Don Chisciotte arde di saggia follia di pace
Teatro. Ermanna Montanari e Marco Martinelli mettono in scena il capolavoro di Cervantes a tappe, in cui gli attori protagonisti sono accompagnati dai cittadini per incarnare la visionarietà del mancero
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Saranno due maghi, Ermanita e Marcus, a guidarci nell’universo fantastico di Don Chischiotte, compiendo il sortilegio di trasformare interpreti e spettatori del loro incantesimo nelle figure di un polittico disposto su tre pannelli, in un percorso attraverso altrettanti luoghi di Ravenna. Ma non sarà certo difficile scoprire dietro il profilo dei due incantatori Ermanna Montanari e Marco Martinelli, fondatori della formazione ravennate del Teatro delle Albe che è ormai da molti anni una delle compagnie più interessanti della nostra scena, sempre protesa alla creazione di occasioni di grande forza e complessità spettacolare, immaginate però costantemente come possibilità di pensiero e di riflessione profonda.
I due, usciti “a riveder le stelle” dopo l’itinerario compiuto nell’inferno, nel purgatorio e nel paradiso dantesco, iniziato nel 2017 e costruito insieme a una moltitudine di cittadini di tutte le età non soltanto della città romagnola, ora ripropongono la stessa idea di “chiamata pubblica” per dar vita a una ricca e articolata narrazione relativa al cavaliere dalla triste figura, in un rinnovato desiderio di rapporto con i grandi capolavori della letteratura. Non a caso nel programma del Festival di quest’anno c’è anche Lisistrata di Aristofane, realizzata da Martinelli a Pompei con i giovani dell’hinterland napoletano come quarta tappa di un lavoro sul campo. Afferma infatti Martinelli rispetto ai testi affrontati: «I classici sono grandi macchine di domande sulla vita, – aggiungendo, rispetto a Cervantes – i suoi labirinti narrativi e di pensiero sono i labirinti della nostra modernità, dove si mescolano verità, sogno e illusione, intorno ad un individuo considerato folle ma animato, invece, da una saggezza profonda. Non a caso la sua diviene una parola di profezia». Basti pensare al discorso contro le armi e le guerre pronunciato dall’hidalgo. Ma, aggiunge Montanari «Come Dante l’autore spagnolo propone una domanda spirituale, e ci mostra una figura che emana luce, in eterno conflitto con tutto quanto è quotidiano e grossolano». Per questo il titolo dell’azione scenica è Don Chisciotte ad ardere, perché se il libro, in una società consumistica e materialista come la nostra, meriterebbe il rogo, da un altro punto di vista il profilo e le azioni del personaggio accendono un fuoco dentro di noi, «quello di una vocazione, di una follia, qualcosa di interiore, non visibile dall’esterno», aggiunge Ermanna.
Dunque, tre tappe successive per comporre questa sacra rappresentazione a stazioni, con il protagonista incarnato da Roberto Magnani, lo scudiero Sancho Panza di Alessandro Argnani e l’amata Dulcinea di Laura Redaelli, e intorno a loro la piccola folla di duecento cittadini a sera, in alternanza fra i cinquecento che hanno risposto all’appello, non soltanto abitanti di Ravenna, ma provenienti dai luoghi in cui le Albe hanno realizzato progetti analoghi, da Milano al Kossovo, con età collocate sull’arco dell’esistenza, dall’adolescenza all’anzianità. L’itinerario inizierà dal settecentesco Palazzo Malagola, sede del centro di ricerca sulla voce fondato dalle Albe, in un susseguirsi di apparizioni, tra campi di grano e taverne, per andare poi al palazzo di Teodorico, dove si calpesterà una sovrapposizione di tappeti in un ideale rimando alle tessere dei mosaici presenti a pochi passi da lì, per arrivare poi al teatro Rasi.
Già perché in tutto questo c’è, inoltre, una sorta di “autobiografia poetica”, come la definiscono i due illusionisti, pronti a guidarci tra la platea e il palcoscenico, per indicarci la fragilità di quel luogo e della stessa comunicazione teatrale, ancor più precaria (ma forse per questo ancor più necessaria) in epoca di virtualità e di intelligenze artificiali. Un’infinità di colori, di suggestioni, di tracce concrete o di segni labili si sovrappongono e si intersecano in questo polittico, con i disegni dal vivo di Stefano Ricci ad apparire e dissolversi nelle tante stanze attraversate, e un ben preciso universo sonoro creato dalla band rock Leda con la voce di Serena Abrami.
GLI ALTRI PALCOSCENICI
Tra l’audacia e la fragilità dell’eroismo si muove il cartellone teatrale della rassegna. A partire dal guerriero Arjuna, sconfortato prima della battaglia, nel Bhagavadgītā, il testo sacro Indu, messo in scena al Grande Teatro Lido di Adriano da Luigi Dadina e Lanfranco Vicari.
Mentre Marco Baliani con il suo Del coraggio silenzioso, riflette su un’azione valorosa che non necessità di gloria o ricompense.
Fanny & Alexander in Ghosts si muovono invece tra i fantasmi di Edith Wharton, e in una diversa percezione sensoriale ci conduce Nerval Teatro con Finale di partita di Beckett, creato da attori con diverse abilità e dedicato anche a spettatori sordi e ipovedenti.


