A casa dei grandi fotografi

Dove l’Adriatico e lo Ionio si incontrano, nel rifugio di Uli Weber

Fotografare l’Italia baciata dalla luna: è l’ultimo progetto del gentleman della luce, che, nella sua casa in Salento, a Santa Maria di Leuca, racconta gli scatti di una vita dietro l’obiettivo.

di Angelica Moschin

Uli Weber a Milano, con la sua Mercedes-Benz 300 SE Cabrio del 1966 con gli interni in pelle rossa. (© CLAUDIO MOSCHIN)

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A guardarlo, si sarebbe tentati di immaginarlo nato tra Chelsea e Belgravia, con il vizio per le giacche su misura e la naturalezza di chi passa da una sala d’aste di Christie’s a un pranzo a Mayfair senza mai allentare il nodo della cravatta. Nei modi misurati, nell’ironia asciutta, nell’understatement tipicamente british, Uli Weber incarna alla perfezione una certa idea di gentleman photographer inglese. E invece è tedesco fino in fondo: nato a Ulma, forgiato da quella disciplina mitteleuropea che ancora oggi si avverte nell’impostazione delle sue immagini.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

“1968 Ford GT40 P/1085” (2013). Entrambi gli scatti sono tratti dal suo libro “Goodwood Revival”.

Quando ci incontriamo per la prima volta, compare a bordo di una delle sue due automobili d’epoca, una rara Mercedes-Benz 300 SE Cabrio del 1966. Indossa una camicia bianca sotto a un trench leggero. La prima cosa che nota è il mio sguardo sugli interni in pelle rosso cremisi. Accenna un sorriso vagamente compiaciuto. «È fresca di restauro. La pelle rossa è la sua firma. E probabilmente anche il mio vizio più costoso», dice.

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“1958 Lister-Jaguar ‘Knobbly’” (2014), entrambi gli scatti sono tratti dal suo libro “Goodwood Revival”.

Weber ha una passione sfrenata per l’Italia che per lui non è tanto una destinazione estiva quanto una vera e propria ossessione estetica, al punto da convincerlo a mettere radici nel Salento. In Italia ha esposto da nord a sud, da Milano a Palermo, passando per Venezia, Roma e Lecce. Il suo libro più recente, Il Mezzogiorno, è infatti interamente dedicato al nostro Paese. In una luminosa mattina, più primaverile che estiva, mi apre le porte della sua casa a Santa Maria di Leuca, l’estrema punta della Puglia dove l’Adriatico e lo Ionio si incontrano quasi senza soluzione di continuità. Qui, lontano dagli studi fotografici di Londra e dal ritmo frenetico di Milano, le due città in cui vive per il resto dell’anno, Weber si concede una versione più privata di se stesso, più rilassata, più semplice.

Superata la soglia della sua casa-studio, l’impatto è scenografico: marmo scuro lucidissimo, carte da parati color lampone, oggetti sospesi tra brio mediterraneo e rigore teutonico. Alle pareti, le sue stampe fine art dedicate all’Irezumi, l’antica arte giapponese del tatuaggio che trasforma i corpi in ampie campiture dense di simboli, colori, storie. Tutto, nella casa di Weber, sembra parlare la lingua delle sue fotografie: sofisticata, sensuale, ma sempre misurata nel dettaglio. Non sorprende, dunque, che il suo linguaggio si sia affinato dentro l’universo iper-controllato dell’editoria fashion internazionale, tra Londra e New York, lavorando per Vogue America, sotto l’egida di Anna Wintour. Il suo lavoro è stato esposto in istituzioni come il Victoria and Albert Museum, la National Gallery of Victoria di Melbourne e la Saatchi Gallery di Londra. Ma per capirlo davvero bisogna partire dall’inizio, da quei progetti che ne hanno definito la cifra stilistica.

Il sesto libro di Weber, uscito nel 2025, è un intenso omaggio al Sud Italia meno scontato, accompagnato dai testi di Dame Helen Mirren, che in Puglia vive ed è impegnata nella protezione degli ulivi.

«I primi libri che ho fatto erano molto british. Portraits era composto quasi interamente da personaggi inglesi: Jeremy Irons, Hugh Grant, Eddie Redmayne, Kate Moss, Keira Knightley, Sting, Daniel Radcliffe… Poi è arrivato GoodwoodRevival, che è probabilmente il progetto più inglese che abbia mai realizzato, e infine The Allure of Horses, nato come omaggio al mondo equestre britannico. Gli inglesi adorano questi animali, è proprio parte del loro dna». A proposito di Goodwood Revival, oggi alla sua terza riedizione, il progetto è la prova che in fotografia il tempo non è necessariamente sinonimo di qualità. Nasce infatti di getto durante gli anni in cui Weber lavora per Tatler, punto di riferimento dell’upper class inglese: tre giorni appena, una full immersion totale nel microcosmo impeccabile e teatrale di Goodwood, nella contea del West Sussex, nel sud dell’Inghilterra. La rivista lo invia a ritrarre Lord March, oggi Duca di Richmond, padrone di casa del celebre festival automobilistico Goodwood Revival per un articolo a tema.

Un ritratto di Uli Weber tra due immagini della sua serie “Irezumi” (2012). (© CLAUDIO MOSCHIN)

«Il duca mi invitò poi a tornare nuovamente durante l’evento dicendomi: “Porta la macchina fotografica, perché è tutto super fotogenico”. Arrivai così senza un vero e proprio disegno in mente. Lì trovai uomini in tweed perfetta mente tagliato, donne avvolte in gonne a matita e bolerini di pelliccia, persino bambini in costume, e chiaramente, automobili d’epoca (Ferrari, Aston Martin, Jaguar…) tirate a lucido. Sembrava di essere stati catapultati al centro di una rievocazione storica. Fatti i primi scatti ho pensato immediatamente: questo deve diventare un libro».

Uno scatto di Kate Moss e Bruce Willis, sempre dalla serie “Portraits”. Il libro omonimo che raccoglie tutti i ritratti delle dive è stato pubblicato nel 2010.

Fu poi, nel giro di poco tempo, la volta di The Allure of Horses. Pubblicato dalla storica casa editrice Assouline, il volume si trasforma in una raffinata esplorazione, in bianco e nero e a colori, del legame antico e quasi simbiotico tra uomo e cavallo, attraversando temi molto diversi tra loro: dalle corse a ostacoli alle parate, dai campi da polo alle cavalcate nella campagna inglese al tramonto.

“Philippa Holland & Capt. Billy Morley, Pylewell Park, Lymington” (2013), da “The Allure of Horses”.

Curiosamente, a un certo punto, il registro cambia. Si passa dai cavalli dell’aristocrazia più blasonata a quelli addestrati per il lavoro militare, immersi in paesaggi fangosi, uggiosi, quasi primordiali, che sembrano uscire da un dipinto del pittore inglese John Constable. In copertina appare Lady Amanda Harlech, la storica musa di Karl Lagerfeld, non a caso «tutta vestita vintage Chanel» e fotografata accanto alla sua inseparabile cavalla. Un ritratto d’altri tempi.

“Torre Sant’Andrea, Puglia” (2023), che fa parte del romantico progetto “L’Italia baciata dalla Luna”.

«Alcune fotografie di The Allure of Horses sono finite da Christie’s in occasione di un’asta benefica. Hanno occupato tutte le vetrine che affacciavano su King Street, ground floor incluso. Un giorno, passeggiando in quella zona, mi sono trovato davanti quasi per caso i miei scatti: mi ha fatto un certo effetto».

“Polo 01” (2019), tratto dalla serie “Polo”.

Automobili d’epoca, cavalli e personaggi famosi. Parola chiave: versatilità. Perché da lì a poco Weber sarebbe sbarcato alla Biennale del Cinema di Venezia 2024 con il suo Dive & Madrine, progetto ideato e commissionato dal Ministero della Cultura insieme a Cinecittà. Per lui significa misurarsi con una dimensione prestigiosa: quella del cinema italiano, custodita negli archivi di Cinecittà Luce. Un confronto tra le grandi dive del cinema italiano e le madrine contemporanee della Mostra del Cinema di Venezia: Vittoria Puccini, Sveva Alviti, Kasia Smutniak, Caterina Murino, Anna Foglietta… Così l’archivio in bianco e nero incontrava i ritratti a colori realizzati da Weber negli stessi studi. «Uno dei duetti più riusciti? Quello fra Monica Vitti e Sveva Alviti, che quell’anno era la madrina del festival. Quel ritratto della Vitti che ride con i capelli scompigliati e le mani raccolte vicino al viso è iconica. Un’immagine che tutti gli italiani hanno in mente. Ho scavato nell’archivio e interpretato tutto a modo mio. Era importante trovare immagini che funzionassero bene insieme non solo esteticamente, ma anche emotivamente». È perfettamente riuscito nel suo intento: lo scatto della Alviti rispecchia quello della Vitti nel suo candore, ma ne restituisce una versione più matura e trattenuta, quasi malinconica.

Parlando con Weber, ci si accorge rapidamente che il fil rouge che tiene insieme lavori apparentemente distanti fra loro è sempre uno e lo stesso: l’Italia. «Mi sono trasferito a Roma da ragazzino, dove ho studiato fotografia all’Istituto Europeo di Design. L’Italia la conosco quasi meglio della Germania. La adoro, soprattutto il Sud. Il mio sesto libro, Il Mezzogiorno, è forse il progetto più personale della mia carriera. Ho fatto migliaia di chilometri in macchina tra Salento, Sicilia, Calabria, Campania per un totale di dieci viaggi in tutto. Volevo raccontare un Sud raw, bellissimo ma controverso, includendo scorci di natura incontaminati e tracce di abbandono, architetture erose dal tempo. Potrei vivere solo al Sud? No. Potrei vivere solo a Milano? Nemmeno. Preferisco un mix continuo».

Il volume include una prefazione di Helen Mirren, tra l’altro sua vicina di casa in Salento e da anni impegnata in prima linea con l’associazione Save the Olives nella tutela degli ulivi devastati dalla Xylella fastidiosa. Da ritrattista di fama internazionale e habitué di studi fotografici immacolati, Weber negli ultimi anni sembra aver progressivamente spostato il suo sguardo anche verso il paesaggio. C’è infatti un progetto a cui intende dedicarsi nel lungo periodo: L’Italia baciata dalla luna, un inno dal sapore tardo romantico all’Italia nelle notti di luna piena, che pare potersi accompagnare solo alla Suite Bergamasque di Debussy come sottofondo ai versi di Verlaine: “Votre âme est un paysage choisi” (la tua anima è un paesaggio eletto, ndr).

«Alcune di queste fotografie sono già state esposte all’Italian Cultural Institute di Londra, all’interno di una villa su Belgrave Square», racconta il fotografo. «L’ispirazione è nata da una parola turca, yakamoz, eletta la parola più bella del mondo nel 2007 dalla rivista tedesca Kulturaustausch, che potremmo tradurre come “la scia luminosa lasciata dalla luna quando sorge”. Ho circa mezz’ora in cui l’acqua diventa puro argento fuso. Voglio immortalare quel momento. Continuo a lavorarci quando posso, almeno una volta al mese, perché ovviamente dipende tutto dal tempo, dalle nuvole… E certe notti la luna semplicemente non collabora. Ma quando succede, è incredibile. È una luce fragile e irripetibile». Come fragile era l’Arco degli Innamorati a Otranto, un ponte di roccia che Weber ha immortalato poco prima che crollasse completamente in mare quest’anno: rovinismo romantico, senza mediazioni.

Uli Weber con in mano il numero di HTSI Giugno con la sua intervista

Gli domando se fra tutti i progetti realizzati, ce ne sia uno che gli è rimasto particolarmente impresso. «Senza dubbio uno shooting con Bruce Willis, oggi più fragile e lontano dalle scene. Lui stava girando a Philadelphia e non aveva alcuna intenzione di venire a New York, quindi siamo andati da lui e abbiamo improvvisato uno studio dentro un hotel. Doveva essere una cosa veloce, invece l’ho fotografato per ben otto ore. Io metto sempre della musica durante gli shooting: per me è fondamentale. Bruce di tanto in tanto si fermava, ascoltava una canzone e mandava il bodyguard a comprare il cd. Era ancora l’epoca dei cd», ride. «Alla fine della giornata ci ha fatto trovare due bottiglie di Dom Pérignon con un biglietto: “Thanks for the shoot. Tonight come to my party, I’m DJing”. E infatti siamo andati tutti a questa festa assurda dove lui era davvero dietro alla console. Metteva soul, rock, pezzi anni Settanta… Chiacchierando con lui mi sono reso conto che, oltre a essere una star del cinema, era anche una persona incredibilmente gentile. Quella notte è stata indimenticabile».

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