Musica

Differenziare le entrate per far crescere i festival musicali medio-piccoli

Fatturato e pubblico in aumento per gli eventi estivi in tutta Italia Per il salto di qualità servono normative snelle e sostegni pubblico-privati

di Camilla Colombo

Guitarist on stage plays solo on electric guitar in cyan lights evannovostro - stock.adobe.com

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Un fenomeno ancora nuovo nell’ecosistema musicale contemporaneo ma in crescita esponenziale negli ultimi anni. È così che Carlo Parodi, presidente di Assomusica, inquadra i festival musicali di medie e piccole dimensioni. «Nel periodo estivo 2025, abbiamo contato 1.245 eventi – quest’anno saranno ancora di più, li stiamo mappando in questi giorni – che hanno coinvolto un milione e 800mila spettatori con un incasso superiore a 80 milioni: vuol dire molto per la filiera legata alle industrie culturali e creative». La diffusione su tutto il territorio nazionale è un altro elemento positivo caratterizzante del fenomeno.

L’esperienzialità come fattore d’attrazione

«Al netto dell’evoluzione della tecnologia, il momento esperienziale è oggi la leva più importante nella fruizione musicale, perché insostituibile, come confermato dal numero di spettatori in continua crescita», sottolinea Parodi ricordando come esista un modello italiano di festival per gli appassionati stranieri perché la musica dal vivo, a prescindere dalla dimensione dell’evento, viene vissuta in un luogo iconico, come l’Anfiteatro di Pompei. «È un valore aggiunto su cui dobbiamo fare leva perché, a differenza di ciò che accade in Europa, la rassegna musicale estiva, soprattutto se organizzata da aziende, non viene riconosciuta, valorizzata, patrocinata dall’ente centrale, dallo Stato italiano, e questa è – ribadisce Parodi – una visione da superare per incrementare sia il made in Italy e il Pil sia la professionalità delle maestranze coinvolte».

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Questi eventi, creando coesione sociale, sono un’occasione di elevazione culturale a disposizione della cittadinanza. I governi locali ne sono consapevoli e ne riconoscono il valore. «Il nostro impegno è spiegare al decisore pubblico quale strumento prezioso abbia tra le mani e invitarlo a investirci per lo sviluppo territoriale», chiosa il presidente di Assomusica.

La ricerca della Sapienza

Proprio sull’impatto dei festival musicali di medie e piccole dimensioni sul territorio si è concentrato il primo report dell’Osservatorio sull’industria e gli eventi musicali dell’Università Sapienza di Roma. «I dati raccolti nel campione di 49 festival mostrano che la biglietteria rappresenta mediamente il 51% delle entrate complessive, il food & beverage il 16%, le sponsorizzazioni l’11% e il merchandising il 6%», spiega Francesco D’Amato, direttore dell’Osservatorio, evidenziando come il modello economico presenti una struttura delle entrate ancora poco diversificata, con una dipendenza significativa dal pubblico pagante, che è sia una vulnerabilità sia l’attestato della capacità reale d’attrazione. «Ampliare e strutturare i canali complementari è una delle direzioni di sviluppo più concrete individuate dalla ricerca».

Nel campione analizzato, circa il 40% del pubblico proviene da fuori provincia, a dimostrazione del fatto che gli organizzatori sono consapevoli della capacità di attivare flussi economici nella ricettività, nella ristorazione e nel commercio locale. Tuttavia, la maggioranza non dispone ancora di strumenti strutturati per quantificare con rigore questo effetto (spesa media per visitatore, occupazione generata, indotto attivato nelle filiere locali). «È prioritario definire un sistema condiviso di indicatori d’impatto, articolato nelle dimensioni economica, sociale, culturale e ambientale, calibrato sui festival medio-piccoli», auspica D’Amato.

Sul piano geografico, le differenze sono significative: i festival delle aree periferiche e meridionali hanno una capacità più limitata di attrarre pubblico sovralocale e generare indotto diffuso rispetto a quelli del Nord, dove si concentra la quota maggiore di eventi e incassi. Va però sottolineato che è proprio in questi contesti che i festival svolgono la funzione di presidio culturale, essendo spesso l’unica occasione strutturata di aggregazione.

Organizzazione e criticità

La ricerca della Sapienza si è poi focalizzata su due aspetti chiave: l’organizzazione e le criticità. «Il profilo più diffuso nel campione analizzato, che raccoglie quasi il 45% dei festival e presenta le condizioni di maggiore replicabilità, è quello che definiamo consolidato e territoriale, caratterizzato da economie diversificate, governance stabile e un forte legame con la comunità locale costruito nel tempo attraverso relazioni con istituzioni, sponsor e pubblico fedele», chiarisce Magda Touti, ricercatrice del team della Sapienza, aggiungendo che, attraverso le testimonianze qualitative, sono emerse alcune pratiche con un potenziale di scalabilità. Alcuni organizzatori riferiscono di accordi informali tra festival per condividere i costi di artisti internazionali, altrimenti fuori budget, mentre altri segnalano la scelta di distribuire gli appuntamenti su più weekend non consecutivi per ridurre il rischio finanziario concentrato.

La sostenibilità finanziaria è infatti la criticità più diffusa. «La dipendenza dalla biglietteria espone i festival alle variazioni della domanda e rende la pianificazione di lungo periodo più complessa, considerato l’aumento dei costi di produzione e del cachet degli artisti. Più della metà dei festival analizzati riceve qualche forma di contributo pubblico, che per molti è una componente strutturale del proprio modello economico più che un’integrazione marginale», ricorda il direttore dell’Osservatorio. L’assenza di un riconoscimento giuridico specifico per la figura dell’organizzatore di eventi culturali mostra un’altra criticità: il quadro normativo. «La regolamentazione degli eventi musicali in Italia coinvolge più livelli istituzionali, con modalità di applicazione che variano territorialmente e che tendono a generare oneri amministrativi significativi per le organizzazioni più piccole». Infine, la capacità del settore di documentare e comunicare il proprio valore. «Rafforzarla – conclude D’Amato – consentirebbe di dialogare in modo più efficace con istituzioni e finanziatori privati, diversificando le entrate».

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