull’eccesso di regolamentazione prodotta dall’Ue Draghi non fa sconti. «Ci sono cent0 leggi focalizzate sul settore high tech e 200 regolatori diversi negli Stati membri. Non si tratta di proporre una deregolamentazione selvaggia ma solo un po’ meno di confusione». Troppe regole, e troppo frammentate, che «penalizzano, soprattutto nel settore dei servizi, l’iniziativa individuale, scoraggiano lo sviluppo dell’innovazione, penalizzano la crescita dell’economia». Il Fmi ha già calcolato che la frammentazione ha contribuito a creare barriere interne al mercato unico che equivalgano a un dazio del 45% sui beni manifatturieri e del 110% sui servizi. «Non possiamo dunque stupirci se i nostri inventori più brillanti scelgano di portare le loro aziende in America, e se i cittadini europei li seguano con i propri risparmi». Le proposte della Commissione in materia di obblighi informativi sulla sostenibilità, da cui saranno esentate le imprese con meno di mille dipendenti, sono solo «un primo passo nella direzione giusta». Poi l’affondo: «Da parte degli Stati membri non risulta alcuna iniziativa di maggiore semplificazione».

Innovazione, l’Europa «continua a perdere terreno»

La diagnosi sulla lenta marcia dell’innovazione Ue è forse la più spietata. «Il ritardo europeo è divenuto ancor più accentuato - sottolinea Draghi - e probabilmente incolmabile». «I modelli di intelligenza artificiale sono diventati sempre più efficienti, con costi di addestramento che si sono ridotti di dieci volte da quando è uscito il Rapporto. Secondo recenti sviluppi, i modelli di intelligenza artificiale si stanno avvicinando sempre di più - o stanno addirittura superando - le capacità di ricercatori in possesso di dottorato. Agenti autonomi si avviano ad essere in grado di prendere decisioni operando in completa autonomia».

La strada? Un mercato unico europeo dell’IA

Otto dei dieci maggiori large language models sono sviluppati negli Stati Uniti, i rimanenti due in Cina. Il suggerimento resta lo stesso: che l’industria, i servizi e le infrastrutture sviluppino l’impiego dell’AI nei loro rispettivi settori. «L’urgenza è essenziale perché i Llm si stanno espandendo anche verticalmente». E solo «la creazione di un vero mercato unico europeo dei servizi per 450 milioni di persone è il vero presupposto per l’avvio di un ciclo dell’innovazione ampio e vitale». Lo abbiamo «per i dentifrici e non per l’IA», punge Draghi. Vanno sostenute le start-up, secondo l’ex premier, e la proposta della Commissione di un regime giuridico per le società innovative che saranno soggette in tutti i 27 Stati dell’Unione alle stesse norme di diritto societario, fallimentare, del lavoro e tributario.

Difesa comune, favorire le sinergie industriali

Sulla difesa - lasciata da Draghi nella terza parte del suo discorso, in linea con l’indice degli argomenti nel Rapporto - l’ex presidente Bce è convinto che «occorre definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei per lingua, metodi, armamenti e che sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale». Ne discende l’esigenza di «favorire le sinergie industriali europee concentrando gli sviluppi su piattaforme militari comuni (aerei, navi, mezzi terresti, satelliti) che consentano l’interoperabilità e riducano la dispersione e le attuali sovrapposizioni nelle produzioni degli Stati membri».

Procurement va concentrato su poche piattaforme

Qui arriva il riferimento al ReArm. E un monito: «Mentre si pianificano nuove risorse, occorrerebbe che l’attuale procurement europeo per la difesa – pari a circa 110 miliardi di euro nel 2023 – fosse concentrato su poche piattaforme evolute invece che su numerose piattaforme nazionali, nessuna delle quali veramente competitiva perché essenzialmente dedicata ai mercati domestici». Anche qui, come per la regolamentazione, l’effetto del frazionamento è deleterio: a fronte di investimenti complessivi comunque elevati, i Paesi europei alla fine acquistano gran parte delle piattaforme militari dagli Stati Uniti, che tra il 2020 e il 2024 hanno fornito il 65% dell’importazione di sistemi di difesa degli Stati europei aderenti alla Nato. Nello stesso periodo l’Italia ha importato circa il 30% dei suoi apparati di difesa dagli Stati Uniti.

Serve strategia Ue anche per le tecnologie, dal cloud alla cybersicurezza

L’unione converrebbe anche se si guarda alla tecnologia, ormai parte integrante della difesa assieme all’armamento. Draghi cita i droni (una stima delle forze armate ucraine secondo cui dall’inizio del conflitto circa il 65% degli obiettivi centrati è stato colpito da velivoli senza pilota), ma anche l’intelligenza artificiale, i dati, la guerra elettronica, lo spazio e i satelliti, la silenziosa cyberguerra, che «hanno assunto un ruolo importantissimo dentro e fuori i campi di battaglia». «Occorre quindi dotarsi di una strategia continentale unificata per il cloud, il supercalcolo e l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza: questo sviluppo non può che avvenire su scala europea». In sintesi, per Draghi «la difesa comune dell’Europa diventa un passaggio obbligato per utilizzare al meglio le tecnologie che dovranno garantire la nostra sicurezza». E persino la valutazione degli investimenti dovrà cambiare pelle: oggi è basata sul computo delle sole spese militari, domani «andrà modificata per includere gli investimenti su digitale, spazio e cybersicurezza che diventano necessari alla difesa del futuro». Non è solo una questione di sicurezza, tiene a precisare Draghi, ma di «presenza dell’Europa tra le grandi potenze».

Debito comune «unica strada». No a tagli a sanità e spesa sociale

Il fabbisogno finanziario indispensabile per «un’Europa che cresce» ormai - riconosce Draghi - «supera le previsioni del Rapporto». L’ex presidente Bce non fa cifre: gli 800 miliardi non compaiono mai tra le sue parole. Ma la direzione che auspica è chiara: un’Europa che riforma il suo mercato dei servizi e dei capitali - dice - «vedrà il settore privato partecipare a questo finanziamento», ma «l’intervento dello Stato resterà necessario». Come? «Il ricorso al debito comune è l’unica strada. Perché «gli angusti spazi di bilancio - afferma Draghi (e il riferimento all’Italia è implicito) - non permetteranno ad alcuni Paesi significative espansioni del deficit, né sono pensabili contrazioni nella spesa sociale e sanitaria: sarebbe non solo un errore politico, ma soprattutto la negazione di quella solidarietà che è parte dell’identità europea, quell’identità che vogliamo proteggere difendendoci dalla minaccia dell’autocrazia».

L’Europa agisca «come un solo Stato»

L’appello finale è una chiamata: «L’Europa dovrà agire come se fosse un solo Stato». Attraverso una maggiore centralizzazione delle decisioni e della capacità di spesa. Oppure con un coordinamento più rapido ed efficace tra i Paesi che, condividendo gli indirizzi di fondo, riusciranno a raggiungere i compromessi necessari per una strada comune. Draghi conclude con un riconoscimento alle Camere - «in ogni momento di questo processo i Parlamenti nazionali ed europeo avranno un ruolo essenziale» - e alla centralità della politica: «Così costruiremo un’Europa forte e coesa perché ogni suo Stato è forte solo se è insieme agli altri e solo se è coeso al suo interno».

Conviene mantenere «gigantesco surplus commerciale»?

Rispondendo alle numerose sollecitazioni dei parlamentari, Draghi chiarisce che «l’idea di soluzioni bilaterali è quella che vogliono i nemici dell’Unione europea, ma non sono sicuro che sia quello che conviene a noi». E, rammentando che gli Usa sono il principale partner commerciale dell’Ue (con il 20% dell’export europeo diretto oltreoceano), evidenzia come «la costruzione di un muro tariffario per forza ci porterà a dirottare queste esportazioni verso altre destinazioni. Ma siamo sicuri che vogliamo mantenere questo gigantesco surplus commerciale o invece pensare alla domanda interna, non trascurare le nostre infrastrutture, spendere per la ricerca e l’innovazione, per il clima?».

I rischi della cessione di sovranità inferiori ai danni da mancato mercato unico

Sull’inevitabile cessione di sovranità che deriverebbe dalle soluzioni caldeggiate, dalla difesa al mercato unico dei capitali, Draghi rievoca uno degli ultimi negoziati per la costruzione dell’euro e il racconto di Ciampi: «Tutti mi chiedono: perché vuoi farlo? Oggi sei sovrano della tua politica monetaria, domani non più. Io rispondo sempre che non sono sovrano, non conto niente, oggi devo fare quello che fa la Bundesbank. Domani sarò a un tavolo e avrò una fettina di sovranità». Si resti realisti anche oggi, sembra dire Draghi, certo stando «attenti nel dialogo con la Commissione e con gli altri Paesi» e difendendo le nostre tradizioni e i nostri valori, ma soppesando sull’altro piatto della bilancia i danni del non riuscire a costruire il mercato unico.

I fondi si trovano anche eliminando gli sprechi: il caso della ricerca

Alle domande su dove ricavare gli 800 miliardi ipotizzati, Draghi replica che sì, il bilancio europeo va aumentato, ma vanno anche eliminati gli sprechi. Non solo nazionali. Per l’Europa prende ad esempio i finanziamenti alla ricerca: «La spesa in percentuale del Pil è la stessa degli Usa, ma i nostri programmi sono completamente frammentati. Mancano di una qualità essenziale: l’intensità. Noi applichiamo un po’ di denaro dappertutto. E poi pesa l’enorme differenza con il finanziamento privato, che negli Usa è pari a 270 miliardi l’anno. Come si fa ad aumentarlo? Il Rapporto offre una serie di risposte. Ma di nuovo si possono dare se si riesce a riformarci, a trasformarci. Una capacità più importante ancora del debito comune.

La prima sfida sarà sui meccanismi decisionali dell’Ue

La prima sfida per i Ventisette - predice - sarà quella sui meccanismi decisionali: verificare se si riesce a limitare l’unanimità ad alcune decisioni particolari e muoversi a maggioranza qualificata su tutte le altre. Di certo non un passaggio di poco conto. Lo dice a chiare lettere: «La difesa implica anche la politica estera: bisogna essere d’accordo su chi è il nemico». In Italia faticano anche i singoli partiti.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti