Diriyah, l’arte come geografia in movimento
Alla terza edizione intreccia migrazioni, memoria e tecnologia per riscrivere le mappe culturali del Golfo tra ambizione politica e visioni globali
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I punti chiave
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Nel ridisegno in corso delle geografie culturali globali, l’Arabia Saudita si propone sempre più come una delle aree strategiche del Golfo. In questo scenario, la Diriyah Contemporary Art Biennale – giunta alla sua terza edizione – è un dispositivo culturale capace di catalizzare attenzione internazionale, pratiche artistiche transnazionali e ambizioni politiche di lungo periodo. Dal 30 gennaio al 2 maggio 2026, negli spazi del JAX District di Diriyah, sito storico alle porte di Riyadh, la Biennale diventa così un osservatorio privilegiato per leggere le ambizioni culturali del Regno di inserirsi a pieno titolo nelle geografie simboliche contemporanee.
Intitolata «In Interludes and Transitions» – una frase tratta dall’arabo colloquiale che evoca il flusso e riflusso della vita nomade nella penisola arabica – la mostra esplora i temi della migrazione, dello scambio culturale e dell’interconnessione. I due direttori artistici Nora Razian e Sabih Ahmed hanno presentato una selezione ampia e internazionale con oltre 65 artisti provenienti da più di 37 nazioni, compresi nomi storici e voci emergenti contemporanee, oltre a realizzare 25 nuove commissioni.
Alla Biennale di Diriyah non sono presenti artisti italiani, ma la scenografia dell’intera mostra è stata realizzata dallo studio di design Formafantasma, che ha reinterpretato l’architettura industriale del quartiere creativo JAX come una composizione leggera nei colori e fluida nelle forme piane e nei passaggi curvi, accompagnando i visitatori nei 12.900 metri quadrati di sale espositive, cortili e terrazze.
Il tema curatoriale: il movimento, la migrazione
La Biennale concepisce il mondo non come un luogo fisso, ma come un insieme di “processioni”, interpretando la vita come continuo passaggio e trasformazione: condizioni politiche prima ancora che estetiche, ispirate alle tradizioni nomadi di accampamenti e viaggi nella penisola arabica.
La manifestazione ha preso avvio con una performance: alcuni pick-up con a bordo uomini, donne e musicisti sauditi festanti hanno attraversato la valle del fiume Wadi Hanifah. Ispirata alle storiche carovane beduine, la parata dell’artista saudita Mohammed Alhamdan, intitolata «Folding the Tents» (2026), ha accostato veicoli contemporanei e cammelli, creando un’immagine suggestiva delle vecchie e nuove forme di trasporto nel deserto. L’azione è culminata nel cortile principale della Biennale con una performance del rapper palestinese Shabjdeed, figura influente dell’hip hop underground di Ramallah.












