Gp di Australia

Dominio senza storia (ma con critiche) per Mercedes al debutto delle nuove F1

La gara inaugurale vede Mercedes primeggiare con Russell e Antonelli, mentre piloti e addetti ai lavori discutono l’impatto delle nuove tecnologie e regolamenti sulla guida e la competizione

di Alex D'Agosta

Formula Uno F1 - Gran Premio d'Australia - Circuito Albert Park Grand Prix, Melbourne, Australia - 8 marzo 2026 George Russell della Mercedes festeggia sul podio dopo aver vinto il Gran Premio d'Australia insieme al secondo classificato Andrea Kimi Antonelli della Mercedes e al terzo classificato Charles Leclerc della Ferrari REUTERS/Hollie Adams

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La stagione di Formula 1 2026 all’Albert Park di Melbourne decreta la vittoria numero sei per Russell: una doppietta Mercedes con terzo Leclerc e quarto Hamilton in Ferrari. Importante rilievo per Antonelli: è per lui la seconda volta al secondo posto in un gran premio dopo il Brasile nel 2025, e rappresenta il primo italiano a tornare sul podio nella classica pista australiana dopo Jarno Trulli nel 2009 a bordo della Toyota. Si tratta anche della prima doppietta per Mercedes senza Lewis Hamilton dai tempi di Fangio e Taruffi, nel lontanissimo 1955.

Russell e Antonelli hanno sin dalle prove dimostrato di avere la macchina migliore del lotto con un netto vantaggio: primo e secondo senza discussione, con un passo evidentemente superiore tale da apparire ‘gestito’ a occhio nudo (basti pensare al “recupero” del gap di Antonelli); il tutto dopo una prima quindicina di giri molto illusori, dove si è visto per un po’ Leclerc davanti con Hamilton lì subito dietro a Russell a fare a cazzotti, letteralmente, come al giro nove, dove si è temuto anche un rischio di contatto per via di un bloccaggio del pilota Mercedes. Sembra quasi che gli scudieri di Wolff si debbano ‘nascondere’ o, più prudentemente, non esagerare, per non indispettire troppo i rivali. E così ci sono stati una decina di giri di bagarre. Un inizio ‘divertente’, in apparenza, ma ad analizzare i dati non c’è da star tranquilli: l’importante, però, al debutto di regolamenti così nuovi ed impattanti, era poter mostrare un po’ di spettacolo che, effettivamente, c’è stato, senza i pesanti condizionamenti di incidenti, caos per pioggia o disastri ai box che hanno definito molte edizioni dell’ultimo decennio.

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Poi, ad essere ottimisti, un po’ la colpa della seconda safety car che ha chiuso la corsia box quando erano entrati i protagonisti (a eccezione dei rossi), un po’ un ritardo che da metà in poi è sembrato insanabile, salvo qualche guizzo cronometrico di Leclerc a gomme fresche e la Ferrari si è dissolta. Non ha aiutato nemmeno la recente decisione di portare a 60 km/h la corsia box per via dell’undicesimo team, un fatto già visto a Monaco, Singapore, Zandvoort, nonostante solo pochi anni fa l’intero tracciato fosse stato riasfaltato, con diversi allargamenti sia di curve, fino a 2.5 metri, sia proprio in pit lane per innalzare il limite agli 80 previsti nella maggior parte delle altre gare.

Norris quinto, capace di superare un Verstappen che fino a lì era risalito con grande merito, partendo per ultimo a causa di un incidente alla Q1 del sabato con conseguente visita medica approfondita per sospetta frattura alla mano. Nonostante la neutralizzazione, dal settimo iniziano già i doppiati: si inizia con Bearman che sorprendemente tiene dietro Lindblad, il debuttante della Racing Bulls che ha promesso di diventare il nuovo Hamilton e, in effetti, nelle prime fasi di gara, era guizzato molto più avanti. A punti anche Gasly e Ocon. La Williams di Sainz termina addirittura quindicesimo e penultimo a due giri, mentre Perez risulta tre giri. Tolte le “giustificate” Aston Martin, con problemi gravi e annunciati di inaffidabilità congenita fra power unit e batterie, risultano fra i ritirati eccellenti Piastri, a muro nel giro di installazione, il buonissimo Hadjar, mentre era quarto nelle primissime fasi di gara, e Hulkemberg, che non ha potuto far partire la novella Audi.

Bandiera della sostenibilità o errore storico?

In una prevedibile prima gara segnata dai problemi di affidabilità, le Cadillac e le Audi portano comunque una vettura sin alla fine contro le più nefaste previsioni, ma di certo non sono i più “inguaiati” dal punto di vista dell’immagine: la prima Aston Martin firmata dall’ingegnere più vincente di tutti i tempi, Adrian Newey, aveva annunciato già il sabato che a causa di gravi problemi avrebbe ritirato le auto alla prima occasione. Per poi, con entrambi i piloti, sfruttare ancora qualche giro della seconda metà del gran premio come se fossero delle prove libere: qualcosa di inguardabile quando c’è un ex campione come Alonso che scalpita.

Sarà comunque questione di tempo per vedere gli effetti di questa nuova power unit, che sfrutta in modo equo, cinquanta e cinquanta dicono, le due motorizzazioni termiche ed elettrica, in un rapporto inedito per le corse. Presto per dire se sia un azzardo o una scelta azzeccata: di sicuro tirar su il piede 50 o 100 metri prima può sembrare una anomalia imperdonabile nel pianeta delle corse che sono sempre state le più veloci e temerarie di tutto il motorsport.

Tuttavia, a ben vedere sotto accusa c’è una delle novità tecnologiche più avanzate di tutto il panorama motoristico mondiale. Si tratta del più sofisticato sistema di recupero energetico mai visto in pista e su strada: fino a 350 kW in frenata e circa 8,5 MJ in media per giro, all’incirca 2,5 kWh.

Tradotto in termini concreti, la rigenerazione in tempo reale di un solo giro in gara può valere l’energia necessaria equivalente per ricaricare del tutto 5 e-bike oppure per alimentare per oltre 10 km un SUV elettrico di fascia alta, ad una velocità anche del 40-50% superiore alle migliori colonnine di ricarica veloce installate al momento in Europa.

La vera domanda, allora, è un’altra: soffriremo gare meno coinvolgenti, oppure finiremo per ringraziare i costruttori per aver accelerato tecnologie destinate, nel breve e medio termine, a trasferirsi — per efficienza, scala industriale e progressiva riduzione dei costi — nell’auto, nella moto, nella bici, nella nautica e forse persino nell’aeronautica?

Un dibattito nato già in qualifica

Dopo le perplessità già riscontrate nei sempre più contratti test invernali, è bastato vedere i primi giri ufficiali di qualificazione del Qatar Airways Australian Grand Prix 2026 per aprire il nuovo capitolo tecnico della Formula 1 con una sensazione che da timore è diventato certezza. Il primo a dirlo apertamente è stato Lando Norris, il campione in carica con la Mclaren dominante del 2025. Non lo convince il fatto che la gestione dell’energia sia diventata una parte dominante della guida: non si tratta più soltanto di spingere al massimo ma di controllare continuamente come e quando utilizzare la batteria, quando recuperare energia e quanto frenare in modo rigenerativo.

Poiché nelle nuove vetture il recupero energetico è molto più aggressivo rispetto al passato, la sensazione per il pilota cambia di curva in curva. Norris ha fatto capire che questo rende la guida meno naturale e molto più dipendente dal modo in cui il sistema elettrico entra e esce in funzione durante la frenata.

E non è stato l’unico a dirlo. Lewis Hamilton ha sottolineato che il nuovo equilibrio tra motore termico ed energia elettrica ha cambiato profondamente il modo in cui si costruisce la prestazione. Secondo il sette volte campione del mondo, la differenza tra una vettura competitiva e una che fatica può dipendere da come il sistema gestisce il rilascio dell’energia e da quanto bene l’elettronica riesce a coordinare il lavoro tra motore e batteria.

In altre parole, la prestazione non nasce più solo da aerodinamica e motore, ma sempre di più dal modo in cui l’energia viene distribuita lungo il giro.

Max Verstappen ha parlato soprattutto della stabilità della vettura. Il passaggio tra frenata rigenerativa e frenata tradizionale può creare situazioni difficili da gestire, soprattutto quando il sistema non è perfettamente bilanciato. Il retrotreno può diventare nervoso proprio nelle fasi più delicate, cioè quando il pilota entra in curva e sta ancora recuperando energia.

Fernando Alonso ha offerto una lettura più ampia. Ogni grande rivoluzione tecnica, ha ricordato, produce inevitabilmente una fase iniziale in cui alcuni team trovano subito la strada giusta mentre altri impiegano più tempo a capire la macchina. Ma questa volta la complessità sembra più alta del solito perché il sistema energetico è diventato parte integrante dell’assetto della vettura.

Non è solo una questione di potenza del motore o di carico aerodinamico. Oggi conta anche come la power unit lavora insieme al software, alla gestione della batteria e alla strategia di recupero energia.

Sul fondo di queste discussioni rimane poi la questione del rapporto di compressione dei motori. Il regolamento stabilisce un limite preciso, ma nel paddock si discute da giorni del modo in cui questo valore viene verificato. Alcuni ingegneri sostengono che le misurazioni effettuate a temperatura ambiente possano non riflettere esattamente ciò che accade quando il motore lavora a piena temperatura in pista.

È una zona grigia regolamentare di cui si parla molto tra i tecnici, perché potrebbe influenzare l’efficienza del motore e quindi la potenza disponibile.

Per questo motivo la federazione sta già valutando controlli più severi nelle prossime gare.Al di là dei dettagli tecnici, il punto che emerge dal weekend di Melbourne è un altro. A esprimere dubbi non sono stati piloti qualsiasi, ma alcuni dei nomi più importanti della Formula 1 contemporanea.

Hamilton, Verstappen e Alonso hanno attraversato diverse epoche tecniche della categoria. Se piloti con questa esperienza arrivano indipendentemente a osservazioni simili, il messaggio nel paddock è piuttosto chiaro.

Forse vale la pena che qualcuno, ai piani più alti della Formula 1, si fermi ad ascoltare.

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