Rigenerazione urbana

Direttiva green e piano casa, sfide per crescere dopo il pnrr

“Il tema torni al centro”, dice Edoardo Croci (Bocconi). “Il vero modello Milano mai realizzato. Sì a incentivi purché con effetti misurabili”.

di Anna Migliorati

(Adobe Stock)

4' di lettura

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I punti chiave

  • Direttiva green e piano casa europeo le direttrici dopo il pnrr
  • Incentivi purché misurabili
  • Intervenendo sulle città si agisce su energia, ambiente, sicurezza, trasporti, differenze sociali
  • Standardizzazione e capitali pazienti, vantaggi e limiti del “caso Milano”

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(IlSole24Ore-Radiocor) - Il tema della riqualificazione urbana deve tornare al centro del dibattito sia politico che economico, senza preclusioni su incentivi pubblici o capitali esteri, per continuare ad investire sulle città e crescere anche dopo la fine del pnrr. A sostenerlo Edoardo Croci, docente di economia ambientale all’Università Bocconi: “La casa deve tornare al centro – dice -, perché alla casa sono legati tanti temi non più rinviabili: quello energetico, quello ambientale, quello della sicurezza, quello dei trasporti, nonché delle disuguaglianze”. Prima il superbonus, poi il pnrr hanno già inciso sulle politiche abitative negli ultimi anni, ma senza un vero programma organico, sostiene Croci: “il pnrr sicuramente è stato importante per garantire la crescita dell'Italia, però è anche uno strumento che ha favorito investimenti dove c'erano già dei progetti pronti. Quindi senza una vera visione organica, e questo è stato un limite”.

Direttiva green, chi paga l’efficientamento

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All’orizzonte, conclusa con il 2026 l’esperienza pnrr, ci sono altre due direttrici a traino europeo destinate ad incidere sulle città italiane: da una parte la direttiva case green, che impone traguardi di efficientamento energetico e consumi che interessano gran parte del patrimonio edilizio, dall’altra l’annunciato piano casa per far fronte alle carenze e alle diseguaglianze abitative. Sul primo fronte, “c’è chi sostiene che l’efficientamento sarà un costo per i cittadini, ma nel passato abbiamo sperimentato esattamente il contrario – spiega Croci -: gli interventi di riqualificazione energetica sono stati per lo più un costo per lo Stato e un beneficio per i cittadini. Addirittura, siamo arrivati al 110% con il super bonus, il bonus facciate è arrivato al 90%. Credo sia tempo di un dibattito serio, senza uno scontro ideologico, sul fatto che questa volta debba essere un costo per i cittadini oppure un costo per lo Stato”. L’obbiettivo, d’altra parte è ambizioso: per gli edifici nuovi si tratta entro il 2030 di emissioni nette zero e, quindi, un intervento su tutta la filiera, che va dalle caldaie alle infrastrutture delle rinnovabili; sugli edifici esistenti si punta ad una riduzione dei consumi di energia del 16% subito e che al 2035 diventa del 20-22%. “Obbiettivo assai ambizioso perché richiede di intervenire in modo prioritario sugli edifici meno efficienti, vale a dire 5 milioni di abitazioni che nella maggior parte dei casi dobbiamo pensare di proprietari che non appartengono alle fasce di reddito alte. Impensabile un sistema che metta a loro carico il costo dell'efficientamento perché, molto banalmente, non potrebbero pagarlo. Ecco perché penso che si andrà verso ancora delle forme di incentivazione”.

Per non ripetere errori del passato, prosegue il docente Bocconi, “qualsiasi nuovo strumento si deciderà necessariamente di mettere in campo, credo si debba partire dal dare incentivi in base all'effettivo vantaggio in termini di efficientemente energetico. Il problema in passato è stato che, senza nessun tipo di effettiva misurazione di un impatto in termini di riduzione di consumi energetici o riduzione delle emissioni carboniche, ci siamo trovato al paradosso che alcuni interventi hanno avuto un costo di riduzione per tonnellata di CO2 di svariate centinaia di euro. Inutili costi abnormi”. Quali strumenti, dunque, mettere in campo? “Sicuramente incentivi legati ad una misurazione degli effetti. Poi, da un lato ottimizzare la spesa pubblica che, naturalmente, anche in questo caso non potrà che essere fatta con detrazione fiscale, attivare meccanismi di finanziamento di terze parti, far si che il costo dell'efficientamento venga effettivamente ripagato dalla riduzione dei consumi. C'è di mezzo una bolletta che è delle famiglie, ma anche del Paese”.

Per cogliere a pieno l’occasione, sostiene ancora Croci, l’efficientamento dovrà, però, andare a braccetto con la riqualificazione urbana vera e propria, perché “non c'è dubbio che un limite anche di questa direttiva è di guardare soprattutto all'edificio inteso come involucro, come impianti, come serramenti, mentre sempre di più dovremmo riuscire a legare questi interventi anche a benefici sociali, territoriali e ambientali più estesi. Che significa produzione energetica, spazi verdi che riducano le oasi di calore, mezzi pubblici efficienti, servizi e sicurezza. Questo vuol dire ragionare in una logica di rigenerazione urbana”.

Piano casa in arrivo da Bruxelles

Dall’altra parte il grande investimento europeo dopo la fine del pnrr in termini proprio di riqualificazione urbana si chiama piano casa. Un piano ancora da scrivere: “In questo momento abbiamo solo degli indirizzi generici: si parla di centomila abitazioni, si parla di canoni accessibili a larghe fasce della popolazione, si parla del coinvolgimento di soggetti privati che, quindi, possono realizzare questi edifici avendo comunque una remunerazione. Una sfida siccome la necessità di casa è soprattutto dove i valori immobiliari sono più alti”, ricorda Croci. “Questo significa, da un lato, standardizzare alcuni processi per abbassare in modo significativo i costi utilizzando anche la modularità, e su questo esistono alcune esperienze pilota; dall'altro, modelli di gestione dedicati prevalentemente all'affitto e con il coinvolgimento di investitori pazienti”.

Il caso Milano

A Milano le esperienze di riqualificazione urbana sono sfociate negli ultimi mesi anche in indagini della procura e blocco dei lavori, ma “il vero modello Milano non è mai stato applicato”, dice Croci che ha alle spalle un’esperienza proprio da assessore alla Mobilità, Trasporti e Ambiente nel capoluogo lombardo nella giunta di Letizia Moratti. “L'impetuoso sviluppo immobiliare di Milano è unico in Italia, nasce da investimenti esteri di grandi fondi. Può aver avuto aspetti negativi e crea diseguaglianze, ma ha anche positivi perché fa affluire capitali, crea un'economia virtuosa e una serie di opportunità - conclude -. Quindi, attenzione a definirlo il male assoluto, perché noi vogliamo avere investimenti internazionali nelle nostre città e capitali che arrivano. Si tratta di dirottarli non solo sulla fascia più alta, ma di pensare tutte le diverse esigenze e a diversi segmenti di mercato che non sono tutti con enormi poteri di spesa, dagli anziani autosufficienti, alle giovani coppie o ai single. Se si fa un piano casa serio anche il gap abitativo si può sicuramente ridurre. Certo, in una città come Milano la sfida è notevole perché, al di là delle buone intenzioni è mancata una capacità anche politica e si è esacerbata questa differenza tra edifici di superlusso ed espulsione di popolazione con meno capacità di spesa”. Un tema ribadisce, “che è tempo che torni al centro del dibattito”.

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