Dior e le energie femminili del cambiamento, Saint Laurent congiunge abito e corpo
Le sfilate di Parigi si aprono con l’indagine delle collezioni anni Sessanta di monsieur Dior e le cascate di collant di Anthony Vaccarello, ma anche con interessanti e giovani talenti come Niccolò Pasqualetti
di Angelo Flaccavento
3' di lettura
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Il popolo della moda si è spostato in massa a Parigi, dove la fashion week durerà ben dieci giorni. È pur vero che la capitale francese è l’autentico epicentro del sistema, il collettore di autori che arrivano da ogni angolo del globo, latori delle più diverse ed eccitanti visioni, ma la sproporzione è comunque evidente: un problema che le rispettive Camere dovranno in qualche modo risolvere.
Ciò detto, e senza suonare forzatamente esterofili, le attese per Parigi questa stagione sono alte. Altissime. Non che Milano abbia proprio deluso. Sono però mancate, con poche eccezioni, le scosse, i brividi che fanno pensare e avanzare. Quei frisson ce li si aspetta a Parigi, tra debutti eccellenti - Chemena Kamali da Chloé, Seán McGirr da McQueen - e glorie imperiture come i giapponesi o Rick Owens.
Apre i giochi Dior, dove Maria Grazia Chiuri continua a offrire un punto di vista estremamente concreto, e astutamente centrato sul prodotto, sull’eredità della augusta maison. Il suo racconto di brand comprende elementi diversi, non sempre e non necessariamente coesi, che vanno dal coinvolgimento di donne artiste nell’allestimento degli spazi delle sfilate a una narrativa entusiasticamente femminista. Questa stagione, ad esempio, fanno da cornice alla collezione le armature di canna dell’artista indiana Shakuntala Kulkarni, riflessione sul corpo femminile e sullo spazio che occupa.
Si tratta di lavori esteticamente molto lontani da quel che Chiuri manda in passerella, ma identico è lo spirito: una celebrazione del cambiamento come forza femminile. La collezione rievoca, non ultimo a suon di graffiti che ne sillabano il nome, a lettere cubitali, su giacche, cappotti e abiti, un momento storico preciso: l’anno 1967, nel quale fu lanciata la collezione di prêr-à-porter Miss Dior - la prima per Dior - destinata alle figlie delle clienti Couture, in un momento storico nel quale i giovani scoprivano l’energia della ribellione. In verità non c’è nulla di sessantottino nella prova, che appare perbene come da copione, ma più svelta e tesa del solito nell’espressione, con gli orli corti, gli stivali e un’idea pervasiva di modernismo.
Il bello di Parigi è il mix di nomi istituzionali e fulgide promesse, di establishment e underground, sempre che una simile nozione oggi abbia senso. Il giovane Niccolò Pasqualetti, italiano formatosi allo IUAV di Venezia, finalista all’LVMH Prize, ha una mano magnificamente leggiadra. Lavora con volumi esagerati e avvolgenti, colori neutri e tocchi metallici, e il risultato è pieno di poesia.


