Insonnia: quando è una patologia e non solo una notte storta
A chiarire cosa distingue un semplice periodo di stress da un vero disturbo del sonno è Paola Proserpio, neurologa esperta in disturbi del sonno. «Si parla di insonnia quando le difficoltà ad addormentarsi, i risvegli frequenti o precoci si presentano almeno tre volte a settimana e durano da più di tre mesi, influenzando la vita quotidiana».
Cosa fare, allora, se l’insonnia diventa cronica? Il consiglio è rivolgersi a uno specialista del sonno, che può inquadrare il problema con strumenti diagnostici adeguati e proporre terapie mirate. Non sempre è necessario ricorrere ai farmaci: «Le terapie non farmacologiche, come la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (Cbt-I), hanno dimostrato grande efficacia e sono oggi raccomandate come trattamento di prima scelta», spiega Proserpio. L’uso di farmaci può essere indicato in alcuni casi, ma sempre sotto controllo medico, privilegiando molecole con un buon profilo di sicurezza e un rischio ridotto di dipendenza.
Apnee notturne: il sonno che frammenta la salute
Le apnee ostruttive del sonno sono tra i disturbi più subdoli e gravi. «Molti pazienti non sanno di averle – spiega Strambi – ma ci sono segnali spia: nicturia (alzarsi più volte per urinare), sonnolenza diurna, irritabilità, e tratti fisici come obesità, collo corto e tozzo o mandibola piccola». Alessandro Oldani, responsabile di Unità Funzionale presso il Centro di Medicina del Sonno, descrive altri sintomi spesso trascurati: russamento, pause respiratorie notturne (di cui ci si accorge solo se segnalate da altri), risvegli improvvisi, cefalea al mattino, stanchezza persistente durante il giorno.
La diagnosi passa attraverso la polisonnografia, un esame non invasivo che monitora i parametri vitali durante il sonno. Può essere effettuato anche in modalità domiciliare, a seconda dei casi. Il trattamento più comune è la Cpap, una maschera che mantiene aperte le vie aeree durante la notte, ma esistono anche alternative: dalla chirurgia maxillo-facciale a dispositivi orali, fino alla perdita di peso nei soggetti obesi.
Il rischio di ignorare le apnee è alto: «Possono aumentare sensibilmente il rischio cardiovascolare e cerebrovascolare, causando ipertensione, aritmie, ictus», sottolinea Oldani. Ma la buona notizia è che, una volta diagnosticate, le apnee si possono gestire e curare efficacemente.