Fare i conti con l’America di Trump
di Sergio Fabbrini
di Lara Ricci
5' di lettura
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«Le disuguaglianze, la discriminazione e la violenza sono i maggiori fattori che alimentano le malattie mentali. Eliminarli è molto più importante per la salute mentale delle persone che somministrare farmaci. Gli Stati devono concentrarsi su questo: bisogna riequilibrare l’approccio biomedico con interventi sociali e per la tutela dei diritti umani» spiega al Sole 24 Ore Dainius Puras - l’inviato speciale dell’Onu per la salute mentale - a margine del Consiglio dei diritti umani in corso a Ginevra. Puras ha infatti presentato un rapporto molto duro verso le politiche statali, frutto di due anni di lavoro.
«Trent’anni fa - spiega - i sostenitori dell’approccio farmacologico avevano promesso di risolvere molti problemi, e non ci sono riusciti. Con i farmaci, la terapia e i trattamenti sanitari obbligatori si sono cercati di nascondere i fattori sociali alla base delle malattie mentali. Ci si è concentrati sugli individui e sulle malattie e non sulle condizioni che producono malessere. Bisogna lavorare sui diritti umani, sulla riduzione della violenza (sui bambini, sulle donne, in famiglia e nei luoghi di lavoro), delle disuguaglianze. In generale bisogna focalizzarsi sulle relazioni tra gli individui, aumentare la fiducia, la solidarietà il rispetto delle differenze».
Oggetto di discriminazione, disuguaglianze salariali e violenza - in casa e sul lavoro, come testimoniato dall’inarrestabile movimento #metoo - le donne sono una categoria a rischio. «Negli Stati Uniti il 20% delle donne prende farmaci psicotropi, molto più degli uomini», afferma il medico lituano, professore universitario e responsabile del centro di psichiatria infantile dell’università di Vilnius. Questo avviene «anche perché le donne tendono ad andare più dai medici che, invece di parlare dei loro problemi, spesso danno loro delle medicine. Ma i pregiudizi di genere danneggiano anche gli uomini, come un boomerang: l’esaltazione di una mascolinità erroneamente intesa come aggressività e violenza produce in loro comportamenti autodistruttivi, come il consumo di alcol, droghe, o anche il suicidio. Non riescono infatti a gestire lo stress. Nell’Europa dell’Est gli uomini hanno un’aspettativa di vita inferiore del 10% rispetto alle donne».
In generale «i rapporti di potere asimmetrici non vanno bene: se il potere fosse equamente suddiviso tra uomini e donne, le molestie sessuali non ci sarebbero quasi» dice Puras, riferendosi al movimento #metoo che ha rivelato l’enorme entità delle molestie sul lavoro subite dalle donne. La discriminazione di genere si protrae persino nei luoghi di cura. «Molti psichiatri mantengono l’approccio paternalistico del secolo scorso: se la donna è troppo emotiva non va bene, se lo è troppo poco non va neppure bene. Stesso discorso se è troppo, o troppo poco, interessata al sesso. La parola isteria viene da ystèra, utero in greco. In altre parole: nel XIX e XX secolo si curavano le donne perché erano donne», afferma amaramente.
Per non parlare delle donne picchiate o stuprate che, cadute in depressione o in qualche altro disturbo, «vanno dagli psichiatri per essere curate e si trovano costrette a trattamenti sanitari obbligatori, legate al letto, spesso con le gambe aperte, costrette a ingerire farmaci, a nutrirsi. “In ospedale mi sono sentita esattamente come quando mi hanno violentato”, mi hanno detto tantissime donne in giro per il mondo», afferma Dainius Puras, che spiega di non essere contro i farmaci o le terapie psichiatriche, ma che pensa siano sovrautilizzati, anche a causa del fatto che i decisori si sono fatti influenzare dalle case farmaceutiche che hanno messo in circolazione dati fuorvianti. Secondo Puras la violenza non può mai essere terapeutica. «Si usano troppi farmaci, si fa troppo uso della forza. Medicalizziamo la tristezza, la diversità, comportamenti autistici di persone che potrebbero ottenere grandi risultati, per esempio nella scienza, e che invece vengono stigmatizzate come malate».