Inchiesta

Dove vivono gli europei? Dagli appartamenti della Spagna alle villette in Irlanda, il divario abitativo Ue

Il 65% della popolazione spagnola vive in un appartamento, una percentuale di 15 punti superiore alla media europea e molto lontana da altri paesi come l’Irlanda, dove ad adottare tale soluzione abitativa è solo il 10% della popolazione

di Ana Somavilla (El Confidencial) | Justina Maciūnaitė (Delfi. Lituania), Afrodite Tziantzi (Efsyn. Grecia) Michela Finizio (Il Sole 24 Ore, Italia)

(Europa Press via Getty Images)

7' di lettura

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Riunioni di quartiere, condivisione di spazi in cui stendere i panni e persino la fila al solito fornaio per comprare il pane. Se per gli spagnoli è una realtà abituale, per il resto d’Europa non è così comune. Infatti, la Spagna è il paese europeo con il maggior numero di persone che vivono in appartamenti: il 65%, stando agli ultimi dati Eurostat.

«La convivenza fa parte della nostra cultura», afferma Sergio Nasarre, professore di diritto civile e fondatore della Cattedra UNESCO sull’abitare dell’Università Rovira i Virgili di Tarragona. Questa predisposizione, spiega, deriva dal concetto di proprietà orizzontale, nato dallo spirito di democratizzazione dell’accesso alla proprietà.Secondo l’esperto, l’unità abitativa nota come appartamento rispondeva alla necessità di ricostruire il patrimonio abitativo dopo la conclusione della guerra civile spagnola nel 1939, raggiungendo la massima espansione nel 1960.

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Questa soluzione avrebbe consentito di suddividere il suolo urbano per creare un sistema abitativo più «accessibile», che implica indirettamente «la condivisione della vita di quartiere».Gloria Román, dottore di ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università di Granada, delinea il contesto storico e assicura che questa dignificazione sia dell’appartamento che della proprietà è da attribuire alle politiche promosse durante il regime franchista e dopo il massiccio esodo rurale alla fine degli anni Cinquanta.

«Il contrasto era elevato, perché si passava dalla miseria conseguente alla guerra civile al presunto progresso degli anni Sessanta», chiarisce Román. Inoltre, aggiunge che si è trattato di un processo in cui i beni di consumo e il loro possesso «sono diventati simboli di prosperità e progresso». Ampliando la questione al contesto internazionale, secondo il confronto pubblicato da Eurostat, Svizzera (63,4%) e Germania (62,7%) occupano la seconda e la terza posizione della classifica, dietro alla Spagna.

Al contrario, Belgio (22,4%), Paesi Bassi (18,7%) e Irlanda (10,6%) si trovano in fondo, poiché hanno scommesso maggiormente sul modello abitativo unifamiliare.

APPARTAMENTI O CASE INDIPENDENTI, LE QUOTE IN EUROPA

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Il caso dell’Irlanda è un esempio di costruzione orizzontale. Le leggi sull’edilizia abitativa non mirano a produrre il maggior frazionamento del territorio, ma piuttosto a generare un tessuto urbano rado e distante, che si traduce in un maggior potere per il proprietario.Il governo ha studiato i costi di costruzione rispetto alla media europea e ha concluso che non vi è una differenza così significativa tra il parco immobiliare di appartamenti e l’attuale rete di case unifamiliari. In definitiva, si tratta di un sistema strutturato per produrre il massimo valore dal terreno.

Ciò ha provocato una crisi abitativa per molti giovani. L’anno scorso i prezzi e gli affitti sono raddoppiati rispetto agli ultimi 10 anni, mentre i salari sono aumentati del 13%. A questo si aggiunge il fatto che, nel 2022, era già il Paese più caro dell’Unione Europea.La media europea si attesta al 52%, un dato motivato e condizionato dallo stato del settore immobiliare e dall’immagine sociale della proprietà in ogni paese. Non vi è quindi una variazione della tendenza a seconda della posizione sulla mappa (nord-sud), come accade con altri indicatori, soprattutto quelli associati al reddito, anche se ci sono fattori in comune tra alcuni dei paesi del Sud.

È il caso di paesi come Malta (qui, il 58,1% della popolazione vive in appartamenti), Grecia (58,2%) o Italia (57,1%), che mantengono livelli superiori alla media europea. Per Nasarre, fanno parte della tradizione mediterranea e, assicura, condividono questo fattore sociologico di vicinanza.

Dalla polykatoikia greca al centro di Vilnius

Anche Tomas Malutas, professore di geografia sociale all’Università Harokopeion di Atene, riflette su questa tradizione. A suo parere, le fasi di industrializzazione di ogni regione d’Europa hanno segnato anche l’affermarsi o meno in modo prevalente dell’edilizia verticale. «Fino al 1950, il comune di Atene contava meno di 1000 polykatoikias. Nel 1980 erano 35mila. Questo è stato un grande cambiamento per il settore edile greco», afferma Thomas Malutas, professore di geografia sociale presso l’Università Harokopeion di Atene. Polykatoikia è il termine greco che indica «una casa per molti».

Le prime polykatoikias urbane sotto forma di edificio sono comparse nel centro di Atene all’inizio del XX secolo ed erano abitate principalmente da residenti di classe alta e medio-alta. È stato dopo la seconda guerra mondiale che hanno preso piede come soluzioni economiche per ospitare molte persone in agglomerati di appartamenti su terreni piuttosto piccoli. Secondo Malutas, in tutto questo processo è degno di nota lo sviluppo del sistema di «Antiparochi» per la proliferazione della democratizzazione delle abitazioni e della proprietà orizzontale, che è diventato il metodo di finanziamento più comune per la costruzione di condomini a partire dagli anni Cinquanta.

Questo contratto tra costruttore e proprietario terriero divideva quindi la proprietà in base all’investimento e portava alla nascita di alloggi a prezzi più accessibili, anche per la classe medio-bassa della città. L’esperienza di Marija, 31 anni, di un piccolo villaggio della Lituania, è un altro esempio di questa realtà in alcuni paesi europei. Ha scoperto la vita in appartamento solo quando si è trasferita nella capitale del suo paese. «Non posso permettermi di comprare una casa qui, ma posso permettermi un appartamento».

Sebbene senta la mancanza di vivere in un ambiente naturale, può compensare con dei brevi viaggi. Ora apprezza la vita in comunità e organizza persino la pulizia delle finestre, racconta felicemente.Secondo i dati forniti dall’agenzia nazionale di statistica lituana al portale Delfi, si stima che tra il 2004 e il 2022 sono state costruite oltre 190mila nuove case unifamiliari e oltre 60mila nuovi condomini. Il numero di case unifamiliari è cresciuto più rapidamente del numero di condomini.

«La domanda di appartamenti rimane superiore», afferma l’agente immobiliare lituano Arūnas Ragelis. In particolare, spiega, gli appartamenti venduti sono quasi il doppio delle case, stando ai dati sulle transazioni immobiliari.

Essere proprietari in Europa

La Spagna non è solo una nazione di appartamenti, ma anche di proprietari. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’INE (Istituto Nazionale di Statistica spagnolo), nel 2021 il 75,2% delle famiglie risiedeva in una casa di proprietà. Secondo Nasarre, la Spagna è anche uno dei Paesi europei con un «minore indebitamento» legato alle abitazioni.«Alla fine, gli appartamenti erano più economici da costruire e quindi da acquistare», chiarisce Román. Questa accessibilità, unita alla necessità di costruire sul tessuto urbano delle città, ha spinto a preferire la casa di proprietà.

I PAESI CON PIÙ PROPRIETARI DI CASA

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Tuttavia, la dottoressa assicura che questa tendenza si sta dissolvendo a causa di «modelli culturali e un contesto di precarietà» che lasciano spazio all’affitto. Oggi, l’aumento del movimento nel mercato degli affitti e la crescita dei prezzi a un ritmo più rapido di quello dei salari hanno incoraggiato una divisione degli alloggi ancora maggiore. Secondo il professore, questa situazione sfocia in un peggioramento delle condizioni di vita: «Non si tratta di un’ulteriore frammentazione», assicura, perché ciò porterebbe a un aumento degli alloggi non a norma.Sergio, 33 anni, di Valladolid, ha scelto di acquistare un appartamento sulla Costa del Sol perché «il mutuo era meglio dell’affitto».

Lo stesso vale per la Grecia, dove il tasso di proprietà è del 78,2%. «Per noi, come per molte altre giovani coppie, non si è trattato di una scelta, ma di una semplice questione di disponibilità», spiega Andreas, 35 anni, residente ad Atene.È riuscito a ottenere un aiuto pubblico per comprare la casa che lui e la moglie avevano affittato alla periferia della città. «Il prestito approvato dal governo non era sufficiente per comprare un appartamento decente, perché dopo l’annuncio del programma, i prezzi degli edifici più vecchi sono aumentati e la disponibilità è diminuita», aggiunge precisando che la loro casa attuale non sarebbe ideale se volessero mettere su famiglia.

Tuttavia, è grato per l’aiuto ricevuto perché «i prezzi sono troppo alti, le case disponibili sono troppo poche e i nostri salari sono troppo bassi». Tuttavia, le condizioni familiari rimangono una priorità per alcuni. Come nel caso di Mercedes, 58 anni, che ha deciso di investire in una casa pensando al comfort della sua famiglia. «Volevamo che i miei due figli, ancora piccoli, avessero abbastanza spazio per giocare», confessa. Fattori come il livello di reddito, la capacità di indebitamento e lo stile di vita sono indicati da Tada Šarūnas, dottore in sociologia lituano, per spiegare il tasso di proprietà del suo paese, che si attesta all’88%.

«Osservando le grandi città, per qualche tempo si è assistito al fenomeno della suburbanizzazione, in cui la gente preferisce trasferirsi in periferia e comprare la propria casa. Ma i dati dell’ultimo censimento mostrano come, almeno a Vilnius, vi sia una tendenza leggermente diversa», aggiunge.«In centro i terreni sono molto più costosi che in campagna o nelle zone rurali, ma probabilmente lo spazio a disposizione è minore rispetto a una casa lontana dai centri urbani. In fin dei conti, si tratta di una diversa misurazione del lusso», spiega Šarūnas.

Italia, presente e futuro dell’affitto

La perdita del potere d’acquisto delle famiglie italiane e l’aumento dei tassi d’interesse stanno cambiando il rapporto con l’affitto. Chi sceglie l’affitto dichiara quasi sempre di preferirlo in quanto «unica soluzione possibile» a causa della mancanza di risorse finanziarie sufficienti per accedere al mercato dell’acquisto. Analizzando la capacità finanziaria, il 34,8% delle famiglie prevede di avere difficoltà a pagare l’affitto (+3% rispetto al 2022).

L’ultima indagine 2023 sulle famiglie italiane presentata dalla società di consulenza Nomisma nell’ambito del 16° Rapporto sulla Finanza per l’Abitare 2023 conferma la tendenza: il numero di compravendite è diminuito. «Nel 2023, l’aumento dei prezzi delle case e l’incremento dei tassi di interesse sui mutui hanno contribuito a consolidare il ruolo dell’affitto come soluzione, almeno teoricamente, più sostenibile, temporanea e dal minor compromesso», commenta Francesca Zirnstein, direttrice generale Scenari Immobiliari. In definitiva, il mercato italiano sta registrando un aumento dei tassi di interesse sui mutui, un incremento dei prezzi di vendita e un aumento della domanda nel breve periodo. Giuseppe Crupi, CEO di Abitare Co. chiarisce: «La scarsità di abitazioni ha esercitato e continua a esercitare un’enorme pressione sugli affitti nelle grandi città».

*L’articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo Pulse ed è stato scritto da Justina Maciūnaitė di Delfi (Lituania), Afrodite Tziantzi di Efsyn (Grecia) e Michela Finizio de Il Sole 24 Ore (Italia)


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