Diritti umani: al Fifdh le più belle storie di resistenza e le più terribili denunce
La storia vera di una sposa bambina afgana, straordinaria artista, che cerca di arrivare clandestinamente in Europa, quella della lotta degli aborigeni banjima contro l’amianto, o dei portuali di Genova che rifiutano di imbarcare armi sono alcune delle pellicole più interessanti viste a Ginevra
di Lara Ricci
5' di lettura
5' di lettura
Una ragazza si filma con il cellulare durante i tentativi di arrivare clandestinamente in Europa. La vediamo appena, nel buio di un furgone dove è ammassata insieme a molti altri. Qualcuno urla: «state schiacciando i miei bambini!». Poi vengono abbandonati sul bordo di una strada, di notte, al freddo. Le prime immagini di A fox under a pink moon sono una testimonianza senza mediazione di cosa succede a chi cerca di attraversare illegalmente le nostre frontiere. Ma quello che inizia come un crudo documentario, lentamente lascia emergere una seconda linea narrativa, fatta da bellissimi disegni e sculture che la ragazza, Soraya, crea tra un tentativo di fuga e l’altro. O dai bassorilievi di fango incollati ai muri di una casa diroccata, infestata dalle cimici, in una terra di nessuno tra Turchia e Grecia dove i trafficanti di esseri umani l’hanno lasciata. Opere che raffigurano un mondo ricchissimo, colorato e accogliente. Triste, spesso, ma pieno di calore e tenerezza, dove ci si può rifugiare quando tutto intorno crolla, come fa la volpe arrotolandosi nella sua lunga coda fulva.
La cronaca si intreccia così alla fantasia mettendo a confronto la realtà che subiamo e quella che possiamo immaginare, che potremmo forse realizzare, nello splendido documentario del regista iraniano Mehrdad Oskouei e dell’artista afgana Soraya Akhlaghi, una sposa bambina dal raro talento: ha appena 16 anni quando inizia a inviare i video a Oskouei, vive in Iran con un marito che la picchia, come la picchiava lo zio che l’ha cresciuta dopo la morte del padre e la fuga in Austria della madre, quando aveva 7 anni. Madre di cui ha molta nostalgia e che spera di raggiungere. Una pellicola che restituisce dignità a quella «macchia scura che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme», come la definì Derek Walcott in Migranti, e a tutte le bambine e donne abusate. Che fa scorrere davanti agli occhi la ricchezza interiore delle donne che non abbiamo fatto salire sugli aerei in partenza da Kabul nell’agosto del 2021, che respingiamo ai confini, che lasciamo affondare nel mare, che accettiamo muoiano sotto i pugni di un uomo o le bombe di un presidente.
Il lungometraggio che dà conto degli ultimi 5 anni di vita di Akhlaghi, e anche dei suoi sogni, realizzato a distanza da Oskouei a partire da quasi mezzo milione di video, ha vinto il Grand Prix de Genève e il premio dei giovani del Festival del film e forum sui diritti umani (Fifdh) di Ginevra, diretto da Laura Longobardi e Laila Alonso Huarte. Dieci giorni di proiezioni e incontri in concomitanza con il Consiglio Onu per i diritti umani, in cui una selezione delle pellicole più recenti su temi umanitari è discussa con esperti molto qualificati, mentre alcuni degli invitati possono essere ricevuti alle Nazioni Unite (è stata invitata a una sessione parallela del Consiglio Johnnell Parker, vicepresidente della comunità aborigena Banjima, protagonista di Yurlu | Country, di Yaara Bou Melhem, film sulla miniera di amianto di Wittenoom, nel territorio nativo banjima, e sui gravi danni sanitari ed ecologici che l’Australia rifiuta di riconoscere). Al Fifdh sono stati proiettati film di denuncia ma anche film che parlano di resistenza alla imperante militarizzazione, alla normalizzazione dei discorsi di odio, alla crisi del mutilateralismo, alla repressione e continua erosione delle libertà individuali, alle derive autoritarie e tecnocratiche. Per la prima volta da vent’anni, secondo uno studio di V-Dem Institute, nel mondo ci sono più autocrazie che democrazie, ha detto Alonso Huarte.
È ambientato in Sudan, anche se girato altrove a causa del conflitto, il film che ha vinto il premio per la fiction: Cotton Queen di Suzannah Mirghani. Non parla del genocidio, ma – con ironia e leggerezza – di una guerra antica: un’adolescente che ostinatamente cerca di difendere il proprio corpo da tutti quelli che la vogliono sposare e rivendica il suo diritto di innamorarsi (anche della persona sbagliata). Sullo sfondo, la violenza coloniale e neocoloniale – rappresentata anche dal cotone ogm, che non dà semi e perciò genera dipendenza – e le favole che girano a proposito della sua volitiva, vecchissima e temutissima nonna che si narra abbia sconfitto gli inglesi. Un premio è andato anche a Letters from Wolf Street di Arjun Talwar, racconto intimo dell’emigrazione di un’indiana a Varsavia e delle frontiere invisibili erette dal razzismo
Protagonista anche l’Italia con due documentari. Uno è l’anteprima mondiale di Le cas Meloni, il Caso Meloni, di Anna Bonalume e Jeremy Frey, film che analizza l’ascesa alla presidenza del Consiglio italiano, per la prima volta dal Dopoguerra, della rappresentante di un partito che ha origine nei movimenti neofascisti, sottolineandone l’ambiguità, da giano bifronte, del discorso politico. L’altro è Portuali, di Perla Sardella, che filma trattative e scioperi di alcuni sindacalisti del porto di Genova per un salario giusto e un lavoro sicuro e che, dal 2019, iniziano a riguardare anche il rifiuto di imbarcare armi per lo Yemen. Battaglie cui si unisce quella per far condannare i due uomini che hanno tentato di stuprare Martina Rossi, figlia di uno di loro, precipitata dal sesto piano di un albergo di Palma De Maiorca nel 2011. Un documentario ruvido e potente, che rifiuta la spettacolarizzazione e riesce a riportare la dovuta attenzione sulle battaglie sindacali e politiche, ma anche sull’intersezionalità della lotta.








