Dopo le Olimpiadi e le Paralimpiadi, diventeremo tutti più sportivi?
Se il mito di Sinner è responsabile di un’ondata di aspiranti tennisti, oggi si registra un picco di iscrizioni ai corsi di pattinaggio, hockey e sci alpinismo. L’attrazione per gli sport invernali durerà?
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Dopo le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina è tempo di Paralimpiadi. Una volta che le medaglie saranno tutte assegnate, gli atleti torneranno alle loro routine. Eppure, qualcosa è forse già cambiato, almeno nell’immaginario sportivo collettivo. Nelle palestre di pattinaggio si fa fatica a trovare un posto libero, i corsi di sci alpinismo hanno già liste d’attesa, persino l’hockey su ghiaccio ha visto moltiplicare le richieste di prova, soprattutto alla nuova Arena di Milano Santagiulia.
Non è una novità. È accaduto con Sinner e il tennis, con Luna Rossa e la vela, con il curling dopo l’Oro dell’Italia ai Giochi Invernali di Pechino 2022. Ma che cosa innesca questa metamorfosi collettiva? Come si costruisce questo contagio dei desideri che trasforma milioni di persone da spettatori passivi a praticanti? La risposta affonda probabilmente le radici in meccanismi ancestrali. «Gli atleti delle Olimpiadi, fin dalla fondazione nel 776 a.C., erano veri e propri divi. Venivano assimilati agli eroi, celebrati nei canti dei poeti, ricevevano onori straordinari dalla loro patria», spiega Giorgio Ieranò, docente di Letteratura greca all’università di Trento e autore di molti libri di divulgazione sull’attualità del mito. «Il campione olimpico non è mai solo un atleta tecnicamente superiore: è un archetipo, un condensato di valori e aspirazioni collettive che trascende la prestazione sportiva. Milone di Crotone, il lottatore colosso di cui si diceva fosse amico di Pitagora, non affascinava le masse semplicemente perché vinceva. Affascinava perché incarnava un ideale di perfezione umana». Proprio come gli attuali campioni olimpici: non li ammiriamo soltanto per il tempo cronometrato, ma per ciò che rappresentano nell’economia simbolica della società. Perché questo avvenga, è presto detto: ogni evento agonistico è un amplificatore. «Lo sport interagisce con processi socialmente rilevanti allargandone il raggio di influenza», spiega Nicola Porro, già sociologo dell’università di Cassino e presidente della European Association for the Sociology of Sport. «Funziona in qualche modo come megafono dei sentimenti di appartenenza (per esempio, alla comunità locale) che, tramite processi di identificazione emozionale, vengono elaborati e producono nel tempo un autentico immaginario condiviso». Ogni Olimpiade restituisce alla collettività un’immagine di se stessa trasfigurata, idealizzata, eroicizzata.
Nello slancio di imitazione e quindi nel boom di iscrizioni a corsi e allenamenti entrano in gioco altri fattori. «Se osserviamo i testi antichi, lo spirito di emulazione non riguardava tanto la pratica di questa o quell’altra disciplina sportiva», spiega Ieranò. «Degli atleti si ammiravano e si cercavano di riprodurre soprattutto le qualità morali: la disciplina severa, la capacità di sopportazione, la forza di resistenza». E continua: «Gli atleti a loro volta prendevano come modelli gli eroi del mito: primo fra tutti Ercole, l’eroe per eccellenza, il grande agonista delle Dodici Fatiche». Una catena simbolica che sale di gradino in gradino, dall’aspirante principiante al campione, da quest’ultimo all’eroe mitologico.
Un genitore che iscrive il figlio alla migliore scuola di tennis forse non scommette di avere in casa il prossimo Sinner, ma desidera offrire un sistema di regole e valori: la determinazione, la capacità di gestire la pressione, l’accettazione dell’errore. Il tennis, come la vela, o il curling o lo sci, sono mezzi, non fini. E Ieranò mette in luce anche i rischi di un’emulazione senza criterio. «Già nell’antichità c’erano giovani che si dannavano per irrobustire il corpo praticando una sorta di doping naturale, ottenuto ingurgitando quantità esagerate di cibo. Si racconta che Milone consumasse otto chili di carne e cinque litri di vino al giorno. Anche Galeno, medico di corte di Marco Aurelio, metteva in guardia dall’imitazione cieca». Nell’epoca degli integratori e delle diete estreme, il monito sembra ancora più attuale.
Il portato più affascinante delle Olimpiadi 2026 e di tutti i grandi eventi sportivi è però l’apertura di un orizzonte di identificazione del singolo con un “noi” più grande. «Il tifo non è soltanto “passione”», spiega Porro. «È anche un’inconsapevole strategia identitaria, talvolta un vero e proprio rito di conferma».











