Giornata internazionale il 25 novembre

Diventare testimoni per contrastare la violenza di genere

Informare sulla diffusione dei casi di molestia sul lavoro porta a un aumento della partecipazione dei lavoratori che prima sottostimavano il fenomeno

di Paola Profeta

3' di lettura

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Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità, una donna su tre nel mondo ha subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita. Per l’Istat, in Italia quasi 7 milioni di donne hanno subìto una forma di violenza fisica o psicologica.

Si tratta di un problema drammaticamente sempre attuale, radicato, difficile da contrastare. Sono numerose le azioni necessarie di contrasto alla violenza: sensibilizzare l’opinione pubblica, promuovere azioni concrete, garantire alle vittime assistenza e servizi, e soprattutto promuovere la cultura del rispetto, dell’inclusione e della parità. Ognuno può fare la sua parte.

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Il ruolo dei testimoni

Un ruolo decisivo, spesso sottovalutato, lo svolgono i testimoni o “bystanders” – persone che si trovano involontariamente ad assistere a situazioni di violenza senza essere direttamente coinvolti. Si trovano nella posizione di poter agire e denunciare episodi di violenza, ma spesso scelgono di non intervenire. Per paura, insicurezza, minimizzazione degli episodi, o mancanza di conoscenza su cosa fare. Eppure vincere la violenza passa anche attraverso la rottura del silenzio, la promozione della responsabilità collettiva, garantendo protezione ai testimoni attivi.

Le molestie sul luogo di lavoro

La violenza contro le donne si manifesta in molteplici forme. Se la loro indipendenza economica è riconosciuta come la prima arma contro la violenza, è sui luoghi di lavoro, mentre si impegnano a realizzare la propria indipendenza economica, che le donne si trovano troppo spesso a fare i conti con un’altra forma di violenza, quella delle molestie. Le molestie sul luogo di lavoro sono una dimensione molto diffusa, che, anche a seguito del #MeToo, ha attirato l’attenzione degli studiosi nelle scienze sociali per i suoi impatti devastanti sul mondo del lavoro, non solo per le vittime, ma anche per l’ambiente lavorativo.

Le donne che subiscono molestie hanno una probabilità maggiore delle altre di uscire dal mercato del lavoro o di cambiare lavoro, anche a costo di una regressione di carriera. L’ambiente lavorativo si deteriora, con conseguenze negative non solo per la parità e l’inclusione ma anche per la produttività dei lavoratori. Parliamo di commenti sessisti, contatti fisici indesiderati, abusi digitali, minacce, stalking o pressioni a scopo sessuale. Secondo le stime dell’Istat, il 13,5% delle donne di 15-70 anni, che lavorano o hanno lavorato, ha subìto molestie sul lavoro a sfondo sessuale nel corso dell’intera vita, e il 2,4% degli uomini.

Un fenomeno che supera i dati

I dati ufficiali purtroppo sono lacunosi e sottostimano il fenomeno poiché molti casi non vengono riportati. Una nostra recente indagine in corso su un campione di 1.700 lavoratori francesi (Coly, Suteau, Sevilla, Profeta 2024) stima un valore tra il 25% e il 40% di donne che hanno subìto qualche forma di molestia sul lavoro e quasi il 10% di uomini. Eppure solo il 16% delle molestie viene riportata. Le nostre stime inoltre mostrano che i testimoni, uomini e donne, sono una percentuale molto superiore delle vittime e che le persone che credono che le molestie sul luogo di lavoro siano un problema serio e prevalente sono anche disposte ad aiutare e agire contro le molestie, contribuendo a rompere la spirale di violenza. Ma dei “bystanders” non si parla quasi mai.

Come diventare testimoni attivi?

La nostra analisi mostra che l’informazione potrebbe giocare un ruolo importante, ma allo stesso tempo deve essere gestita con cautela. Abbiamo provato a dividere il campione in modo randomizzato e fornire trattamenti alternativi ai sottocampioni: un primo sottocampione riceve informazione su quanti sono i casi di molestia sul lavoro, un secondo riceve informazioni sulle buone pratiche per i testimoni attivi, un terzo riceve un’informazione generale non direttamente collegata alle molestie e un quarto non riceve nessuna informazione. Confrontando le reazioni dei sottocampioni, arriviamo al risultato che informare sulla diffusione dei casi di molestia sul lavoro porta a un aumento della partecipazione dei lavoratori che ex ante sottostimavano il fenomeno. Dove però la cultura sessista è molto radicata, l’informazione non basta.

L’analisi suggerisce anche che dare lezioni su cosa fare potrebbe addirittura avere effetti contrari sulle persone con attitudini poco ricettive e con forti stereotipi di genere. Un quadro complesso che apre nuove domande e che ribadisce la necessità di costruire una cultura basata sul rispetto e sulla parità. Simbolicamente il 25 novembre molti edifici dei nostri luoghi di lavoro si illumineranno di arancione – il colore internazionale della lotta alla violenza di genere – aderendo alla campagna di UN Women “Orange the world” rilanciata in Italia dal neonato UN Women Italy. Questo gesto ci ricorda che i luoghi di lavoro devono essere spazi di indipendenza economica e non di sopraffazione. Senza girarsi dall’altra parte.

*Università Luigi Bocconi di Milano

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