Family & Trends

Dimmi chi ti possiede e ti dirò chi sei

di Bernardo Bertoldi

 (Adobe Stock)

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Da chi un’azienda è posseduta ha importanza, familyandtrends ritiene abbia molta più importanza di quanto normalmente si dica e si pensi.

Le aziende a proprietà diffusa sono, quasi sempre, quotate in un mercato finanziario e possedute da un gran numero di investitori il cui obiettivo è massimizzare il rapporto rischio/rendimento sulla frontiera efficiente definita dal premio nobel Harry Markowitz. Le decisioni vengono prese da amministratori delegati (delegati da altri amministratori indicati dagli azionisti) con l’obiettivo di massimizzare il ritorno per gli investitori. Le aziende a capitale “chiuso” possono essere possedute dai dipendenti o dai clienti, e.g. cooperative o mutue, dai professionisti che ci lavorano, e.g. studi professionali o partnership, da enti benefici o non profit, e.g. fondazioni, da gruppi di consanguinei, e.g. aziende familiari. In questo caso la proprietà è “esclusiva”, non tutti possono acquistare le azioni, i proprietari e non i manager hanno l’autorità sulle decisioni importanti, sempre i proprietari decidono quali siano gli obiettivi da raggiungere, che non sempre sono la massimizzazione del ritorno finanziario.

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Ogni forma di proprietà ha vantaggi e svantaggi: le aziende quotate sono sottoposte alla pressione per i risultati di breve termine ma possono raccogliere capitale e scambiare azioni per crescere attraverso acquisizioni; le aziende “private” hanno meno pressione sul breve il che spesso aiuta ad avere risultati migliori e visioni più consistenti nel tempo d’altra parte sono estremamente deboli quando qualche proprietario rilevante viene a mancare.

La proprietà è inoltre importante perché determina la strategia di lungo termine dell’impresa. La dichiarazione è forte e farà storcere il naso a tanti puristi della strategia, soprattutto i “porteriani”: usiamo il caso di due bellissime imprese del lusso per ragionarci: Hermès e LVMH.

Hermès si è quotata nel 1993 ma non ha mai sfruttato i vantaggi della quotazione: non ha fatto aumenti di capitale né acquisito “carta contro carta” concorrenti, non dà alcun peso alle attese degli investitori tanto da non dichiarare mai negli incontri con gli analisti budget o risultati finanziari prospettici. Per rendere chiaro che il mercato non ha valore è una delle poche, forse l’unica, impresa quotata in forma di accomandita per azione: la Emile Hermès SAS con un’azione nomina il cda della quotata Hermès International. Si quotò per una motivazione (di solito) sbagliata per le famiglie imprenditoriali: liquidare un ramo della famiglia; si è trattato, in questo caso, di un errore che venti anni dopo ha rischiato di costare la perdita della proprietà a favore proprio di LVMH. Il tipo di proprietà permette ad Hermès di rimanere legata al DNA del fondatore Thierry: artigianato estremo, focalizzazione su poche categorie di prodotto, poco o niente marketing scintillante, lentezza nel produrre, nel crescere, nello sviluppo d’impresa. Nelle parole del bisnipote del fondatore e fautore della Hermès che oggi conosciamo, Jean Louis Dumas: “lusso è ciò che si può riparare”.

LVMH si è quotata nel 1984, quando Henry Racamier, esponente della famiglia storicamente proprietaria di Louis Vuitton era alla ricerca di capitali per realizzare un’impresa verticalmente integrata dalla produzione al design sino alla proprietà dei negozi. Quando, nel 1977, Henry Racamier, marito di una delle figlie di Gaston nipote del fondatore Louis, entrò in azienda, questa era in crisi: controllava il design del famoso marchio LV, ma non la produzione, e aveva delegato la commercializzazione a distributori in cambio di una fee di licenza. Racamier osservò che erano i rivenditori a realizzare la maggior parte dei profitti e che doveva integrare verticalmente le attività se voleva tornare al profitto: per investire nella produzione e aprire negozi gli servivano in fretta capitali, la crisi dell’impresa non permetteva di farlo con l’autofinanziamento ed in tempi rapidi. Nel 1984 la fusione con la quotata Moet Hennesy proseguiva questo disegno e ampliava l’accesso ai capitali del mercato per acquisire altri marchi con cui nutrire la rete di negozi creata per appropriarsi del margine della distribuzione.

Il modello di Racamier attrasse l’attenzione di un giovane di una famiglia di immobiliaristi parigini appena tornato dagli USA: la distribuzione aveva a che fare con le location dei negozi, qualcosa naturalmente nelle corde dell’immobiliare. Il giovane era Bernard Arnault: replicò il modello acquistando Boussac, un’azienda tessile fallita che possedeva il marchio Christian Dior, e iniziando ad integrare verticalmente il gruppo, ritirando tutte le licenze di produzione e riportando la qualità agli standard del lusso. Arnault impiegò le sue competenze immobiliari aprendo boutique Dior in tutto il mondo, ma andò oltre: prese il controllo diretto del marketing, utilizzando design più audaci, grandi campagne pubblicitarie ed eventi sfavillanti. Con la cassa generata passò ad acquisire prima designer portandoli via da altre case di moda e poi direttamente le aziende del lusso a conduzione familiare quando queste avevano momenti di debolezza per la morte del fondatore o per tensioni interne alla proprietà. Nel 1988, Arnault iniziò ad acquistare azioni di LVMH: dopo aver promesso di sostenere Racamier, si alleò con altri azionisti ottenendo i voti sufficienti per insediarsi come presidente. L’approccio di LVMH è sintetizzabile nelle parole di Bernard Arnault: “L’unico modo per avere successo nel lusso è mantenere alta la desiderabilità.”

I due approcci sono stati di grande successo, sia il lusso in continua evoluzione per mantenere l’attenzione del consumatore sia quello che è tale perché deve essere riparato, hanno una base di clienti; ma nessuno dei due sarebbe possibile senza la grande differenza dei due modelli proprietari. Questo, se possibile, aumenta la responsabilità delle famiglie imprenditoriali che vogliono essere dei buoni proprietari delle loro aziende.

Bernardo Bertoldi (Docente di Family Business Strategy - Università di Torino - bernardo.bertoldi@unito.it)

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