Dolce girovagar tra natura, arte e buon cibo sui Monti Sibillini
Da Norcia a Spoleto, attraversando Marche e Umbria per riscoprire luoghi storici, parchi nazionali e meraviglie architettoniche
4' di lettura
I punti chiave
4' di lettura
L’ultima riapertura è quella del Teatro Civico realizzato nel 1876 dall’architetto perugino Domenico Mollajoli. Ha fatto seguito al restauro del Palazzo Comunale col suo loggiato, torre campanaria, la Cappella dei Priori e il reliquiario a forma di tempietto esagonale tardo gotico contenente il dente di San Benedetto. Insieme alla restituzione alla città della Basilica dal celeberrimo portale gotico, dedicata all’uomo di nobili natali venuto alla luce nel 480 insieme alla gemella Santa Scolastica.
Chiedilo al Sole
Risorge Norcia
Norcia, a quasi dieci anni dal sisma del 30 ottobre 2016, ritrova il ruolo di cuore pulsante dei Monti Sibillini. Consumato un pranzo tra stemmi e camini al Granaro del Monte, il ristorante gestito dal 1850 dalla famiglia Bianconi, si alimentano la forza e l’allegria per salire all’altopiano carsico alluvionale dei Piani di Castelluccio e cominciare così la scoperta dell’appennino umbro-marchigiano. Da lì è emozionante l’attraversamento della valle a forma di U del Lago di Pilato, una conca glaciale posta a 1.941 metri di altitudine, seguendo i sentieri che si dipanano da Foce di Montemonaco e da Forca Viola: si devono affrontare alcuni ghiaioni per raggiungere il lago che deve il proprio nome alla leggenda secondo la quale il corpo del prefetto romano della Giudea colpevole della condanna di Gesù, trascinato su un carro trainato da buoi, sarebbe stato gettato dai demoni in questo bacino cinto dalle vette più alte dei Monti Sibillini quali il Vettore, la Cima del Redentore, il Pizzo del Diavolo e la Cima del Lago. Ha l’aspetto di un occhiale questo lago di origine morenica, tappezzato nei pressi delle sue rive dalla Stella Alpina dell’appennino, mentre solo nelle sue acque vive il chirocephalus marchesonii, un minuto crostaceo rosso, il cui nome è un omaggio a Vittorio Marchesoni, direttore dell’Istituto di botanica dell’università di Camerino, che lo individuò e per la prima volta nel 1954, durante una delle sue periodiche escursioni nei Monti Sibillini.
Il grande anello dei Monti Sibillini
Si possono a seguire alcuni tratti del Grande Anello dei Sibillini, il percorso escursionistico lungo 124 chilometri, suddiviso in nove tappe, partendo da Visso, sede del parco nazionale dei Monti Sibillini, che ripercorre tratti dell’antica via della Madonna di Macereta et Loreto, battuta dai pellegrini che dal Regno di Napoli si recavano al Santuario di Loreto: già nel giorno inaugurale del cammino, si resta colpiti dalle pareti dolomitiche del Monte Bove, mentre sopra le teste sorvolano il gheppio, la poiana e la maestosa aquila reale. Proseguendo, si incontreranno le vestigia dell’antico Castrum Flastrae, ora Castello dei Magalotti. Nella valle del Fiastrone ci si imbatterà nei ruderi di Col di Pietra risalente al XIII secolo, nell’Abbazia millenaria di S. Salvatore a Monastero e in quell’accigliata Grotta dei Frati che si erge a picco sulle gole del Fiastrone. Musicati dal canto delle allodole sono anche i cammini lungo i Piani di Ragnolo tra le vette più rugose dei Sibillini e le profonde incisioni delle vallate che ancora sfoggiano viole d’Eugenia, orchidee sambucine, potentille, rimaste fiorite insieme a qualche genziana e peonia.
La valle del Chienti
La valle del Chienti invece, partendo dal paese di Pievebovigliana dopo avere ammirato la cripta medievale della medievale chiesa di Santa Maria Assunta, è ideale per tour in bicicletta attraverso i boschi a ridosso del monte San Savino e alle pendici del monte Fiegni in cui sorge la chiesa, anch’essa romanica, di San Giusto. Fino a lambire il lago artificiale di Polverina, nel quale si specchia il trecentesco Castello di Beldiletto, fatto costruire da Giovanni da Varano, poi conquistato da Carlo Malatesta, signore di Rimini: ha forma quadrangolare, mentre la corte dotata di loggiato e archi a sesto acuto in pietra bianca e rossa e soprattutto gli affreschi del XV secolo raffiguranti anche Roberto il Guiscardo, suo figlio Ruggero, re di Napoli, e Tancredi d’Altavilla, fanno echeggiare il rombo di cavalleresche tenzoni.
Ritornati in Umbria, ecco stagliarsi all’orizzonte la sagoma di Vallo di Nera sulle rive avvolgenti del fiume Nera, incastonato tra i Monti Coscerno e Maggiore, abitato già durante la preistoria dal popolo umbro dei Naharki e poi curtis longobarda sotto il dominio di Spoleto prima di entrare tra i possedimenti pontifici. La sua cinta muraria doppia, le maestose torri, le porte Ranne e Portella e soprattutto la chiesa romanica di Giovanni Battista e quella di Santa Maria Assunta coi suoi affreschi di scuola giottesca - Cola di Pietro da Camerino firmò quello assai espressivo della Processione dei Bianchi - irradiano un’irresistibile forza attrattiva che prima veniva diffusa oralmente: lo testimoniano l’Ecomuseo della Dorsale Appenninica Umbra e i racconti che si ascoltano tra assaggi di formaggio prelibato ai tavoli della Locanda Cacio Re dove si può soggiornare tra i canti degli uccelli.











