Verso la fiducia

Dl Sicurezza, fondo da 246mila euro annui per gli avvocati che favoriscono i rimpatri. Il Cnf esplode: «Mai informati»

Il decreto stanzia fondi per pagare i legali che assistono i cittadini stranieri nella richiesta di rimpatrio volontario assistito. Il Consiglio nazionale forense alza il muro. E le Camere penali attaccano: norma «incompatibile con la Costituzione»

di Ivan Cimmarusti

 ANSA

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I fondi ci sono già. E sono scritti nero su bianco: 246mila euro per il 2026 e 492mila euro all’anno per il 2027 e il 2028. Risorse che potranno essere utilizzate per pagare gli avvocati «muniti di mandato, che fa fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito».

È uno dei punti più controversi del Dl Sicurezza approvato dal Senato e da lunedì all’esame della Camera. Per mercoledì è attesa la fiducia per la conversione definitiva del provvedimento voluto dalla premier Giorgia Meloni e dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

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La norma che accende lo scontro

A far esplodere la polemica è soprattutto l’articolo 30-bis del decreto, che riconosce un ruolo specifico al Consiglio nazionale forense nella procedura che punta a favorire il rimpatrio degli stranieri.

Ed è proprio qui che si apre il fronte più duro. Perché la norma non si limita a prevedere il pagamento dei legali, ma coinvolge direttamente un organismo che, secondo quanto denuncia lo stesso Cnf, non sarebbe mai stato avvertito.

L’affondo del Consiglio nazionale forense

La risposta del Cnf è arrivata con una nota durissima: «In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio nazionale forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione».

Un passaggio che pesa politicamente e istituzionalmente. Perché il Consiglio nazionale forense prende le distanze in modo netto da una procedura che il decreto gli affida, denunciando di essere stato tenuto completamente fuori.

Il nodo del compenso ai legali

Ma la contestazione non si ferma al mancato coinvolgimento del Cnf. Al centro dello scontro c’è anche il meccanismo previsto dall’emendamento: il compenso per l’avvocato scatterebbe soltanto se il cittadino straniero assistito presenta domanda di «rimpatrio volontario» e viene effettivamente rimpatriato.

Ed è questo il punto che ha acceso la reazione anche dell’avvocatura penalista.

L’attacco delle Camere penali

Nella polemica è intervenuta anche la Giunta dell’Unione delle Camere penali, che ha bocciato senza giri di parole la previsione inserita nel decreto. La critica è frontale: «è una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza».

Parole che spostano lo scontro su un piano ancora più delicato: non solo la gestione dei fondi o il ruolo del Cnf, ma il rapporto stesso tra difesa, autonomia dell’avvocato e obiettivo perseguito dallo Stato.

Riproduzione riservata ©
  • Ivan Cimmarustigiornalista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Sicurezza, giudiziaria, inchieste, giustizia tributaria

    Premi: Nel 2011 tra i vincitori del Premio Internazionale Antimafia Livatino-Saetta

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