Biennale

Diriyah, l’arte come geografia in movimento

Alla terza edizione intreccia migrazioni, memoria e tecnologia per riscrivere le mappe culturali del Golfo tra ambizione politica e visioni globali

di Maria Adelaide Marchesoni

Ahaad Alamoudi, «The Run», 2025, fotogramma dal film. Per gentile concessione dell'artista

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Nel ridisegno in corso delle geografie culturali globali, l’Arabia Saudita si propone sempre più come una delle aree strategiche del Golfo. In questo scenario, la Diriyah Contemporary Art Biennale – giunta alla sua terza edizione – è un dispositivo culturale capace di catalizzare attenzione internazionale, pratiche artistiche transnazionali e ambizioni politiche di lungo periodo. Dal 30 gennaio al 2 maggio 2026, negli spazi del JAX District di Diriyah, sito storico alle porte di Riyadh, la Biennale diventa così un osservatorio privilegiato per leggere le ambizioni culturali del Regno di inserirsi a pieno titolo nelle geografie simboliche contemporanee.

Petrit Halilaj, «Very volcanic over this green feather», 2021, veduta dell'installazione. Per gentile concessione dell'artista e della Fondazione Biennale di Diriyah; fotografia: Alessandro Brasile

Intitolata «In Interludes and Transitions» – una frase tratta dall’arabo colloquiale che evoca il flusso e riflusso della vita nomade nella penisola arabica – la mostra esplora i temi della migrazione, dello scambio culturale e dell’interconnessione. I due direttori artistici Nora Razian e Sabih Ahmed hanno presentato una selezione ampia e internazionale con oltre 65 artisti provenienti da più di 37 nazioni, compresi nomi storici e voci emergenti contemporanee, oltre a realizzare 25 nuove commissioni.

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Alla Biennale di Diriyah non sono presenti artisti italiani, ma la scenografia dell’intera mostra è stata realizzata dallo studio di design Formafantasma, che ha reinterpretato l’architettura industriale del quartiere creativo JAX come una composizione leggera nei colori e fluida nelle forme piane e nei passaggi curvi, accompagnando i visitatori nei 12.900 metri quadrati di sale espositive, cortili e terrazze.

Etel Adnan, «Untitled» (2020_2024). Photo by Alessandro Brasile, courtesy of the Diriyah Biennale Foundation

Il tema curatoriale: il movimento, la migrazione

La Biennale concepisce il mondo non come un luogo fisso, ma come un insieme di “processioni”, interpretando la vita come continuo passaggio e trasformazione: condizioni politiche prima ancora che estetiche, ispirate alle tradizioni nomadi di accampamenti e viaggi nella penisola arabica.

La manifestazione ha preso avvio con una performance: alcuni pick-up con a bordo uomini, donne e musicisti sauditi festanti hanno attraversato la valle del fiume Wadi Hanifah. Ispirata alle storiche carovane beduine, la parata dell’artista saudita Mohammed Alhamdan, intitolata «Folding the Tents» (2026), ha accostato veicoli contemporanei e cammelli, creando un’immagine suggestiva delle vecchie e nuove forme di trasporto nel deserto. L’azione è culminata nel cortile principale della Biennale con una performance del rapper palestinese Shabjdeed, figura influente dell’hip hop underground di Ramallah.

Théo Mercier, «House of Eternity» (2026). Photo by Alessandro Brasile, courtesy of the Diriyah Biennale Foundation

Gli artisti

La mostra presenta una pluralità di pratiche provenienti da Nigeria, Emirati, Arabia Saudita, India ed Europa: dipinti e lavori su carta che operano come archivi visivi della memoria individuale e collettiva; tessuti, arazzi e ricami che richiamano genealogie diasporiche e saperi artigianali; installazioni site-specific che attivano il corpo del visitatore; film, video, opere sonore e materiali d’archivio che mettono in tensione memoria storica e costruzione del presente.

Ad accogliere i visitatori nel primo dei cinque padiglioni, l’installazione «Very volcanic over this green feather» (2021) di Petrit Halilaj ricrea una serie di disegni realizzati dall’artista a 13 anni in un campo profughi durante la guerra del Kosovo (1998-99): immagini colorate e sospese, ritratti di animali e paesaggi rurali insieme a veicoli militari. La tensione trova eco al piano superiore nell’opera «Gauze» (2023-24) dell’artista palestinese Hazem Harb, dove bende di garza bianca su cartone evocano corpi mutilati o caduti.

Non manca la presenza di figure storiche come Etel Adnan e Pacita Abad, accomunate da un uso intenso del colore e da una pluralità di tecniche e materiali. Il loro lavoro dialoga con una generazione più giovane di artisti, tra cui diversi sauditi. La giovane Ahaad Alamoudi (classe 1991) concentra l’attenzione su uno dei progetti più pubblicizzati dell’Arabia Saudita: NEOM, la mega-iniziativa futuristica che comprende The Line, recentemente ridimensionata. Nel video «The Run» (2025), l’artista attraversa il deserto di Tabuk verso una tela che raffigura lo stesso paesaggio retrostante, penetrando fisicamente l’immagine in un loop ipnotico che mette in crisi la promessa di progresso lineare (da ATHR Gallery, Jeddah, Riyadh, le sue opere hanno un range di prezzo compreso tra 4 mila e 22 mila euro).

Altro artista saudita, Abdelkarim Qassem presenta «The Final Scene» (2017), cortometraggio girato con il cellulare durante il periodo nelle forze armate: un viaggio lungo una strada deserta, reso in bianco e grigio, dove domina un senso di incertezza e trauma sospeso. È ancora un video quello commissionato ad Aziz Hazara, «Shab Nama I (Night Chronicles)» (2026), che rievoca le shabnama, volantini politici distribuiti clandestinamente in Afghanistan per aggirare la censura, in linea con la sua pratica di costruzione di archivi “contro-forensi” in contesti di conflitto. L’artista ha lavorato in Italia con Fondazione In Between Art Film per la mostra “Penumbra” al Complesso dell’Ospedaletto, Venezia (da Experimenter, Kolkata, le sue fotografie in set partono da 4 mila da 36 mila dollari).

In Interludi e transizioni, Biennale d'arte contemporanea di Diriyah 2026, Mohammed Alhamdan (7amdan), «Folding the Tents» (2026), foto di Alessandro Brasile, per gentile concessione della Fondazione Biennale di Diriyah

Al centro l’ambiente

Tra le opere che ampliano la riflessione ecologica e politica, «Echoes of the Earth» (2026) di Daniel Otero Torres rende omaggio ai difensori dell’ambiente di tutto il mondo, tra cui Berta Cáceres e Ken Saro-Wiwa, attraverso sculture totemiche in legno collocate entro una grande cornice, accanto ad amache ricamate e recipienti per l’acqua che riflettono i suoni della foresta pluviale. L’opera immagina uno spazio di incontro simbolico per “eroi silenziosi”, un luogo di sosta e scambio per viaggiatori ideali.

La serie «Lines in Nature» (2025) di Elias Sime presenta intricate reti geometriche assemblate con rifiuti elettronici – circuiti stampati, cavi, tastiere – trasformando la tecnologia scartata in meditazioni sull’equilibrio tra progresso e costo ambientale. Se Sime lavora sul lato materiale dell’innovazione, l’iniziativa editoriale Kayfa ta, ospitata in una struttura modulare progettata da AAU ANASTAS, ne traccia una genealogia alternativa, ricostruendo la storia della kuwaitiana Sakhr Computers e dei forum internet sauditi degli anni Novanta: un promemoria che la storia della tecnologia non appartiene esclusivamente alla Silicon Valley, ma si articola in traiettorie parallele.

Tra i movimenti tematici, la monumentale «House of Eternity» (2026) di Théo Mercier occupa un’intera sala. Quattro sculture compatte emergono da un terreno di sabbia sciolta, evocando termitiere, monoliti desertici e architetture scolpite dal vento. Una passerella metallica sopraelevata offre una prospettiva aerea che riconfigura il rapporto con l’opera: dall’alto, l’installazione si rivela insieme fragile e immersiva, un’archeologia speculativa del presente in cui i sedimenti salini della sabbia si accumulano come residui digitali, suggerendo quali immagini potrebbero emergere se i nostri server di dati si dissolvessero.

Arte, politica e ambizione globale: la scommessa saudita

In questo intreccio di deserti reali e simbolici, archivi contro-forensi, rovine speculative e visioni futuristiche, la Diriyah Contemporary Art Biennale si configura come una piattaforma di narrazione geopolitica oltre che estetica. Il movimento evocato dal titolo non è soltanto quello dei corpi, delle carovane o dei dati, ma quello delle immagini e delle idee che attraversano confini, ridefinendo le mappe della contemporaneità.

Tra memoria e proiezione, trauma e utopia, la Biennale mette in scena un paesaggio in transizione che rispecchia le ambizioni del Regno: costruire un nuovo centro culturale capace di dialogare con il Sud globale, con le diaspore e con le genealogie tecnologiche alternative. Se il deserto è storicamente luogo di attraversamento e di scambio, Diriyah tenta oggi di trasformarlo in uno spazio di sedimentazione simbolica, dove arte e politica si sovrappongono. Resta da vedere se questa costellazione di voci riuscirà a consolidarsi nel tempo; intanto, la terza edizione segna un passaggio chiaro: l’Arabia Saudita non si limita più a ospitare l’arte internazionale, ma aspira a ridefinirne le traiettorie.

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