Hotellerie

Dimora Camille, l’ex masseria diventata hotel-Spa nella Sicilia selvaggia

Situata a pochi passi dal barocco monumentale di Scicli, la proprietà ha aperto le sue porte in questo mese di giugno per iniziativa di Sammi Coubeche e dell’architetto Viviana Haddad

di Laura Dominici

Dimora Camille vista dalla terrazza

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C’è una luce particolare che accarezza la campagna di Scicli, una tonalità calda che riflette l’oro della pietra bionda locale. È qui, in questo lembo di Sicilia orientale protetto dall’Unesco, in contrada Spinazza, che sorge Dimora Camille, un progetto di ospitalità che non è solo un restauro, ma una stratificazione di storie, viaggi e silenzi.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il progetto

Situata a pochi passi dal barocco monumentale di Scicli e dai riflessi cerulei di Donnalucata e Sampieri, la proprietà, che ha aperto le sue porte agli ospiti in questo mese di giugno, nasce dalle ceneri di un’azienda agricola di metà Ottocento. Le date incise sulla pietra raccontano una cronologia precisa: il 1851 per Villa Spinazza, residenza di campagna utilizzata dai proprietari durante le raccolte. Dopo l’Unità d’Italia, seguì l’aggiunta di altri edifici, tra cui il Palmento, edificato nel 1875 e dedicato alla produzione tradizionale di olio d’oliva. Le mangiatoie sistemate nelle antiche pareti a secco testimoniano la parte di allevamento dell’azienda. Poi, il silenzio, durato quasi un secolo.

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L’incontro: un sogno lungo otto anni

La rinascita inizia nel 2015, quando Sammi Coubeche, spirito cosmopolita con radici africane e formazione europea, scopre queste rovine. Nonostante i tetti crollati e la natura selvaggia che aveva ripreso i suoi spazi, Coubeche ne intuisce l’anima. Per dare forma a questa visione, si affida alla sensibilità dell’architetto Viviana Haddad, profonda conoscitrice del territorio siciliano, dove vive da 25 anni.

«Sono arrivata a Modica per caso da Milano - racconta l’architetto Viviana Haddad - dove lavoravo al Politecnico e mi occupavo di ricerca sui materiali. Sono rimasta folgorata dalla bellezza di questo territorio e ho deciso che il mio posto era qui: dovevo prendermi cura di questa terra attraverso il restauro dell’esistente e della cultura dell’abitare siciliano». Il sodalizio tra proprietario e architetto ha generato, nel caso di Dimora Camille, un recupero conservativo complesso, durato ben otto anni. La sfida era audace: mantenere l’identità rurale della masseria arricchendola di un métissage culturale naturale. Il cantiere si è trasformato in un laboratorio artigiano permanente, dove maestranze locali hanno lavorato a stretto contatto con la committenza per ricercare materiali, arredi e dettagli che parlassero un linguaggio universale e senza tempo. Un’impresa che ha richiesto, come sottolinea la proprietà «ostinazione, visione e perseveranza. Un atto d’amore gigante per una terra che richiede una resilienza pazzesca, dove tutto ciò che programmi viene continuamente deprogrammato e serve una grande capacità di creare sinergia tra le persone per raggiungere l’obiettivo».

Architettura e Interni: la poetica del vuoto e della materia

Dimora Camille si articola in un gioco di volumi che rispettano la morfologia del terreno roccioso. La struttura, suddivisa tra tre camere, una suite e quattro appartamenti, accoglie gli ospiti in un’atmosfera di lusso sussurrato,

All’interno, la matericità è protagonista: i pavimenti oscillano tra il rigore della pietra locale e la preziosità del terrazzo veneziano, mentre le ceramiche e i tessuti naturali aggiungono una dimensione tattile agli spazi.
«Quasi tutti gli arredi, dai comodini alle panche, fino allo scrittoio e agli armadi, sono stati disegnati appositamente - spiega Haddad -. Sono stati realizzati da DiSé mobilieri di pregio, un’azienda di Grammichele guidata da Giampiero Corallo, un ebanista che ha saputo trasformare il sapere artigiano siciliano in un valore aggiunto sartoriale, capace di risolvere ogni dettaglio millimetrico. Qui ogni particolare, dalla serratura di una porta ad una piccola cerniera, è stato studiato per rendere ogni pezzo unico”. Ogni ambiente è un omaggio alla tradizione reinterpretata: la “Camera Canne” è un esercizio di stile sulla memoria contadina.
«Il tetto a canne è una tecnica tradizionale della zona - approfondisce l’architetto - poiché gli ulivi non venivano sacrificati per il legname. Abbiamo raccolto le canne lungo il fiume Irminio in luna piena, lasciandole stagionare un anno, per poi legarle con lo spago tinto con essenze naturali come il tè e rifinite con olio di lino, rievocando un isolamento naturale e una tessitura che ricorda quasi le atmosfere balinesi». La suite al primo piano si apre sul paesaggio come un osservatorio privilegiato sulla campagna e sul mare. Gli appartamenti, battezzati con nomi evocativi come “Mare” e “Patio”, offrono un’esperienza di tempo sospeso, ideale per chi cerca una dimensione domestica e privata.
L’uso dei materiali è un inno al “chilometro zero” e alla filosofia del wabi-sabi: «Abbiamo usato pietre di recupero che conservano ancora i segni delle seghe a mano di un tempo, insieme a calci naturali locali, cocciopesto e cementine dai decori orientali rarissimi – prosegue Haddad -. L’imperfezione qui è bellezza: i materiali si segnano col tempo proprio come la nostra pelle, diventando parte del vissuto del luogo».

La sala dei trattamenti Spa

Il benessere come estensione del paesaggio

Il cuore sensoriale della Dimora è lo spazio benessere. Qui, l’architettura si fa ipogea: la sala massaggi è stata ricavata all’interno di una spettacolare antica cisterna d’irrigazione, scavata direttamente nella roccia. «L’ispirazione è venuta dai Pozzi di San Patrizio - rivela Viviana Haddad - l’obiettivo era creare una Spa interrata che però godesse di luce naturale e di un respiro costante. È stato un lavoro quasi archeologico liberare la cisterna dalla terra; oggi, grazie a un sistema di deumidificazione invisibile, l’aria è perfettamente salubre, come se ci fosse una finestra sempre aperta sulla roccia». L’hammam, decorato con ricercate zellige (piccola pietra lucida), dialoga con la sauna e con la moderna palestra attrezzata Technogym, le cui ampie vetrate annullano il confine tra interno ed esterno. La piscina a sfioro, circondata da un solarium dal design minimale, funge da specchio d’acqua che riflette il cielo siciliano, diventando l’anello di congiunzione tra il costruito e la natura circostante.

Il giardino, una stanza a cielo aperto

Il progetto del verde, parte integrante dell’esperienza sensoriale, non è un semplice contorno. I giardini mediterranei di Dimora Camille sono un percorso olfattivo e meditativo: si cammina tra l’agrumeto, l’orto e il frutteto, circondati dal profumo delle piante aromatiche. «Abbiamo lavorato sulla continuità con il paesaggio delle cave locali – commenta l’architetto -. Il giardino roccioso, prima sepolto dalla terra, è stato riportato alla luce rivelando mangiatoie che corrono lungo le pareti a secco come un segno grafico. Abbiamo piantato graminacee che ondeggiano col vento creando un mare erboreo, alternandole a specie scultoree come i cactus o piante rare recuperate in vivai storici come i Vivai Cuba di Siracusa. È un dialogo continuo, dove la mano dell’uomo e la natura non hanno confini». Un angolo di particolare fascino è il giardino di rocce e piante grasse, un rifugio zen dove la componente minerale del suolo di Scicli diventa protagonista assoluta.

La Dimora di declina come un laboratorio di esperienze: dalle cooking class dedicate ai sapori del territorio, alle sedute di yoga vista mare, fino alle cene private curate da chef locali. Il trattamento è con la prima colazione. Su richiesta sono disponibili anche il personal trainer e i trattamenti estetici ed esperienze e visite nel territorio. Un progetto dove «il collegamento finale è l’uomo: che tu sia in Africa o in Sicilia, il gesto della mano che lavora il materiale per creare bellezza è lo stesso. Dimora Camille è il racconto di questa unione».

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