Monitor Intesa Sanpaolo

Distretti in frenata, cresce solo l’alimentare

Giù del 2,7% nel primo semestre, male la moda. Cresce la spinta verso nuovi mercati

di Luca Orlando

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L’alimentare non basta. All’interno di un quadro internazionale complesso, tra tensioni geopolitiche e guerre reali e commerciali, i distretti chiudono in frenata il primo semestre dell’anno, riducendo le vendite estere del 2,7% a 80,4 miliardi, risultato di una frenata che si palesa sia nel primo che nel secondo trimestre. Un freno, evidenziato dal monitor sui distretti realizzato da Intesa Sanpaolo, diffuso a più comparti ma che arriva con particolare intensità dal sistema moda, una discesa di calzature, pelletteria e oreficeria che si spinge fino all’8% nei beni di consumo.

I distretti della moda toscani, tra pelletteria di Firenze e abbigliamento di Empoli, sono in effetti tra i più colpiti dalla frenata, cedendo nel complesso mezzo miliardo di vendite.

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Guardando alle medie generali delle categorie (che non comprendono la farmaceutica, settore in forte crescita oltreconfine, che tiene a galla invece le medie nazionali dell’export), se la meccanica e la metallurgia tengono, con frenate nell’ordine di un punto, prodotti in metallo, elettrodomestici e prodotti della moda (intermedi e di consumo) sono invece i più penalizzati.

Un quadro opposto invece per i distretti dell’agroalimentare, gli unici nel complesso a sviluppare una crescita sia nel primo che nel secondo trimestre del 2025. Il tema dominante, tuttavia, è l’ampia dispersione dei risultati, a testimonianza di un quadro ancora confuso, in cui l’esposizione ad aree geografiche diverse dei singoli distretti determina performance in ordine sparso. Anche nell’alimentare, infatti, si trovano aree in discesa, come l’olio toscano, i dolci di Alba, le conserve di Nocera.

In valore assoluto i risultati più rotondi del primo semestre sono per la nautica di Viareggio (dove però poche singole commesse spostano gli esiti), la calzetteria di Castel Goffredo e la meccanica strumentale di Bergamo.

All’estremo opposto, per la caduta complessiva dei valori medi è decisivo il crollo della domanda turca per l’oreficeria di Arezzo, distretto protagonista lo scorso anno di uno scatto senza precedenti verso Ankara e ora tornato alla normalità: il saldo negativo, nel primo semestre, è però di quasi un miliardo di euro, quasi la metà del calo complessivo dell’intera area monitorata nell’analisi.

Turchia che infatti figura al primo posto tra i paesi che sperimentano il maggior calo in valore assoluto (-1,1 miliardi), seguita a distanza da Francia, Germania e Stati Uniti, questi ultimi terzo mercato di sbocco per i distretti, “titolari” dell’11% dei valori esportati complessivi.

In alcuni casi il peso è però decisamente più alto, in particolare per molte aree dell’alimentare, dove però le sorti si dividono: se il lattiero caseario sardo (70% dell’export va negli Usa) riesce ancora a crescere, per l’olio toscano (43% diretto a Washington) il primo semestre è stato negativo, con valori in discesa del 22,6%.

Peggio è però andata all’occhialeria di Belluno, che vede valori verso gli Usa quasi dimezzati.

Se l’effetto finale dei dazi varati dall’amministrazione Trump è ancora da valutare, si segnala in generale una raffreddamento della domanda per alcuni settori di beni di investimento, con più di un progetto messo in stand-by, mentre altrove (vedi alimentare) il calo prevedibile della domanda è stato in parte mascherato dalle consegne anticipate effettuate prima del varo ufficiale degli aggravi.

Dalle risposte delle imprese sondate da Intesa Sanpaolo, sembra comunque emergere una sostanziale fiducia nella tenuta delle vendite: sette su dieci indicano infatti come l’impatto dei dazi Usa potrà essere mitigato dalla qualità delle produzioni, che rende il Made in Italy difficilmente sostituibile con alternative locali o di altri competitor.

Ad ogni modo, la reazione delle imprese sembra già indirizzata nel senso di puntare anche su altri mercati, come testimoniato dalle aree geografiche a più alta crescita, tra cui Polonia, Emirati Arabi e India. Varsavia, in particolare, si colloca già al settimo posto tra i mercati di sbocco e nei primi sei mesi dell’anno ha assorbito il 3% dei flussi di export globali dei distretti.

Previsioni più rosee vi sono anche per l’Europa, che nelle stime degli analisti potrà vedere già a fine anno e poi il prossimo un contributo positivo da parte della Germania.

«Dall’allentamento dei vincoli di spesa e dal rilancio di infrastrutture e difesa - spiega l’economista di Intesa Sanpaolo Giovanni Foresti - mi aspetto un effetto positivo con ricadute per le nostre imprese. Più in generale l’incertezza e la dispersione dei risultati vissuta in questo periodo proseguiranno per qualche trimestre, da aprile in poi i continui annunci di Trump hanno in effetti reso il quadro molto volatile disorientando le imprese. Nel 2026 io penso però che si possano vedere risultati migliori».

A dispetto delle difficoltà, e in presenza per il quarto semestre consecutivo di un numero maggiore di distretti in calo rispetto a quanti crescono, tra gennaio e giugno si registra però ancora un contributo robusto del sistema alla nostra bilancia commerciale. Attraverso un avanzo di oltre 25 miliardi di euro, in lieve discesa rispetto al 2024 ma comunque secondo miglior risultato di sempre.

 

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