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Dopamina, algoritmi e minori: al via negli Usa il processo ai social

A Los Angeles si apre un processo senza precedenti contro TikTok, Instagram e YouTube. Una giuria dovrà stabilire se le piattaforme abbiano progettato consapevolmente i loro sistemi per creare dipendenza

di Luca Tremolada

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Il processo ai social comincia oggi in California. Una giuria popolare dovrà stabilire se TikTok, Instagram e YouTube abbiano consapevolmente progettato le loro applicazioni per rendere i giovani dipendenti dai social con tutto quello che consegue in termini di danni alla salute mentale.

Davanti alla Corte Superiore di Los Angeles prende il via un procedimento senza precedenti. Tra i testimoni chiamati a comparire c’è anche Mark Zuckerberg, fondatore e principale azionista di Meta. La sua presenza in aula è incerta. La sua responsabilità potenziale, per l’accusa, molto meno.

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Quale è l’oggetto del contendere del processo?

Il processo parte dal caso di una diciannovenne californiana, indicata negli atti come “K.G.M.”. Una storia personale che la Corte considera rappresentativa al punto da trasformarla in un procedimento pilota. L’idea è semplice e radicale insieme: se quel caso regge, può reggere per molti altri. L’accusa sostiene che le piattaforme abbiano consapevolmente adottato scelte di design in grado di rafforzare comportamenti compulsivi nei minori, con un obiettivo industriale preciso: aumentare il tempo di permanenza online.

Non è un processo ai contenuti, ed è questo il punto. Non si discute di video violenti o post tossici. Si discute dell’architettura invisibile che regola l’esperienza digitale: feed infiniti, riproduzione automatica, notifiche, raccomandazioni sequenziali. Meccanismi che, secondo l’impianto accusatorio, dialogano direttamente con il sistema di ricompensa del cervello.

La dipendenza da social da cosa dipende?

Qui entra in scena la dopamina, il neurotrasmettitore che segnala piacere e gratificazione. Piccoli rilasci accompagnano attività quotidiane normali, come leggere o ricordare qualcosa di positivo. I comportamenti di dipendenza, invece, producono aumenti più intensi. Il cervello impara rapidamente l’associazione: quel comportamento fa stare bene, va ripetuto. Per un adolescente, l’ondata dopaminica generata dallo scrolling può risultare più attraente di qualunque alternativa offline, soprattutto in una fase della vita segnata da stress scolastico, pressione sociale, cambiamenti fisici ed emotivi.

Gli adolescenti sembrano più vulnerabili perché il loro cervello è ancora in costruzione e perché, proprio in quella fase, iniziano a misurare il proprio valore guardando ai coetanei. I social offrono un flusso continuo di micro-ricompense. Ogni swipe è una promessa. Ogni notifica un richiamo. L’assenza, al contrario, diventa avversiva. La paura di perdersi qualcosa rende l’offline scomodo, quasi doloroso. Il risultato è un ciclo di rinforzo che spinge a tornare sullo schermo come meccanismo di difesa.

Cosa dice la letteratura scientifica?

E’ stata misurata una correlazione crescente tra uso intensivo dei social e segnali di disagio psicologico. La parola chiave, però, resta “correlazione”. Le evidenze causali definitive sono ancora oggetto di dibattito scientifico. Ed è qui che il processo diventa interessante: la giuria dovrà decidere se il design delle piattaforme abbia superato una soglia di responsabilità, anche in assenza di una prova causale granitica. In altre parole, se l’architettura dell’esperienza digitale possa essere considerata di per sé un fattore di rischio.

Negli ultimi anni il dibattito sui minori e i social è cambiato profondamente. Prima la colpa era degli utenti, poi dei genitori. Oggi il focus si sposta sulle piattaforme. Non più solo cosa viene mostrato, ma come. Non solo moderazione dei contenuti, ma progettazione dell’esperienza. È la transizione dal controllo editoriale al concetto di health-by-design.

Il caso virtuso del Safe for Kids Act

In questo spazio si inserisce l’esperienza dello Stato di New York, spesso citata come laboratorio normativo. Il SAFE for Kids Act, firmato nel giugno 2024, interviene direttamente sul design delle piattaforme, limitando i feed algoritmici che creano dipendenza e vietando le notifiche notturne ai minori senza consenso genitoriale verificabile. È una legge strutturale, ma ancora sospesa in attesa dei regolamenti attuativi.

Diversa l’impostazione della legge S4505/A5346, firmata nel dicembre 2025 ed efficace dal 2026. Qui la tutela passa attraverso warning obbligatori, chiari, non “skippabili”, basati su evidenze scientifiche aggiornate dall’autorità sanitaria. Il social viene trattato come un prodotto potenzialmente nocivo per la salute mentale. Il messaggio è diretto, quasi brutale. I limiti, però, sono evidenti: i warning informano ma non modificano l’architettura che genera dipendenza, e le sanzioni previste sono contenute, facilmente assorbibili da piattaforme globali. Il segnale culturale è forte. Quello economico molto meno.

In Europa il terreno è pronto per un passo ulteriore. Linee guida vincolanti potrebbero chiarire che i sistemi di raccomandazione progettati per massimizzare il tempo online dei minori sfruttano vulnerabilità legate all’età, alleggerendo l’onere probatorio per le autorità e spostandolo sui fornitori dei servizi. Nella disciplina audiovisiva la tutela potrebbe estendersi dalle tipologie di contenuto alle modalità di fruizione: autoplay, ripetizione, assenza di interruzioni. Sul piano della soft law, infine, si potrebbe lavorare su veri standard di health-by-design, coinvolgendo anche le autorità sanitarie.

Insomma, il processo che si apre oggi a Los Angeles non deciderà il futuro dei social network. Ma potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo al loro passato. E quando un tribunale inizia a interrogarsi non sui contenuti, ma sul design dell’attenzione, l’eco va ben oltre l’aula. Anche oltre lo schermo.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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